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CULTURA

Territori in bilico – La violenza tra giovani come fallimento educativo e sociale

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La tragedia dell’accoltellamento mortale del giovane a La Spezia è solo un episodio dei tanti a cui assistiamo in questo momento storico. E non va interpretata solo come un fatto di cronaca, ma come spia di dinamiche emotive, sociali e relazionali profonde che oggi vivono i giovani. Un gesto del genere non è mai improvviso o “un raptus”.

La violenza non emerge dal nulla: è spesso l’esito di tensioni, frustrazioni e difficoltà emotive accumulate e che non sono state riconosciute o elaborate prima. Gesti estremi come questo non “scattano” da soli, ma si collegano a un processo di sofferenza interna non espressa in modo sano e incanalata in una dimensione sbagliata.

Quando un ragazzo non ha imparato o non ha avuto spazi sicuri per gestire rabbia, frustrazione e conflitti, l’unica modalità che conosce per scaricare stati emotivi intensi può diventare un’azione violenta. In questi casi la mente razionale può “spegnersi” per lasciare spazio all’impulso fisico di agire contro l’altro.

Il fatto grave è che l’episodio sia avvenuto tra i banchi di scuola e ciò ha un forte valore simbolico: la scuola dovrebbe essere percepita come un luogo di crescita, di regole condivise e di relazioni supportanti. Uno spazio di crescita dove i genitori che aspettano a casa pensano che i propri figli siano al sicuro. Quando questo ambiente diventa teatro di violenza, si perde un riferimento fondamentale per il senso di sicurezza e appartenenza, aumentando ansia e comportamenti devianti tra gli studenti. Purtroppo il comportamento violento non nasce solo da caratteristiche individuali, ma anche da influenze esterne come eccessive aspettative familiari, isolamento emotivo, esclusione.

Per non parlare dei social e dei modelli di aggressività proposti o lo scarso ascolto e contenimento da parte di adulti significativi (come genitori e insegnanti). Un evento di questo tipo ci fa capire che i ragazzi sono soli anche quando sono connessi e che non sanno riconoscere e definire le proprie emozioni per cui le ‘agiscono’ impulsivamente. Dobbiamo riflettere su quanto siano necessari dei supporti psicologici tempestivi per cercare di prevenire attraverso l’ascolto, la condivisione, il sostegno sia dei ragazzi che delle famiglie, episodi come quello accaduto a La Spezia.

Allo stesso tempo serve aiuto perché la comunità possa rielaborare quanto accaduto attraverso una rieducazione emotiva e cercando di creare degli spazi di contenimento emotivo affinché i ragazzi possano imparare a gestire le proprie emozioni senza dover ricorrere a gesti estremi. L’uccisione di Youssef rappresenta il fallimento della società dal punto di vista educativo, una società che non sa riconoscere i silenzi dei propri figli. Allarmiamoci, perché solo con la preoccupazione possiamo attivarci e fare qualcosa. Adesso.

Teresa CiarloPsicologa e psicoterapeuta

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