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Opinioni

Se la riforma Delrio non fosse stata approvata le aree interne starebbero molto meglio

Se ad Avellino si sono tenute domenica a Benevento si terranno giovedì, all’insaputa dei cittadini. In questi dieci anni il prezzo più alto della peggiore riforma mai approvata nella storia repubblicana l’hanno pagato proprio le province come le nostre, vaste e parcellizzate. Ecco perché

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Anche se nessuno se n’è accorto, al netto dei diretti interessati, domenica si sono tenute le operazioni di voto per il rinnovo del Consiglio provinciale di Avellino. Giovedì, e nessuno se ne accorgerà al netto dei diretti interessati, si terranno quelle per il rinnovo dell’assise sannita. Contese prive di qualsiasi cifra politica, contese ad uso e consumo degli apparati la cui posta in palio si risolve in poche briciole di gestione. Ma tant’è, Giorgia Meloni ha ritenuto di congelare la riforma delle province promessa per non concedere alla Lega di Salvini la possibilità di saldare voto strutturato e voto di opinione alle europee di giungo. Il Carroccio, da Firenze in su, è il partito egemone sui territori e qualora il Parlamento avesse proceduto all’approvazione della riforma in tempo utile per calendarizzare le provinciali in concomitanza con le europee avrebbe avuto gioco facile a capitalizzare quell’egemonia. Dunque nulla da fare, se ne parlerà nei mesi a venire, magari in autunno per poi fissare le nuove elezioni provinciali di primo livello in coincidenza con le regionali del prossimo anno previste in primavera.

Nelle more, s’impone una riflessione su ciò in questi anni è stato, sulle devastanti conseguenze della riforma voluta ormai due lustri fa da Matteo Renzi, una riforma approvata per assecondare il delirio anticasta del primo Movimento Cinque Stelle, prima che gli italiani potessero esprimersi sulle riforme costituzionali che quel governo propose e quel parlamento approvò. Una riforma che, nella sostanza, cancellò solo gli elettori affidando alla casta l’onere di eleggere se stessa, svuotando la rappresentanza di ogni funzione per affidare al Presidente, eletto sempre dalla casta, un potere assoluto. Questa condizione ha per un verso sottratto ai territori l’ente di riferimento, l’Istituzione di raccordo, di gestione e di programmazione per eccellenza.

E ovviamente a pagare il prezzo più salato sono state le province come le nostre, caratterizzate da territori molto vasti e da una estrema parcellizzazione, dove le amministrazioni provinciali hanno storicamente esercitato una funzione fondamentale di coordinamento e di presidio, attraverso una rappresentanza ampia e composita, capace di dare voce alle istanze di tutti i territori e di garantire equilibrio nelle risposte. In questi dieci anni le comunità sono state sostanzialmente abbandonate, le Province sono state appaltate agli apparati e fortemente ridimensionate in termini di funzioni ed investimenti ma quel vuoto non è stato colmato in alcun modo, ragione per la quale la distanza tra il centro e la periferia, tra il capoluogo e i territori si è fatta siderale, e a prevalere è stata la logica darwinistica in ragione della quale il più grande conta più del più piccolo.

In tale quadro, la logica del voto di secondo livello, in un contesto generale di debolezza della politica, ha favorito il trasversalismo più spudorato, il civismo d’accatto, la logica del mercato, la continua scomposizione del quadro politico in assenza di coordinate riconoscibili, attraverso schemi di coalizione costruiti esclusivamente con il cemento della contingenza e dunque del potere per il potere. È del tutto evidente, tanto per essere chiari, che se la riforma Delrio non fosse mai stata approvata oggi non ci ritroveremmo a fare i conti con questo quadro politico ed istituzionale, non ci ritroveremmo a fare i conti con questo trasformismo dilagante nel nome del civismo, della vicinanza alla gente e ai territori a dispetto di qualsiasi appartenenza. Il punto è che non basterà superare la Delrio, non basterà restituire alle Province le funzioni perdute e al popolo la sovranità smarrita, per ricucire i territori, per riaffermare il primato della politica sull’indistinto. 

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