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ECONOMIA

I panini a Wall Street, l’amicizia con De Blasio, il telefono di De Niro: ‘Pisillo’, il sannita più famoso di New York, racconta il sogno americano

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Per il cinema “The wolf of wall street” è Leonardo DiCaprio. Gli amanti del buon cibo invece guardano altrove. Non a un broker ma a un imprenditore innamorato della cucina. Che non è nato a Los Angeles perché lui l’America l’ha cercata e l’ha trovata. Poi è andato oltre: l’ha conquistata. Senza giacca e cravatta, ma con una polo blu e il tricolore sul petto. Partendo dal basso – “agli inizi ho svolto i lavori più umili, come pulire i gabinetti” – e arrivando sino alla cima delle classifiche di Tripadvisor. E non con la pizza, né con la pasta: gli States li ha vinti sul loro terreno, quello del panino. Una corsa in salita – “ho faticato perché si aspettavano il panino alla piastra stile autogrill o il classico sandwich” – ma ne è valsa la pena. Quanti ristoratori hanno nella propria rubrica telefonica il numero di Robert De Niro? “Ma io lo chiamo zio Bob”. Carmelo “Pisillo” Nazzaro il suo sogno a stelle e strisce se lo è sudato goccia dopo goccia. E oggi che l’ascesa è meno ripida, invece di prendere fiato lui rilancia: “Tornerò a New York l’11 settembre, mi aspetta la firma sui documenti per l’apertura della terza attività. A Times Square”. Prima di risalire sull’aereo, però, si gode il suo Sannio. “Ogni volta che torno è una carezza al cuore”. E voi se volete potete approfittarne: ancora stasera sarà a fare panini nella sua Montesarchio, per ‘Giorni al borgo’. “Gli amici mi hanno coinvolto in questa bellissima manifestazione, con tanti artisti e artigiani. Avrò il mio stand e sono felicissimo, voglio fare bella figura e sto girando tutta la provincia per dei prodotti particolari”.

E poi di nuovo sull’aereo, ricordi la prima volta?

“Nel 2005, un viaggio in avanscoperta. Volevo confrontarmi con il mito americano. Il sogno degli Usa lo coltivavo sin dall’adolescenza. E allora mi sono messo in gioco: il classico biglietto turistico per novanta giorni. Al ritorno in Italia conobbi mia moglie, avevo già in tasca il biglietto per rientrare negli States. Faccio un po’ avanti/indietro fino al 2008 quando mi trasferisco definitivamente, con mia moglie e la nostra bambina di 11 mesi”.

Per fare?

“Prima aprii una pizzeria a Brooklyn. Il pizzaiolo è un mestiere che avevo imparato in Italia, dove ero stato pure aiuto cuoco, cuoco, cameriere. Chiusa la pizzeria, iniziai a fare import/export di prodotti italiani. Da qui l’idea di fare questo panino che per gli americani – la patria degli hamburger – era di fatto rivoluzionario. Rivoluzionario come lo sono a volte le cose semplici, perché io non ho inventato nulla. Ho rivisitato la nostra tradizionale salumeria, utilizzando quelli che erano i contorni delle nostre nonne: pomodori secchi, peperoni arrostiti, zucchine alla scapece. L’apertura nel novembre del 2013. In sordina perché la clientela americana non capiva: chi entrava si aspettava il panino alla piastra stile autogrill o il sandwich freddo. E io a fargli vedere su internet che il panino italiano era una cosa diversa. Non è stato semplice ma è stato un crescendo, grazie anche alle frequentazioni del sindaco Bill de Blasio e all’attenzione dei media”.

Alla fine la tua partita l’hai vinta giocando in trasferta, sfidando gli americani sul loro campo: quello dei panini

“Una scommessa, una sfida, un gioco. E’ nata così. Ad aiutarmi gli anni trascorsi nel settore dell’import/export. Avevo tanti canali, tanti contatti con produttori italiani. Così ho cominciato e così ho continuato: ho sempre utilizzato soltanto prodotti acquistati nel nostro Paese. Una sola eccezione: il pane. I panini li compro qui, per ovvie ragioni. Ma sempre in panifici italiani, ne utilizzo cinque: tutti irpini. Alla qualità italiana, poi, ho aggiunto la quantità americano. Loro sono abituati a porzioni ‘big’. Come dico sempre: non ho inventato nulla ma ho usato tanta fantasia”.

E ora come reagiscono ai tuoi panini?

“Amazing! Wonderfull! Quello americano alla fine è un popolo che sa darti soddisfazione”.

Accennavi prima a Bill de Blasio, un connubio vincente e tutto sannita: come è nato il vostro legame?

“Per la cerimonia del suo insediamento, nel 2014 e dunque pochi mesi dopo l’apertura della paninoteca, ci cercarono alcuni parenti di De Blasio che dovevano arrivare da Sant’Agata de’Goti. Avevano bisogno di supporto logistico e mia moglie è saticulana. Ci mettemmo a disposizione, come facciamo sempre in queste situazioni. E per ringraziarci loro ci invitarono alla festa per l’insediamento, alla Gracie Mansion che è la residenza ufficiale del primo cittadino: una sorta di Casa Bianca del sindaco di New York. Sempre a Manhattan. Andai carico di bigliettini da visita. Li posizionai ovunque: sotto i vasi, dietro i quadri, sui mobili. E nel salutare De Blasio, approfittando della confusione, gliene infilai diversi nelle tasche della giacca. Pochi giorni dopo si presentò al locale con le guardie del corpo. Io non c’ero perché all’epoca continuavo pure il lavoro da agente di commercio. Trovò però mia moglie, sua compaesana: aprirono il cassetto dei ricordi e così è iniziata la nostra amicizia. Che prosegue ancora: ogni compleanno gli porto i panini per la festa. Un anno mi presentai con la sciarpa del Benevento: giallorossa con la scritta “orgoglio sannita”. C’era anche la stampa e quella foto ebbe un successo enorme. Mi contattò anche la società del presidente Vigorito”.

