POLITICA
Benevento, oltre la conta dei manifestanti: l’opposizione protesta ma non propone, il mastellismo che non ammette gli errori
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Nelle 24 ore successive alla manifestazione convocata dalle opposizioni, sostanzialmente di sinistra, presenti in Consiglio comunale, l’argomento più dibattuto è stato il numero dei partecipanti al corteo, partito dalla Biblioteca provinciale e fermatosi nei pressi della Prefettura.
Circa 300 i manifestanti stimati dalle forze dell’ordine, che hanno fornito questa indicazione ai media che ne hanno fatto richiesta. Domanda e risposta lecite e oltremodo consuete da parte dei cronisti in occasione di manifestazioni di ogni genere. Ma questa circostanza, in una città che vive giorni tesi e dove ogni occasione è buona per vedere congiure, complotti e complottisti, è stata mal digerita da entrambi i fronti: dai manifestanti e da chi è stato contestato. Pochi, per le opposizioni, i 300 presenti stimati. Troppi per la maggioranza contestata: erano duecento.
Ancora una volta, “quando il saggio indica la luna, lo stolto vede solo il dito”. A nostro avviso, il numero dei partecipanti è un tema scarsamente interessante. Molto più interessante è capire cosa sia andato in scena domenica sera. Non certamente una città che si ribella, protesta ed è in subbuglio. Piuttosto, una rappresentanza politicamente ben identificata e riconoscibile di chi si oppone alla maggioranza mastelliana, si può dire sin dal suo insediamento. Nulla di più e nulla di meno. Non c’erano volti, movimenti o rappresentanze che si fossero aggregati alla “storica e consolidata” opposizione mastelliana. Non mancavano, invece, volti e firme social amiche, che pure sostengono puntualmente le tesi dell’opposizione. Insomma, c’era poco di nuovo.
Ma, soprattutto, mancava ancora una volta la proposta. Continua a esserci soltanto la protesta. L’antimastellismo sembra essere l’unico leitmotiv dell’opposizione ritrovatasi sotto il Palazzo del Governo, senza che la minoranza consiliare di sinistra si accorga di quanto l’assenza di una proposta politica riconoscibile alimenti sempre più le critiche che continua a ricevere sui social. Domenica sera, da quel che si è capito e da quanto si è riusciti ad ascoltare, c’erano la richiesta di dimissioni del sindaco, l’invito ad andare a casa rivolto ai consiglieri di maggioranza e agli assessori, e il restante campionario dell’indignazione populista e popolare. Ma non una parola (se c’è stata, ce ne scusiamo, ma non l’abbiamo udita) su cosa fare, come farlo e con chi farlo in futuro. “Cambiare e cambieremo, ma come, quando e con chi ve lo faremo sapere”. È un po’ questo il claim di un’opposizione, fra l’altro, nemmeno compatta e incapace di portare a casa quantomeno una mozione di sfiducia da sottoporre al Consiglio comunale. Le dimissioni invocate, dunque, appaiono meramente simboliche, nella consapevolezza di chi le chiede che non arriveranno mai.
È stato allora interessante ascoltare qualche consigliere comunale d’opposizione che, forse freudianamente, ma sicuramente con sincerità, ha riferito che la manifestazione serviva soprattutto a riprendere contatto con le persone, “perché non basta muoversi e interloquire solo dietro uno schermo”. Questa assunzione di responsabilità fa sicuramente onore a chi l’ha espressa. Se poi sia tardiva o rappresenti soltanto una strategia elettorale è un giudizio che lasciamo volentieri agli elettori.
Altra parola che si è spesso udita è stata quella del garantismo, sulla quale sarebbe necessaria qualche riflessione in più. Essere garantisti sul piano giudiziario e chiedere contemporaneamente dimissioni per responsabilità politica non è, di per sé, una contraddizione. Lo diventa, però, quando si invocano le dimissioni facendo leva su un’inchiesta giudiziaria. Occorrerebbe distinguere le eventuali responsabilità penali dei singoli da quelle politiche dell’intera amministrazione. Spiegare, dunque, non semplicemente elencare. Le dimissioni politiche si potrebbero chiedere per le strisce blu, la mensa, i miasmi e via discorrendo. Ma non si può fare un unico calderone, gettando l’affaire Santamaria tra le altre questioni, dichiararsi garantisti e invocare le dimissioni. O meglio, lo si può fare, e lo si sta facendo, ma senza scandalizzarsi se poi si perde credibilità, in particolare quando si pronuncia la parola “garantismo”.
A quale tipologia di responsabilità politica si può ricondurre la richiesta di dimissioni di sindaco, assessori e consiglieri comunali, in virtù di un’inchiesta giudiziaria che, sino a oggi, ha lambito uno solo tra loro, senza che nessuno degli altri sia stato anche soltanto ascoltato dalla magistratura come semplice “persona informata sui fatti”? È anche questo il nodo che l’opposizione dovrebbe sciogliere, anziché limitarsi a invocare un passo indietro collettivo.
Ma se ciò è quanto mancato domenica sera, e già mancava all’opposizione, va anche detto ciò che, a nostro avviso, continua a mancare alla maggioranza, a cominciare dal suo sindaco. Alla città manca ancora una chiara assunzione di responsabilità per aver sbagliato il sindaco nella scelta di alcuni uomini, e gli assessori in alcune decisioni politico-amministrative. Nulla di sensazionale, basterebbe dire: “Abbiamo sbagliato, proveremo a rimediare”. Sino a oggi, invece, soltanto frammenti di prese di distanza, in occasioni diverse. Servirebbe uscire allo scoperto e dire in modo chiaro, nitido e incontrovertibile: “Ho sbagliato nella valutazione di alcune persone alle quali è stato concesso troppo agio e a cui sono state affidate eccessive responsabilità. Abbiamo sbagliato in alcune scelte politico-amministrative e stiamo lavorando per correggere”.
Del resto, chi non sbaglia? Nella vita si può sbagliare persino nello scegliere un marito o una moglie, un socio in affari, nel valutare un amico o anche un parente. Si può sbagliare lavoro, la scelta di una casa o di una macchina. Tutti sbagliano e si può sbagliare in ogni cosa. Ma non capire, non riconoscere e non ammettere uno sbaglio significa soltanto aggiungere altri errori a quelli già commessi.




