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Opinioni

Benevento ha paura del suo centro storico: piazze, risse e degrado, ora basta aspettare

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C’è un momento in cui la cronaca smette di essere soltanto cronaca. È quando le notizie iniziano a somigliarsi tutte, quando cambiano le date ma non i luoghi, quando cambiano i protagonisti ma non la sensazione che resta addosso a chi quelle strade le vive ogni giorno. È il momento in cui una comunità comincia a chiedersi se qualcosa, nel proprio modo di vivere la città, sia definitivamente cambiato. A Benevento quel momento sembra essere arrivato.

L’aggressione di ieri in piazza Roma, dopo la rapina e la rissa dei giorni scorsi in piazza Colonna e dopo una lunga serie di episodi di violenza e segnalazioni – con protagonisti cittadini stranieri, per lo più di origini magrebine – che da tempo riguardano il centro storico, non può essere liquidata come l’ennesimo caso isolato. Ogni singolo fatto dovrà naturalmente essere accertato nelle sedi opportune, perché in uno Stato di diritto responsabilità e colpe non si stabiliscono sulla base delle impressioni. Ma esiste un altro dato, che non ha bisogno di una sentenza per essere ascoltato: la paura dei cittadini. Ed è una paura che cresce.

La raccontano i commercianti. La raccontano i residenti. La raccontano i genitori quando spiegano di non sentirsi più tranquilli nel lasciare i propri figli adolescenti in centro la sera. La raccontano persone che hanno sempre vissuto Benevento come una città sostanzialmente sicura e che oggi iniziano a evitare alcune piazze, alcune strade, determinati orari. È questo il vero campanello d’allarme.

Perché Benevento non è mai stata una città nella quale la criminalità fosse il tratto distintivo della vita quotidiana. Non è un’isola felice, e nessuno lo ha mai sostenuto. Ma proprio per questo il deterioramento della sicurezza percepita nel cuore della città deve preoccupare ancora di più. Se una delle poche certezze che una piccola città ha sempre avuto — quella di poter vivere il proprio centro senza paura — comincia a vacillare, la questione non è più soltanto di ordine pubblico. Diventa una questione di futuro.

Piazza Roma e corso Garibaldi dovrebbero essere il salotto buono di Benevento. Dovrebbero essere il luogo dello struscio nel week end, delle famiglie con bambini, dei ragazzi, dei turisti, dello shopping, degli incontri. Dovrebbero essere gli spazi nei quali una città mostra il volto migliore di sé.

E invece sempre più spesso, soprattutto nelle ore serali, quei luoghi vengono associati a risse, episodi di violenza, schiamazzi, degrado, comportamenti pericolosi e fenomeni di spaccio. Ci sono giovani che si radunano per intere serate, monopattini che sfrecciano tra i pedoni senza alcun rispetto delle regole, atteggiamenti di sfida, provocazioni. Situazioni che magari, prese singolarmente, possono sembrare poca cosa. Ma che sommate una all’altra producono qualcosa di molto più serio: la sensazione che le regole, in alcuni angoli della città, siano diventate facoltative. E quando le regole diventano facoltative, il passo verso la paura è breve.

C’è poi una circostanza che rende tutto ancora più difficile da accettare: i commercianti del centro storico questa situazione l’hanno segnalata da tempo, anche al Comune. Non è quindi un problema comparso ieri sera.

Chi ogni giorno apre un negozio lungo corso Garibaldi, chi lavora in piazza Roma, chi chiude la propria attività quando ormai il centro comincia a svuotarsi, vede ciò che accade molto più da vicino di chi attraversa quelle strade occasionalmente. Ha visto cambiare le abitudini, ha visto cambiare le presenze, ha raccolto episodi, lamentele e preoccupazioni.

Le segnalazioni sono arrivate. Gli appelli sono stati fatti. Le richieste di maggiore attenzione sono state avanzate. E allora è inevitabile domandarsi: quanto ancora deve accadere prima che quelle richieste producano una risposta strutturale?

Perché è intollerabile che il salotto buono cittadino venga percepito come un luogo nel quale si possa spacciare, litigare, minacciare, aggredire o semplicemente imporre agli altri la propria presenza attraverso comportamenti incivili e intimidatori.