E nel tempo la lista dei ‘vip’ che mangiano da Pisillo a Wall Street si è allungata?

“Merito di tanti fattori, non ultimo la posizione: una mattina, a orario di apertura, mi ritrovai uno dei miei attori preferiti, Bruce Willis, che girava un film proprio dinanzi al locale. “Coming inside” – gli urlai più volte, vieni dentro a prenderti un panino. E lui: “Ma sono le otto del mattino!”. Il panino non lo prese ma facemmo una foto insieme. Meglio così: perché dentro non avevo niente di pronto. Poi sì, qualche cliente noto c’è: Gwyneth  Paltrow, Robert De Niro”.

Eh beh

“Può sembrare incredibile ma con Roberto De Niro oggi siamo amici. Pensa che ho il suo numero di telefono. Ma lo chiamo “zio Bob”. Una persona meravigliosa”.

Ora però ci spieghi come si fa a diventare amici di Robert De Niro

“Lui è socio di tre ristoranti qui a Manhattan, proprio nella zona di Wall Street. Un giorno venne a intervistarmi uno dei suo partner in affari:  ancora oggi cura un magazine sui migliori posti italiani dove mangiare in zona. Ordinò un panino, ne mangiò la metà e l’altra la portò via. Dopo qualche giorno arriva un ragazzo e ordina quel panino. Passa qualche settimana e il ragazzo ritorna. Non lo dimenticherò mai: il locale pienissimo e lui mi fa “vieni fuori che una persona ti vuole conoscere”. Vado e mi ritrovo dinanzi ad un’auto scura. Si abbassa il finestrino: c’è Robert De Niro.  Mi chiede il numero di telefono e a me tremano le gambe. “Scendi” – gli faccio. E lui: “Hai idea di cosa succede se adesso scendo dalla macchina?”. Poi sono andato io a mangiare al suo locale e così ci siamo conosciuti”.

Chi è il cliente di Pisillo?

“Lo scrisse una giornalista de ‘Il Sole 24 Ore’: qui vengono tutti. In fila trovi il broker di Wall Street e dietro di lui un muratore o un impiegato. Tanti lavoratori ma anche tanti turisti. E ovviamente italiani, molte coppie di sposi in viaggio di nozze. La paninoteca non guarda a un target specifico, mi fa felice essere un riferimento per tutti. E’ bello, come dicevamo prima, avere clienti famosi ma guardo di più al popolo. Per questo mi impegno per tenere costi standard, un risultato possibile grazie proprio all’esperienza vissuta negli anni dell’import/export”.

97 Nassau St. New York, financial district: è l’indirizzo della tua ormai storica paninoteca nella Grande Mela: chi entra cosa trova nel menù?

“Di base 35 panini, ciascuno dedicato a un capoluogo di regione in Italia. Più qualche eccezione, come il panino Montesarchio o il panino Benevento. A ogni città è associato un prodotto che la rappresenta: lo speck per Trento, il prosciutto di Parma per Parma, la mortadella per Bologna. Ogni settimana poi c’è un panino diverso. Per Benevento, che non ha un suo salume tipico ma è terra dove si fa di tutto, ho pensato all’olio extravergine di oliva, al prosciutto e al provolone. Una roba semplice ma va tantissimo”.

C’è tanto giallorosso nella tua attività così come nei tuoi video su instagram

“Rimarco le mie origini: sono un sannita-caudino e la mia città è Benevento. La bandiera sempre esposta sta a rivendicare la mia appartenenza. Ma c’è anche un altro aspetto. Come tutti coloro che si espongono sui social, pure io ho i miei haters. Non puoi capire quanti insulti ricevo, quante volte mi sono sentito dire “ecco il cafone di Benevento che si spaccia per napoletano”. Chi io? Io non ho nulla contro Napoli ma Napoletano non lo sono mai stato né mi sono mai spacciato per tale. Anzi, mi ha sempre infastidito questa associazione. Ribadisco: non perché sia contro Napoli ma perché sono orgogliosamente Beneventano. E allora a chi insulta non replico. La mia risposta è la bandiera” .

Esiste una comunità Beneventana ‘organizzata’ a New York o altre attività con riferimenti così specifici al Sannio?

“A White Plains, sempre nello stato di New York, c’è un importante insediamento di durazzanesi. Si dice siano più numerosi degli stessi abitanti di Durazzano. Beneventani no, altrimenti li conoscerei. Fuori New York, però, a due ore di auto di distanza, c’è un ristorante gestito da un beneventano che si chiama proprio ‘Strega’”.

E il sogno americano, invece: esiste ancora?

“Esiste sì, come esisteva cento anni fa. Magari oggi è un po’ più complicato, serve più tempo. Ma gli Usa restano un Paese di opportunità. Per coglierle occorre tanta voglia di mettersi in gioco e disponibilità al sacrificio. Ricordo i primi tempi, complicati. I lavori umili – a pulire i gabinetti – e una lingua sconosciuta da imparare. Però poi le soddisfazioni sono arrivate. Ecco: l’America è una terra che ti ripaga. Per questo il sogno esiste ed esisterà sempre”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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