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L’Archeoclub di Benevento in visita culturale a Montesarchio

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Ricco di interessanti appuntamenti ricreativi, formativi ed istruttivi è il “nuovo anno culturale” firmato dall’Archeoclub d’Italia, sez.di Benevento che, nei giorni scorsi, si è aperto con una interessante visita al Museo Archeologico Nazionale della Valle Caudina.

In tanti, sia tesserati che non, hanno partecipanto a questo importante spazio culturale con il quale si è dato il via al fitto programma di visite calendarizzate per il corrente anno 2014 da parte del presidente Michele Benvenuto.

“Rosso immaginario” è il titolo di una esposizione di vasi sannitici allestita con gusto, intelligenza e scientificità nel Castello D’Avalos di Montesarchio, oggi Museo archeologico nazionale del Sannio caudino.

L’esposizione sarà visitabile gratuitamente fino a tutto settembre 2014, salvo proroghe (e sarebbe iniziativa auspicabile, almeno per ripagare l’immane sforzo organizzativo compiuto dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali della Campania).

Per offrire al pubblico la sequenza di reperti archeologici recuperati nel tempo sulla piana della presunta Caudium si è infatti proceduto su due binari: da un lato, il restauro (da completare sul versante esterno) dello storico maniero e, dall’altro, l’adattamento degli spazi interni per le necessità di una rassegna capace di coinvolgere sia l’inclito sia il profano (per esemplificare le diverse categorie di visitatori come intellettuali, turisti, scolaresche).

Operazione non facile dovendo utilizzare ambienti di media dimensione accanto a vani di ridotta capienza, tenendo presente che per lungo periodo la rocca ha avuto funzioni di prigione prima con il Borbone e poi con il Savoia (come spiegano con chiarezza e preparazione gli addetti al complesso monumentale).

Questa straordinaria vetrina sui reperti sannitici si apre con una illustrazione sul popolo caudino sotto il profilo etnico e territoriale, ricorrendo spesso ad espressioni didattiche a tutti comprensibili, prima di esplorare una serie di pezzi straordinari (crateri, vasi, cocci, reperti di varia utilità) visti in chiave virtuale e attraverso gli originali, peraltro restaurati in modo perfetto dopo il complesso recupero nella vasta necropoli individuata nella valle: finora sono circa tremila i ritrovamenti ma potrebbero crescere ancora se i fondi per gli scavi fossero illimitati.

L’intitolazione della mostra al “Rosso immaginario” si collega all’uso del colore per le figure dipinte sui manufatti locali in contrasto con il nero tipico della produzione attica alla quale certamente si ispirava.

Appare davvero difficile trasmettere le sensazioni culturali offerte da questa rassegna all’animo del visitatore. Tale almeno era l’opinione degli amici dell’Archeoclub di Benevento che hanno visitato la mostra.

Da tutti è stato espresso un giudizio positivo per quanto riguarda l’allestimento mentre un certo stupore ha destato la mancanza di testi (guide o saggi) per rievocare anche a distanza di tempo questa bellissima esperienza.

Nel corso della escursione a Montesarchio (visitate anche l’antica e affascinante abbazia di San Nicola e il santuario della Trinità, grazie all’ospitalità del parroco don Ivan) non poteva mancare una discussione sull’origine del toponimo.

Esclusa la superata credenza che puntava sulla corruzione di Mons o Ara Herculis, tempio di Ercole peraltro mai esistito, oggi si concorda sull’aggiornata espressione di Mons Arcis o Mons Arcium, colle delle fortificazioni, sulla base di quanto proclamato 130 anni fa da Alfonso Meomartini e ribadito nel 1917 da Antonio Jamalio il quale precisava che in fondo l’etimologia mista latina-greca Montis-Archos “è come chi dicesse Capo-di-monte, termine così frequente nella toponomastica meridionale: difatti basta considerare la situazione di Montesarchio proprio a capo della catena di colline” sotto il Taburno.

Quanto al corpo principale del castello adibito a carcere, esso deve la propria notorietà perché lì passarono brevemente i patrioti Carlo Poerio e Nicola Nisco (dubbi sulla presenza di Michele Pironti, rinchiuso a Montefusco) e lungamente centinaia di condannati per reati penali sia prima  che dopo l’Unità nazionale.

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