Ma proprio qui bisogna essere molto chiari, per evitare che un problema reale venga trasformato in una guerra tra italiani e stranieri.

La presenza di stranieri non è, di per sé, un problema di sicurezza. Sarebbe assurdo e ingiusto sostenerlo. Un ragazzo egiziano, algerino, marocchino o di qualsiasi altra nazionalità che vive onestamente a Benevento, studia, lavora e rispetta le regole è semplicemente un cittadino che vive la città. Se però alcuni episodi di cronaca vedono protagonisti giovani stranieri, questo dato va raccontato, senza nasconderlo e senza utilizzarlo per costruire una colpa collettiva. La responsabilità è individuale. La violenza non ha passaporto. Chi delinque, italiano o straniero che sia, deve sapere che esistono regole e conseguenze.

E questo vale anche per quei comportamenti che spesso vengono considerati troppo piccoli per meritare attenzione: il monopattino lanciato a tutta velocità tra i pedoni, gli schiamazzi, il danneggiamento, le provocazioni, l’occupazione aggressiva degli spazi. Perché il degrado non comincia necessariamente da un reato grave. Comincia spesso dalla sensazione che nessuno interverrà.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi alla repressione. Perché Benevento non è un pianeta separato dal resto d’Italia. La violenza giovanile è una questione nazionale. E non riguarda esclusivamente italiani o stranieri. Riguarda soprattutto ragazzi molto giovani, spesso maschi, che crescono in un contesto nel quale sono sempre più numerose le fragilità e sempre più rare le occasioni di confronto reale con gli adulti.

Sono ragazzi spesso isolati, poco ascoltati, incapaci di dare un nome alle proprie emozioni e ancora meno capaci di gestire rabbia e frustrazione. Ragazzi che possono avere davanti un futuro che percepiscono come incerto e una realtà nella quale il riconoscimento sociale passa sempre più attraverso l’immagine, la forza, la provocazione.

Poi ci sono i social. Una vetrina permanente nella quale tutto viene esibito. Dove la provocazione può diventare spettacolo, la rissa un video da condividere, l’aggressività un linguaggio per ottenere attenzione. Una realtà digitale che spesso non avvicina, ma finisce per estraniare ancora di più. Questo non significa giustificare chi aggredisce. Capire non significa assolvere. Significa provare a intervenire prima. Prima che il ragazzo problematico diventi il ragazzo violento. Prima che la bravata diventi una rapina. Prima che la rissa diventi un’aggressione grave. Prima che qualcuno si faccia davvero male.

Ed è qui che la politica, non soltanto quella locale, dovrebbe interrogarsi seriamente sulla propria assenza. Dove sono le politiche giovanili? Dove sono gli spazi nei quali un adolescente possa incontrare coetanei, fare sport, costruire relazioni, imparare un mestiere, trovare un adulto capace di ascoltarlo? Dove sono gli educatori di strada, le attività culturali, i percorsi di integrazione, il sostegno alle famiglie? E soprattutto: da dove arrivano e dove vivono questi giovani nordafricani che gravitano attorno piazza Roma? Domande che meritano risposte da troppo tempo.

Naturalmente tutto questo non significa che si debba aspettare che la prevenzione risolva da sola il problema. Nel frattempo il centro storico deve essere sicuro. Servono controlli. Serve una presenza visibile delle forze dell’ordine nelle ore più delicate. Serve una Polizia Locale che possa presidiare realmente il territorio. Serve videosorveglianza, ma soprattutto serve che le telecamere siano funzionanti, utilizzate e integrate in una strategia di controllo. Ma una telecamera non basta. Una telecamera registra ciò che è già accaduto. Un agente interviene quando qualcosa accade. La giustizia arriva dopo.

La vera sfida è intervenire prima. E questo significa costruire un sistema nel quale sicurezza e politiche sociali non siano due mondi separati. Comune, Prefettura, Questura, Carabinieri, Polizia Locale, scuole, servizi sociali, associazioni, realtà sportive e famiglie dovrebbero lavorare insieme non per organizzare l’ennesimo tavolo destinato a produrre un comunicato, ma per restituire al centro una presenza costante e ai giovani alternative concrete.

