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ECONOMIA

Caro-vita, la prima paura degli italiani: nel Mezzogiorno diventa una debolezza strutturale

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C’è un dato che, più di molti indicatori macroeconomici, racconta lo stato reale dell’Italia.
Secondo le più recenti rilevazioni demoscopiche di Euromedia Research, la perdita del potere d’acquisto è oggi la principale preoccupazione degli italiani. Non il debito pubblico, non lo spread, non l’instabilità finanziaria: il caro-vita, l’aumento dei prezzi, la difficoltà crescente di far quadrare i conti a fine mese.

È una fotografia che va letta con attenzione, perché segnala uno scarto sempre più evidente tra la narrazione economica e l’esperienza quotidiana delle famiglie. I conti pubblici possono anche risultare sotto controllo, ma la sicurezza economica percepita si misura altrove: nella spesa alimentare, nelle bollette, nei mutui, negli affitti. In ciò che resta, o non resta, del reddito disponibile.

Il punto centrale è che questa paura non è distribuita in modo uniforme sul territorio nazionale. Dove i redditi sono più bassi e meno dinamici, l’inflazione produce effetti più intensi. In Italia questo riguarda, in modo strutturale, il Mezzogiorno.

Nel Sud una quota più elevata del reddito familiare è assorbita dalle spese incomprimibili. Secondo i dati di ISTAT, oltre il 20% della spesa delle famiglie meridionali è destinata ad alimentari ed energia, contro circa il 16–17% nel Centro-Nord. Questa diversa composizione della spesa rende le famiglie meridionali più esposte agli shock inflazionistici, perché riduce i margini di adattamento. Anche variazioni di prezzo relativamente contenute si traducono rapidamente in una compressione reale dei consumi. Non una rinuncia temporanea, ma un arretramento strutturale della capacità di spesa.

In questo contesto, l’inflazione non è solo un fenomeno congiunturale: diventa un moltiplicatore delle disuguaglianze territoriali. Riduce la domanda interna nelle aree già fragili, indebolisce il tessuto commerciale e produttivo locale, frena gli investimenti. Un circolo vizioso che contribuisce a spiegare perché la crescita italiana resti debole e discontinua.

Il sondaggio sul potere d’acquisto restituisce così una chiave di lettura più ampia: la fragilità dell’economia italiana passa dalla debolezza dei redditi, non solo dai problemi di produttività o di finanza pubblica. E quando una parte rilevante del Paese sperimenta una riduzione persistente della propria capacità di spesa, l’intero sistema rallenta.

In questo quadro, limitarsi a rivendicare la stabilità dei conti rischia di essere politicamente miope. Tenere non equivale a crescere. E, soprattutto, non equivale a ridurre i divari. Senza politiche mirate alla difesa e al rafforzamento dei redditi più bassi, il Mezzogiorno resta esposto e l’Italia rinuncia a una parte decisiva del proprio potenziale.

Il potere d’acquisto non è una variabile tecnica. È la misura concreta della coesione economica e territoriale di un Paese. Se continua a ridursi proprio dove l’economia è più debole, i territori restano in bilico. E con loro, l’intero sistema nazionale.

Pasquale LampugnaleCeo Sidersan S.P.A.

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