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Caro Babbo Natale, che voli su questa valle desolata…

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Caro Babbo Natale,
a dirla tutta ho smesso di credere nella tua esistenza quando Falcao giocava nella Roma, l’Avellino era in serie A e Maradona doveva ancora sbarcare a Napoli. Ma visto che il Dio in cui credo aiuta solo gli uomini di buona volontà, categoria che a queste remote latitudini è in via d’estinzione, anche perché non è rimasto chiù nisciuno, mi rivolgo a te, che sulla carta dovresti essere meno severo e pretenzioso.

Sì, lo so che sono in ritardo, lo so che probabilmente sei già partito con le tue renne e che comunque non hai spazio per i miei desideri. Ma io non ti scrivo per chiederti cose, ti scrivo perché non saprei a chi altro rivolgermi, ti scrivo nella speranza che il Dio di cui sopra, osservandomi in questo momento, si ricordi delle mie preghiere e si renda conto che forse anche i pochi tra noi che sono rimasti in queste desolate terre di mezzo meriterebbero un minimo di attenzione. Non foss’altro che per il coraggio dei pochissimi che hanno deciso di restare pur potendo andar via, non foss’altro che per misericordia nei confronti di tutti gli altri, di tutti coloro che non avrebbero potuto far altro che restare.

Veniamo a noi.
La prima cosa che ti chiederei, caro Babbo Natale, è la salute. Banale, starai pensando. Non proprio. Da queste parti il diritto alla salute è diventato un lusso, per raggiungere dai nostri paesi l’ospedale più vicino spesso occorrono ore, ragione per la quale qualsiasi intervento d’urgenza diventa un’utopia, anche il più innocuo degli infarti diventa una sentenza di morte. Nelle nostre strutture pubbliche manca il personale, mancano i medici e gli infermieri, mentre quelle private sono inavvicinabili per chi non ha un ISEE sufficientemente alto. Per un qualsiasi esame un povero cristo può attendere anche 8 mesi, a meno che non abbia qualche santo in paradiso, e mancano all’appello centinaia di medici di base. Qua si salva solo chi può fuggire, chi ha i danari per farsi curare al Nord o all’estero, mentre decine di migliaia di cittadini hanno persino rinunciato a curarsi. E visto e considerato che per rimettere in sesto un sistema sanitario ridotto male come il nostro ci vorrebbero fiumi di quattrini e almeno dieci anni, la prima richiesta che ti faccio è questa. E se proprio non puoi fare niente ti pregherei almeno di intervenire sul nostro amatissimo governatore, affinché la smetta di raccontare favole sulla sanità campana, la smetta di dire fesserie sui mirabolanti passi in avanti fatti dal nostro sistema sanitario. Non se ne può più.

Dovrei chiederti anche un po’ di lavoro, soprattutto per i nostri ragazzi. Abbiamo i tassi di disoccupazione giovanile più alti d’Europa e questa è la ragione per la quale la nostra migliore gioventù cresce sapendo di dover partire per non tornare più. Come ti ho detto non ti chiedo miracoli, dunque la mia richiesta è un’altra ed è strettamente legata a quella che ti farò subito dopo: vorrei che le nostre genti smettessero di togliersi il cappello e di chinare il capo dinanzi ai potenti di turno per elemosinare la speranza di un impiego, di un lavoro anche a termine, magari persino a nero. Vorrei che le nostre genti tornassero a ribellarsi, a credere nel valore del merito e del sacrificio, vorrei che i tanti analfabeti funzionali che abitano le nostre istituzioni fossero sostituiti da persone degne e votate al bene comune, da persone mosse dall’ambizione di servire queste comunità e questi territori, vorrei che i nostri parlamentari s’impegnassero, senza distinguo di sorta, per difendere questo Sud, per difendere i diritti dei nostri figli e delle nostre madri, per rivendicare il diritto di chi un lavoro ce l’ha ad un salario dignitoso, il diritto di chi è disoccupato a credere in un’alternativa, nella possibilità di un futuro migliore in questa terra.

E a tal proposito, eccoci alla terza richiesta, ti chiederei di diffondere un po’ di buonsenso tra le nostre genti. Siamo abituati a litigare, siamo antropologicamente incapaci di riconoscerci, irpini e sanniti, come parti di un tutto, di un destino unico. Ci dividiamo nei Palazzi come allo stadio, come se fossimo perennemente in guerra, come se Montefusco e San Giorgio, per semplificare, appartenessero a due distinte repubbliche autonome. Avremmo bisogno di comprendere che solo insieme possiamo sperare di sopravvivere, di sollevarci dalle macerie sociali, culturali ed economiche tra le quali viviamo come zombie. E questo ha a che fare con noi, prima che con i nostri rappresentanti.

Infine, caro Babbo Natale, ti vorrei chiedere un sorriso per ogni bambino che nasce da queste parti perché credimi, mettere al mondo un figlio è ormai un atto di straordinario coraggio, spesso un atto d’incoscienza. Il sorriso di un bimbo è tutto ciò che resta a molti di noi, costretti da una quotidianità insostenibile, da una vita precaria sotto ogni punto di vista. Il sorriso di un figlio è ciò che restituisce anche solo pochi momenti di serenità, è tutto ciò che può dare un senso al futuro che tanti di noi faticosamente rincorrono nella consapevolezza di non poterlo afferrare.
Scusa lo sfogo Babbo, ma almeno, rivolgendo a te questi miei arditi desideri, nei mesi a venire potrò bestemmiare senza fare peccato.

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