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Cittadini

Comunali, la lettera: negato diritto al voto a due non vedenti

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una cittadina che racconta l’odissea di due aventi diritto al voto, non vedenti, in sede elettorale.

“Sono amica, nonché accompagnatrici da diversi anni, di due persone cieche. Premesso che, quanto una malattia invalidante come la cecità, possa cambiare la vita, non può essere in alcun modo capito o immaginato da noi fortunati dotati di tutti i sensi, la presente lettera mira solo a sensibilizzare, e non a polemizzare sull’operato di chi è tenuto a far rispettare una legge, seppur per certi versi insensata.

Giorno 5 giugno ’16, io e i miei due amici, ci rechiamo insieme al seggio, muniti di carta di identità, io, e carta di identità e tessera elettorale (con timbro che attesta la necessità di essere accompagnati fino in cabina), loro.

È il nostro turno. Io e il mio amico esibiamo tutti i documenti e ci accomodiamo in cabina. Ma una signora, (gentilmente Le riservo ancora questo titolo), votante come noi, in fila dopo di noi, incurante del valore che, a volte, la discrezione e la sensibilità possano avere, dice a gran voce: “Perché vanno in due in cabina?”. “Abbiamo un timbro che ci permette di farlo” rispondo io, mentre il Presidente di Seggio, in modo discreto cerca di far capire alla signora che il mio amico è cieco. Ma la signora incalza: “Per essere accompagnati non è necessario essere ciechi assoluti?”. “Beh Signora, mi dispiace di aver dimenticato a casa il cartello che solitamente appendiamo al collo e che attesta la malattia diagnosticata ai miei amici, ma mi dica, Lei, come fa a capire il grado di cecità delle persone che ha qui davanti?”, le chiedo. La signora smette di rispondere, e io posso finalmente accompagnare i miei due amici, prima l’uno e poi l’altra, ad esercitare il sacrosanto diritto di voto.

Purtroppo però, la questione non è morta lì, ma noi, lo abbiamo constato solo il giorno 19 giugno, ossia il giorno del ballottaggio.

È il nostro turno. Entro con la mia amica, munita di carta di identità io, e carta di identità e tessera elettorale lei. Come sempre insomma. Stessi documenti esibiti ogni volta. Stessi documenti esibiti anche il giorno 5 giugno, quando seppur con tanta amarezza per l’accaduto, siamo riusciti ad entrare in cabina. “Signorina, mi serve la Sua tessera elettorale!” mi dice il Presidente del Seggio (o chi per lui). “Mi scusi? Sono anni che esibisco solo la carta di identità, perché oggi vuole anche la tessera elettorale?”. “Perché la volta precedente ha alzato un polverone…”. Amareggiata decido di tornare a casa a prendere la mia tessera elettorale ma…“Signorina, se accompagna l’uno non può accompagnare l’altro…”.

Decidiamo quindi di tornare a casa, senza che né l’uno e nell’altro avessero votato. Perché l’accompagnatore era uno. E le persone da accompagnare erano due. E allora, chi si arrogava il diritto di decidere chi dei due dovesse esercitare il proprio diritto di voto? (La ripetizione della parola “diritto” è volontaria).

Quindi ricapitolando, la legge 17 del 5 febbraio 2003, afferma: “I ciechi, gli amputati delle mani, gli affetti da paralisi, possono esercitare il diritto di voto con l’aiuto di un elettore della propria famiglia o di un altro elettore, volontariamente scelto come accompagnatore. Nessun elettore può esercitare la funzione di accompagnatore per più di un disabile. Sul certificato elettorale dell’accompagnatore è apportata un’apposita annotazione dal presidente del seggio nel quale egli ha assolto tale compito”.

Non è mia intenzione sindacare sul testo di una legge nazionale. Non è mia intenzione sindacare sull’operato di chi, a vario titolo, ha solo il dovere di farla rispettare. Vorrei soltanto precisare, che la legge in questione è datata 17 febbraio 2003, e che quindi anche il giorno 5 giugno 2016, avrebbero dovuto farci le stesse obiezioni.

Vorrei soltanto precisare che se è giusto che una legge venga rispettata, deve essere rispettata sempre, e non solo dopo che una signora (per fortuna è l’ultima volta che le concedo il titolo), inizia a polemizzare e soprattutto a diagnosticare gradi di cecità a destra e a manca, come se fosse Mago Merlino.

E infine vorrei soltanto ricordare a tutti, che un bel bagno di umiltà e di sensibilità, prima di uscire di casa, non ha mai fatto male a nessuno. Vi saluto con una citazione, dalla paternità incerta, ma che può indurre a riflettere: Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre!”.

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