Perché una piazza vuota è più fragile di una piazza vissuta. Una strada nella quale non ci sono famiglie, anziani, ragazzi, commercianti e turisti è una strada nella quale aumenta la sensazione di abbandono. E quando i cittadini arretrano, qualcun altro occupa quello spazio.

La cosa più grave è che di questo problema si parla da anni. Due anni fa si scriveva già di risse, spaccio, violenza e degrado. Oggi siamo ancora qui, a raccontare episodi che si concentrano negli stessi luoghi e a raccogliere le stesse preoccupazioni. È questo che non può più essere normale.

Non può essere normale che un genitore dica al proprio figlio di evitare una piazza. Non può essere normale che una ragazza debba domandarsi se sia sicuro attraversare il centro la sera. Non può essere normale che un commerciante chiuda il proprio negozio con la preoccupazione di ciò che troverà fuori. Non può essere normale che un residente scelga di rientrare a casa prima perché non vuole correre il rischio di incontrare situazioni spiacevoli.

E soprattutto non può diventare normale l’idea che la soluzione sia semplicemente non uscire. Perché quello sarebbe il fallimento definitivo.

Il centro storico appartiene a tutti. Agli italiani e agli stranieri che rispettano le regole. Ai giovani e agli anziani. Alle famiglie e ai commercianti. A chi ci vive e a chi viene a visitarlo. Nessuno deve potersi appropriare di uno spazio pubblico attraverso la paura. Ma nessun cittadino deve neppure sentirsi costretto a difendere da solo quello spazio.

Benevento può continuare a fare i conti con lo spopolamento, con la crisi del commercio, con la fuga dei giovani, con le classifiche sulla qualità della vita che la vedono spesso arrancare. Può affrontare molte difficoltà. Ma non può perdere anche la sicurezza. Perché se togliamo a una città la possibilità di vivere serenamente il proprio centro, le togliamo una parte della sua identità. E quando le persone smettono di frequentare le piazze, non perdiamo soltanto clienti e turisti. Perdiamo socialità. Perdiamo controllo del territorio. Perdiamo comunità. Perdiamo futuro.

La domanda allora è semplice e, forse, anche scomoda: che futuro può avere Benevento se i suoi cittadini iniziano ad avere paura dei luoghi che dovrebbero appartenere loro? La risposta non può essere affidata ai cittadini. Non sono loro a dover organizzare ronde. Non sono loro a dover affrontare gruppi di giovani violenti. Non sono loro a dover decidere come difendere piazze e strade.

La sicurezza non è una responsabilità privata. È una responsabilità pubblica. Le forze dell’ordine devono poter lavorare con strumenti, uomini e presenza adeguati. La politica deve mettere in campo una strategia. Il Comune deve ascoltare davvero chi da anni segnala le criticità. Le istituzioni devono occuparsi dei giovani prima che sia troppo tardi. E chi delinque deve sapere che la città non è terra di nessuno. Benevento non chiede una città militarizzata. Chiede una città presente. Una città nella quale le regole valgano per tutti. Una città nella quale chi ha bisogno di essere recuperato trovi qualcuno disposto a farlo. Una città nella quale chi commette un reato venga fermato. Una città nella quale un genitore possa lasciare il proprio figlio in piazza senza vivere con l’ansia di una telefonata. Una città nella quale un commerciante possa abbassare la saracinesca serenamente. Una città nella quale il centro torni a essere di tutti.

La città è stanca. La città è preoccupata. La città ha paura. Adesso non servono altri proclami. Non serve aspettare la prossima aggressione. Non serve aspettare la prossima rissa. Non serve aspettare che accada qualcosa di ancora più grave. Servono risposte. Servono fatti. Servono responsabilità. E soprattutto serve che chi governa questa città ricordi una cosa elementare: la sicurezza non si misura soltanto nelle statistiche dei reati. Si misura anche nella libertà di un cittadino di uscire di casa, attraversare corso Garibaldi, fermarsi in piazza Roma e tornare a casa senza avere paura. Questa libertà Benevento non può permettersi di perderla.

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