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ECONOMIA

IMU sui capannoni industriali. Stangata di 1.706,2 euro in più per gli imprenditori beneventani

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Si annuncia come un salasso. Agli imprenditori beneventani il saldo per l’Imu sui capannoni industriali da versare entro il 17 dicembre costerà il 71,4% in più rispetto a quanto pagavano con l’Ici.

Il dato emerge da un’analisi condotta dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre.

I più tartassati saranno gli imprenditori che esercitano l’attività nel Comune di Milano: il maggior prelievo imposto nel capoluogo lombardo è del 154,4% (pari ad un aumento medio di  2.331 euro).

Ma il capoluogo sannita non è da meno. Qui infatti le aziende si troveranno a sborsare rispetto al 2011, 1.706,2 euro in più. Se infatti, secondo i numeri riportati nello studio, l’Ici versata l’anno scorso si aggirava sui 2.388,74, quest’anno l’IMU tocca i 4.094,97.

Ritoccata al rialzo è anche l’aliquota, che il Comune di Benevento ha portato al 10%, quasi cioè il valore massimo consentito dalla legge (10,6%).

Percentuali che non si discostano dalla media nazionale. Su 98 Comuni capoluogo di provincia monitorati dalla CGIA infatti, solo l’Amministrazione di Asti ha diminuito di un punto l’aliquota ordinaria (prevista per legge al 7,6‰), 13 Comuni hanno mantenuto quella base del 7,6‰, mentre gli altri 84 (pari all’85,7% del totale) l’hanno aumentata.

Tra questi ultimi, ben 33 (pari al 33,6% del totale dei Comuni analizzati) ha portato l’aliquota Imu sui capannoni al 10,6‰.

Quali sono le ragioni di questi aumenti di imposta, che a livello medio nazionale si attesteranno attorno al 67%, pari ad un maggior aggravio per le imprese ubicate nei Comuni capoluogo di provincia di 1.402 euro?

Secondo la CGIA di Mestre “va innanzitutto registrato che l’aliquota Ici media nazionale applicata nel 2011 dai Comuni  capoluogo di provincia sui capannoni industriali era del 6,71‰. Quella dell’Imu, invece, sale   quest’anno al 9,33‰.

Dopodichè, ricorda la CGIA, con il decreto “Salva Italia” sono stati rivalutati i coefficienti moltiplicatori che vengono applicati alle rendite catastali. Per i negozi e le botteghe sono passati da 34 a 55, per gli uffici e gli studi privati da 50 a 80, per i laboratori artigianali da 100 a 140 e per i capannoni industriali e gli alberghi da 50 a 60.

Infine, non va trascurato nemmeno il comportamento tenuto dai Sindaci che, in generale, hanno mantenuto  l’aliquota ordinaria del 4‰ sulla prima casa, cercando così di non penalizzare troppo le famiglie, ma l’hanno ritoccata enormemente all’insù sulle seconde case e sulle attività produttive/commerciali”.

“In una fase economica in cui i consumi sono in forte contrazione, il credito continua ad essere erogato con il contagocce e le tasse continuano ad aumentare – commenta Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA –  auspico che il Governo, visto che la legge gli dà la possibilità di farlo  entro il 10 dicembre, riveda al ribasso le aliquote dell’Imu per le attività produttive, altrimenti corriamo il  pericolo che molte piccole aziende chiudano i battenti e finiscano a lavorare in nero.

Non dimentichiamo – conclude Bortolussi – che nella stragrande maggioranza dei casi gli imprenditori pagheranno l’imposta municipale due volte. Una come proprietari di prima casa e l’altra come proprietari di immobili ad uso commerciale o produttivo. Visti gli aumenti introdotti quest’anno, ho il timore che  molti piccoli artigiani e piccoli industriali si troveranno in grosse difficoltà a versare il saldo previsto entro il prossimo 17 dicembre.”
Li.Ci.

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