Opinioni
Benevento e la ‘sindrome dei media ostili’: il giornalismo non può essere costretto a scegliere da che parte stare
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Dall’interessante incontro tra due mondi politici, quello di Umberto Del Basso De Caro e quello di Pasquale Viespoli, e dai numerosi spunti sollevati dai due ex parlamentari è emerso anche qualcosa di cui, in tutta onestà, avrebbero potuto fare a meno: un ingiustificabile attacco ad alzo zero alla stampa beneventana, seguito da un riferimento agli editori, definiti “strumentali a…”. Non importa quale fosse il nome che concludeva la frase, perché la gravità risiede nell’affermazione che la precede. Semplicemente perché oggi il nome è uno, ma chi ha una certa età e qualche capello bianco sa che dieci anni fa era un altro e dieci anni prima ancora un altro, e così via.
Più e più volte, chi svolge il proprio lavoro nel settore dell’informazione e della comunicazione si ritrova a essere oggetto, e non soltanto a Benevento, di un fenomeno sociologico definito hostile media effect o hostile media phenomenon, ovvero, per dirla nella lingua di Dante, “effetto dei media ostili”.
Il fenomeno è stato studiato per la prima volta nel 1985 da tre psicologi, Robert P. Vallone, Lee Ross e Mark R. Lepper, nell’ambito di un più ampio studio riconducibile alla teoria che prende il nome di realismo ingenuo. L’effetto dei media ostili riguarda, nello specifico, quella “tendenza psicologica per cui le persone con forti opinioni contrapposte su un argomento controverso percepiscono una copertura giornalistica come ingiustamente schierata a favore della fazione avversaria”.
Si tratta di un meccanismo che contribuisce al calo di fiducia nei confronti del giornalismo e dei mezzi d’informazione. Spinge gli utenti a rifugiarsi in fonti polarizzate o negli algoritmi dei social network, che tendono a proporre contenuti coerenti con le convinzioni già maturate, alimentando il fenomeno delle cosiddette camere dell’eco (echo chambers) e riducendo lo spazio per un dibattito pubblico articolato e razionale.
Va anche detto che il fenomeno riguarda in particolar modo quanti sono maggiormente radicalizzati nelle proprie convinzioni, ritenute giuste a prescindere da qualsiasi possibilità di confronto o critica. Persone che negano aprioristicamente il dialogo, forti delle proprie insindacabili ragioni, al punto da considerare chiunque non si uniformi al loro pensiero un soggetto ostile, se non addirittura asservito all’avversario, talvolta persino da compatire. Per costoro appare assolutamente inconcepibile che possa esistere un pensiero critico diverso dal proprio, senza che questo debba necessariamente essere considerato sbagliato o animato da secondi fini.
Una delle caratteristiche principali del “fenomeno dei media ostili” è la percezione distorta di quanto si legge o si ascolta: le parti contrapposte sono convinte che i media favoriscano i propri avversari, pur assistendo esattamente allo stesso servizio giornalistico o leggendo il medesimo articolo.
Chi si muove nel mondo dell’informazione può certamente osservare quanto i beneventani siano poco avvezzi al dibattito sociale e politico, soprattutto tra i soggetti maggiormente radicalizzati. Il discorso nella sala Vergineo ha toccato anche il ruolo degli editori locali, ai quali è stato contestato di non essere editori puri, ma di coltivare altri interessi. Vivaddio lo fanno perché, senza quegli editori che perseguono anche altri interessi, nessuna nota stampa verrebbe pubblicata, nessun politico raggiungerebbe il pubblico con i propri convegni e nessun commentatore social potrebbe conoscere fatti e parole per comporre liberamente la propria opinione, anche quando questa si concretizza nella contestazione di media e giornalisti. Gli editori beneventani lo fanno da imprenditori e rischiano con la propria borsa, anche per pagare quei giornalisti che dovrebbero difendere la categoria e non catechizzarla. Non serve mettersi in salvo in proprio: non si fa il bene del giornalismo, della libertà di pensiero e di stampa, degli editori e, di conseguenza, dei lettori, di tutti i lettori, compresi quelli radicalmente orientati, che senza editori e senza giornalisti resterebbero privi di informazioni.
Ma poi, chi lo ha deciso che un editore o un giornalista che non la pensi come la maggioranza o la minoranza delle persone, o come una claque social, sia necessariamente in errore? Chi ha stabilito chi sia una persona di libero pensiero e chi, invece, un prezzolato e asservito? Chi ha deciso che un qualunque politico, un qualunque utente social sia nel giusto, mentre il resto del mondo è in errore? Chi ha nominato i giudici supremi di questo tribunale? Quale concorso della vita hanno vinto? I prezzolati e gli asserviti possono essere anche i sostenitori di una parte politica o dell’altra che, per l’appunto, appoggiano il proprio leader politico, partito o movimento per perseguire interessi propri e personali.
Resta una considerazione difficilmente contestabile: a Benevento, in particolare in questo momento storico, o sei della “Rosa Bianca” o sei della “Rosa Rossa”, senza che la “Vecchia Pace” sia mai stata sottoscritta. Non è forse un caso che Benevento abbia vissuto per secoli il peso di questa contrapposizione e che oggi, pur in un contesto storico e politico profondamente diverso, certi atteggiamenti sembrino riprodursi. Come se, a Benevento, anche il giornalismo dovesse necessariamente scegliere una rosa da appuntarsi sul petto. Ma chi lo ha deciso che un giornalista non possa avere un proprio personale senso critico nei confronti di persone, situazioni e comportamenti?
A Benevento, forse può mancare la buona politica, ieri, oggi e domani, ma non manca e non è mai mancata la libera stampa, che dà spazio a tutti. E questo nessuno lo può obiettare, ma proprio nessuno.
Viva la libertà di pensiero, qualunque esso sia, perché vale per chiunque e per qualunque pensiero venga espresso. Se non si riconosce questa libertà negli altri, ma soltanto in sé stessi, si è in errore in partenza.




