Fortore
Fortore, l’allarme di una ristoratrice: «Il territorio si spopola, chi fa impresa è lasciato solo. Così rischiamo di morire»
La titolare del ristorante Villa Canonico di Baselice lancia un appello alle istituzioni: «Negli ultimi vent'anni matrimoni in calo fino all'80%, i giovani vanno via e le attività economiche sono sempre più in difficoltà. Chi investe nelle aree interne non può essere lasciato solo»
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Un territorio che si svuota, un’economia che fatica a sopravvivere e una politica che, negli anni, non sarebbe riuscita a garantire le condizioni necessarie per invertire la rotta. È un grido d’allarme quello lanciato da Lea Marucci, imprenditrice di Baselice e titolare del ristorante Villa Canonico, che ha affidato a una lettera aperta una riflessione sul futuro del Fortore e, più in generale, delle aree interne della provincia di Benevento.
Un intervento che parte da un’immagine particolarmente significativa: quella delle chiese sempre più vuote e dei registri comunali che raccontano, anno dopo anno, il progressivo impoverimento demografico dei piccoli centri. Secondo Marucci, negli ultimi trent’anni il Fortore e l’Alto Sannio hanno attraversato un vero e proprio inverno demografico, con conseguenze che vanno ben oltre la semplice diminuzione della popolazione, investendo l’intero tessuto sociale, culturale ed economico.
A testimoniare questa trasformazione, l’imprenditrice richiama alcuni dati relativi al numero dei matrimoni nei comuni del comprensorio, mettendo a confronto le celebrazioni registrate intorno al 2000 con quelle stimate per il biennio 2025-2026. Numeri che, pur essendo indicati nella lettera come rilevazioni raccolte sul campo e non come dati statistici ufficiali, restituiscono la portata del fenomeno.
A San Bartolomeo in Galdo si sarebbe passati dalle 35-40 nozze annuali di inizio millennio alle attuali 8-12, con una riduzione indicata del 72%. A San Giorgio la Molara il calo sarebbe del 70%, così come a Foiano di Val Fortore e Molinara. A Baselice, secondo la ricostruzione di Marucci, si sarebbe passati da 16-20 matrimoni all’anno a 4-7, mentre a Castelvetere in Val Fortore la contrazione arriverebbe al 75%. Percentuali significative anche a San Marco dei Cavoti, Circello e Colle Sannita.
Ma dietro il calo dei matrimoni, osserva l’imprenditrice, si nasconde una catena di conseguenze che coinvolge le nuove nascite, i battesimi, le prime comunioni, le cresime e tutte quelle occasioni familiari e collettive che per decenni hanno rappresentato un importante momento di aggregazione, oltre che una fonte di lavoro per ristoranti, sale ricevimenti, attività commerciali e operatori del territorio.
Il peso della crisi sulle attività economiche
È proprio da imprenditrice che Lea Marucci affronta uno degli aspetti più delicati della questione: le difficoltà di chi ha scelto di investire nel Fortore, spesso mettendo in gioco risparmi, sacrifici personali e anni di lavoro.
Chi negli anni Novanta ha realizzato strutture ricettive, ristoranti, locali, attività commerciali e artigianali, oggi si ritrova a fare i conti con un mercato profondamente cambiato e con una domanda sempre più ridotta.
«Chi fa impresa qui non si arrende: ci si reinventa ogni giorno», scrive Marucci, ricordando come molte attività abbiano dovuto puntare su compleanni, serate danzanti, ristorazione nei fine settimana e piccoli eventi locali per continuare a lavorare.
Una capacità di resistenza che, tuttavia, non può sostituire una strategia di sviluppo. L’imprenditrice denuncia infatti l’assenza di una programmazione politica capace di valorizzare le potenzialità del territorio e di sostenere concretamente chi continua a investire nelle aree interne.
L’isolamento infrastrutturale e le occasioni mancate
Tra le principali cause dello spopolamento, Marucci individua soprattutto la carenza di infrastrutture e i collegamenti stradali inadeguati.
«Le strade che collegano i paesi del Fortore sono ancora oggi le strade degli asini», è una delle espressioni più dure contenute nella lettera. Un’immagine utilizzata per descrivere una viabilità che, a suo giudizio, continua a ricalcare vecchi tracciati, con percorsi tortuosi, buche e tempi di percorrenza incompatibili con le esigenze di cittadini, imprese e turisti. Secondo l’imprenditrice, in cinquant’anni non sarebbe stato realizzato un adeguato piano di sviluppo viario capace di rompere l’isolamento del comprensorio.
Tra le occasioni mancate viene citata anche la possibilità di valorizzare il turismo religioso. Il Fortore, infatti, si trova in una posizione geografica che potrebbe rappresentare un collegamento strategico tra Pietrelcina, luogo natale di San Pio, e San Giovanni Rotondo, in Puglia, due importanti mete di pellegrinaggio.
Da qui la proposta di un collegamento stradale più rapido che, passando per Foiano di Val Fortore e Baselice, possa raggiungere le direttrici verso Foggia e Campobasso. Un’infrastruttura che, nella visione di Marucci, avrebbe potuto trasformare il territorio in un corridoio di transito per pellegrini, visitatori e operatori turistici, generando nuove opportunità occupazionali e ricadute economiche.
Giovani costretti a partire, il rischio di un territorio senza futuro
L’altro grande tema sollevato nella lettera è quello dell’emigrazione giovanile. Ragazzi e ragazze che lasciano i paesi d’origine per studiare e lavorare nelle grandi città o all’estero, senza trovare successivamente motivi sufficienti per tornare.
Milano, Roma e le destinazioni internazionali diventano così luoghi in cui costruire il proprio futuro, mentre nei comuni del Fortore restano spesso le abitazioni dei genitori, le case di famiglia e i terreni agricoli sempre meno utilizzati.
Secondo Marucci, molti giovani sarebbero disposti a rimanere o a rientrare dopo gli studi, se il territorio offrisse opportunità di lavoro, servizi e condizioni adeguate per avviare un’attività imprenditoriale.
Nel mirino finisce anche la scarsa attenzione che, a suo giudizio, la politica regionale e nazionale avrebbe riservato a queste comunità. La collocazione geografica del Fortore, in un’area di confine tra Campania, Puglia e Molise, e il numero contenuto di residenti avrebbero contribuito a marginalizzare il comprensorio nelle scelte strategiche e nella distribuzione degli investimenti.
La lettera di Lea Marucci si chiude con un appello diretto alle istituzioni. Non una richiesta di assistenzialismo, ma la rivendicazione di diritti e condizioni essenziali per continuare a fare impresa e vivere dignitosamente nelle aree interne.
«Chi resiste ed investe nelle aree interne non chiede elemosine, ma infrastrutture, attenzione e rispetto», scrive l’imprenditrice.
E affida all’ultima frase il senso più profondo del suo intervento: «Perché se muore il Fortore, muore un pezzo fondamentale dell’identità e della storia del nostro Paese».



