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Opinioni

Scuole e chiusure anticipate per il sabato pallonaro. La riflessione: è davvero questa la priorità?

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Il diritto allo studio è un principio sacrosanto, scolpito nella Costituzione e nel buon senso prima ancora che nelle leggi. Eppure, a volte, sembra diventare una variabile dipendente da esigenze organizzative che con la formazione dei ragazzi hanno poco o nulla a che fare. Succede a Benevento, nei sabati in cui la squadra giallorossa gioca in casa allo stadio ‘Ciro Vigorito’.

A farne le spese sono gli studenti degli istituti che sorgono nell’area adiacente all’impianto sportivo, come l’IPSAR Le Streghe e il Liceo Scientifico Gaetano Rummo. Nei giorni delle partite casalinghe della Strega, soprattutto quando il fischio d’inizio è fissato nel primo pomeriggio, le lezioni vengono interrotte in anticipo per consentire l’organizzazione del piano traffico e la gestione dei flussi. Il risultato? Ore di scuola perse, sottratte nel corso dell’anno a programmi già densi e a percorsi didattici che richiedono continuità.

L’ultimo episodio, segnalato da diversi genitori alla nostra redazione, risale al 14 febbraio scorso: gara in programma alle 14.30, mezzi di trasporto in sosta nel terminal antistante lo stadio costretti a partire anticipatamente, studenti obbligati a lasciare le aule prima del tempo. Una prassi che si ripete e che alimenta malumori comprensibili, come sottolineato dalle famiglie che ci hanno scritto. Perché se è vero che il calcio rappresenta un patrimonio sportivo e identitario della città, è altrettanto vero che non può trasformarsi in un fattore penalizzante per il diritto allo studio.

La questione, peraltro, non riguarda solo le scuole. Ogni sabato di partita casalinga, anche il mercato settimanale di Santa Colomba è costretto alla chiusura anticipata: stop alle vendite alle 11.15 e obbligo di sgomberare gli stalli entro le 12.00, lasciando l’area completamente libera da merce e veicoli. Un impatto diretto sulle attività produttive e sul commercio, con operatori che vedono ridursi ulteriormente le ore utili di lavoro.

Il punto, allora, non è mettere in contrapposizione scuola e calcio, studenti e tifosi, libri e pallone. È chiedersi se davvero non esista una soluzione alternativa. Una diversa modulazione degli orari, magari con una settimana corta? Un piano trasporti che non penalizzi gli istituti scolastici? Un coordinamento più efficace tra Comune, scuole, società sportiva e forze dell’ordine?

La sensazione è che, nel tempo, si sia scelta la via più semplice: anticipare l’uscita degli studenti e chiudere prima il mercato. Ma ciò che è semplice non sempre è giusto. E quando a pagare sono ragazzi che perdono ore di lezione – e lavoratori che perdono ore di attività – la questione non può essere liquidata come un inevitabile sacrificio.

Lo sport è un valore. L’istruzione lo è di più. In una gerarchia di priorità che dovrebbe essere chiara, il diritto allo studio non può restare in panchina.

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