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ECONOMIA

Hormuz, l’energia, l’Italia

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Le notizie che leggiamo quotidianamente sembrano indicare che lo sciagurato attacco israelo-americano all’Iran sta per precipitarci in una crisi energetica che potrebbe essere peggiore di quella del 1973. In quell’anno la crisi provocata dalla guerra dello Yom Kippur obbligò i governi occidentali ad adottare le misure poi passate alla storia come “Austerity”, con limitazioni pesanti al trasporto privato, agli orari di apertura degli esercizi commerciali, e finanche alla durata delle trasmissioni televisive. Memorabile in tal senso fu il discorso dell’allora Presidente del Consiglio, On. Mariano Rumor [1] , con cui annunciava agli italiani che «l’epoca dell’energia abbondante e a basso costo [era] tramontata», che il risparmio energetico era una necessità per tutti («dove basta una lampada cerchiamo di non usarne due») e che occorreva «un serio ripensamento dello sviluppo economico del modo di vita delle priorità dell’investimento».

Oggi la crisi è più complessa, perché la riduzione dei flussi di petrolio e gas naturale si intreccia con la contrazione della nostra base industriale (diverse raffinerie di petrolio sono diventate “bioraffinerie”, con il risultato che il gasolio e il kerosene non li sappiamo più produrre) e con una serie di vincoli, spesso illogici, dettati dall’Unione Europea, ma il risultato è lo stesso. Il prezzo del gasolio in un mese è cresciuto del 30% [2] ,e secondo alcune stime entro l’estate potrebbe arrivare a 3 €/L; inoltre, le riserve di kerosene si stanno assottigliando, e a breve potrebbe essere necessario limitare il numero e la frequenza dei voli. Con il nuovo shock l’economia italiana rischia di dover sostenere un doppio colpo, per l’aumento del costo dei trasporti e per la contrazione delle attività economiche.

Le motivazioni per la crisi non sono però dissimili da quelle del 1973: il nostro Paese ha una fortissima dipendenza dalle fonti energetiche fossili, e al tempo stesso ha una produzione domestica assai limitata. Attualmente petrolio, gas e carbone coprono quasi l’80% del nostro fabbisogno energetico [3], con una diminuzione del peso delle fonti fossili a favore delle fonti rinnovabili che nell’ultimo ventennio è stata costante, ma in definitiva lenta (meno dell’1% all’anno). Nel settore dei trasporti, poi, iderivati del petrolio coprono oltre il 90% del fabbisogno.

Quali strategie possiamo quindi adottare? La prima, a parere di chi scrive, è rifarci alle indicazioni di Rumor: risparmio ed efficientamento energetico sono essenziali, oggi come allora. Molto è stato fatto nel settore industriale, ma moltissimo resta da fare per l’efficientamento degli edifici, sia residenziali che dedicati al terziario, due settori che ormai pesano per oltre il 40% dei consumi energetici totali. Poi c’è il tema del potenziamento delle fonti energetiche rinnovabili, non solo nel settore elettrico. I massicci investimenti degli ultimi venti anni – che nel nostro Paese sono stati pagati dagli utenti finali nella forma di un costo assai elevato dell’energia elettrica – ancora non hanno rivoluzionato il quadro energetico. Tra il 95% di energia da fonte fossile degli anni ’90 del secolo scorso e l’80% di oggi la differenza non è poi tanta, ma occorrere insistere, in particolare cercando di “aggredire” il settore dei trasporti. Puntare sul nucleare potrebbe aiutarci, ma i tempi di realizzazione delle centrali nucleari rendono questa soluzione – come noto, ampiamente utilizzata in Europa, dalla Francia alla Spagna e dal Regno Unito alla Svezia – poco realistica, almeno nel breve periodo: e questo senza nemmeno menzionare il “nucleare da fusione”, che cinquanta anni fa sarebbe dovuto diventare una realtà di lì a cinquanta anni, e oggi chiede ancora cinquanta anni….

Cosa resta? Resta il ritorno alla politica e alla diplomazia. Da alcuni anni a questa parte, e sicuramente da quando nel 2001 George W. Bush proclamò la sua “Crociata” [4], poi ribattezzata “Guerra al terrore”, il numero dei conflitti cresce continuamente. Pochi giorni fa il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato la sua analisi annuale sulle prospettive dell’economia mondiale, evidenziando come il numero di conflitti armati non sia mai stato così alto dal 1946. D’altra parte, le spinte verso il riarmo crescono continuamente, e questa è una sicura garanzia di un ulteriore incremento del numero delle guerre. In questo contesto un’economia di servizi e di trasformazione quale è quella italiana, caratterizzata da un’insuperabile scarsità di materie prime, non può che mirare al rafforzamento dei commerci, nel settore energetico e negli altri settori. Il percorso è stretto, viste le crescenti pressioni geopolitiche, che fanno spesso apparire il nostro Paese come il vaso di coccio di manzoniana memoria, ma non ci sono alternative: il rafforzamento dei legami non solo politici, ma anche infrastrutturali con i partner nell’Unione Europea, il commercio con i Paesi terzi e l’abbandono delle politiche militariste sono l’unica strada percorribile per (sperare di) cavarsela.

Francesco Pepe e Maurizio SassoDocenti Università degli Studi del Sannio 

[1] www.youtube.com/watch?v=1XRZQLkb3I8.
[2] Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Statistiche energetiche e minerarie.
[3] Our World in Data – Italy country profile – Energy.
[4]georgewbush-whitehouse.archives.gov/news/releases/2001/09/20010916-2.html.

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