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CULTURA

Gli inizi col Circolo Sannita, il Centro Studi, la spinta dei talent e l’amore per Nureyev. Saveria Cotroneo e la sua vita per la danza: “Andrebbe resa obbligatoria”

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“La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei “quando finirò di vivere”. Cosa rappresenta la danza per un ballerino lo ha spiegato bene Rudolf Nureyev: se chiedete a un appassionato di indicare i tre più grandi danzatori del ventesimo secolo il nome del ‘Tartaro volante’ lo faranno tutti. E di certo lo farebbe – collocandolo al primo posto – chi più di tutte e tutti a Benevento si è speso per far crescere amore e passione per una delle forme d’arte più antiche e praticate al mondo: Saveria Cotroneo. Perché se pensi al ballo, da queste parti, il pensiero va immediatamente a lei. Ai suoi saggi che per decenni hanno animato il cinema-teatro Massimo. E cosi è da almeno quarant’anni, anche se la storia comincia prima. “Ho scoperto la danza nel 1956. Avevo solo quattro anni. Fu mia madre a iscrivermi alla scuola. All’epoca funzionava così: sceglievano i genitori, non i bambini. La scuola era nel vecchio Circolo Sannita che affacciava su piazza Roma. Poi ci trasferimmo a palazzo Roscio, dinanzi alla Prefettura”.

Quando comprese che la danza sarebbe stata la sua strada?

“La scuola non era tanto frequentata. E arrivava sempre il momento, ogni anno, in cui mia madre cominciava a fare il giro di telefonate per capire se le altre bambine si sarebbero iscritte: per capire se il corso si sarebbe tenuto o meno. Dalla trepidazione con cui attendevo l’esito delle risposte compresi quanto ci tenessi alla danza”.

Il primo ricordo che le viene in mente?

“Anni Sessanta: i saggi al ‘Massimo’, con la musica del maestro Minicozzi. Il ‘Massimo’ è uno dei miei luoghi del cuore, non può capire quanto dolore provo oggi nel vederlo chiuso”.

Il passaggio da alunna a insegnante?

“Prestissimo, già negli anni Settanta, nel centro studi danze classiche di Valeria Lombardi, una grandissima coreografa e ballerina, per diversi anni prima ballerina del San Carlo di Napoli. Negli anni Ottanta, poi, l’apertura del mio centro studi, al viale dei Rettori”.

E che sia stata una scelta di successo lo dimostra il fatto che siete ancora lì

“Per tanti anni penso che tutte le bambine e le ragazze che volevano apprendere la danza siano passate da noi. E se penso alle tante scuole istituite in Città e nel Sannio mi emoziona constatare che siano quasi tutte dirette da mie ex alunne. E ancora più grande è la gioia quando portano le loro figlie a studiare da me”.

Impossibile tenere il conto delle alunne, immagino

“Lo sa che mia madre ci ha provato? Portava il conto anno per anno, poi non è riuscita più a tenere il passo. La prendevo anche in giro per questa cosa. Io invece ho conservato tutti i programmi di studi e penso di avere memoria di tutte le mie ex alunne. E oggi grazie a internet e ai social riesco pure a tenere vivi i rapporti. E’ un legame fortissimo nella danza quello che si instaura tra insegnante e allievo. Molte bambine entrano al centro studi che hanno 4 o 5 anni e vanno via che ne hanno 18. E poi insegniamo loro qualcosa che adorano, siamo le maestre del cuore”.

E in tutti questi anni c’è mai stato un momento di difficoltà del settore?

“Assolutamente sì. Siamo passati da anni di forte partecipazione a periodi di rallentamenti importanti. Possiamo dire che la danza è tornata di moda grazie ai programmi di Maria De Filippi”.

I talent dunque hanno prodotto effetti positivi sul movimento

“In linea di massima sì, è così. Hanno creato tanta attenzione verso il mondo della danza. Poi ogni medaglia ha il suo risvolto negativo. Dalla televisione non emergono, per capirci, la fatica e la difficoltà del percorso. In pochi mesi non puoi costruirti una carriera. La danza è impegno continuo, costante. Sono ore e ore di allenamento. E’ disciplina. Non c’è mai una fine degli studi. Non è una cosa facile. Così come non è facile, in Italia, trovare lavoro nella danza. E infatti molti vanno all’estero”.

E’ capitato anche alle sue allieve?

“Certo, diverse mie allieve sono andate via: Germania, Olanda, Polonia, Europa del Nord. Sono tutte aree dove è più facile danzare, fare il ballerino”.

Il nome di una sua allieva che le fa piacere ricordare

“Ultimamente sono tanto orgogliosa del percorso di Giulia Roberto. Ha vinto tanti concorsi di danza, guadagnandosi contratti prima a Roma e poi all’estero, in Germania. Ora è in Polonia ma nei prossimi giorni sarà a Benevento. Perché? Per aiutarmi con il saggio di fine anno, in programma il 28 giugno al Teatro Comunale. E come lei anche altre ex allieve tornano per dare una mano in queste occasioni. E’ questa la gioia della danza, un’arte che fa crescere il corpo ma anche lo spirito. Tutti dovrebbero essere obbligati a danzare. Sarebbe una società migliore. Non è un caso che William e Kate decidano di iscrivere a danza loro figlio”.

E la danza maschile quanto è diffusa a Benevento?

“Meno che in altri contesti. Le mie colleghe di Napoli hanno molti ragazzi nei loro corsi, a Benevento siamo un po’ più chiusi. Quest’anno, però, posso contare su due bambini, due artisti meravigliosi. Uno ha sette anni, l’altro fa la prima media: sono bravissimi e hanno una grandissima passione per la danza. E infatti sono stati loro a scegliere questo percorso. Anche in questo, penso che l’esempio di Roberto Bolle abbia fatto tanto. Andrebbe ringraziato per l’evidenza che ha dato alla figura maschile nella danza”.

Quanta pressione riceve dalle madri per dare spazio alle proprie figlie?

“Non succede più. E’ cambiato tutto da questo punto di vista. Quando ero più giovane non le nego le pressioni da parte delle madri per concedere la parte più importante alla figlia. Adesso accade un’altra cosa: le bambine sono diventate più insicure, alla parte da solista preferiscono quella in gruppo”.

Prima parlavamo di Bolle, di quanto la sua figura stia influenzando le nuove generazioni: il suo riferimento, invece?

“Ho sempre adorato Nureyev, il più grande. Talmente bravo e sicuro di sé da apparire sfacciato. Ogni volta che veniva a Roma, a ballare con Carla Fracci io ero lì a guardare”.

L’evento beneventano che ricorda con maggiore piacere?

“Porterò sempre nel cuore un “Romeo e Giulietta” realizzato con Renato Giordano per un’edizione di Città Spettacolo. Sul palco Valentine Colesanti, figlia di una mia amica e Francesco Mura. Entrambi ballerini dell’Opera di Parigi, lei addirittura étoile, lui primo ballerino in Francia – e sappiamo tutti quanto i francesi siano restii a riconoscere i talenti italiani”.

Ha già messo in conto la data del “ritiro”?

“Smetterò di andare alla scuola il giorno in cui perderò l’entusiasmo”.

 

 

 

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