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ECONOMIA

Territori in bilico – Il lavoro cresce. Ma per chi?

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Da tempo il dibattito pubblico celebra la crescita dell’occupazione come uno dei segnali più incoraggianti dell’economia italiana. E i numeri, effettivamente, sembrano confermarlo. Gli occupati aumentano, la disoccupazione diminuisce e il mercato del lavoro appare più dinamico rispetto a qualche anno fa. È una buona notizia, soprattutto dopo una lunga stagione segnata da crisi economiche, pandemia e incertezze internazionali. Ma ogni dato aggregato contiene una storia più complessa. Per comprenderla occorre andare oltre il saldo finale e osservare chi sta realmente beneficiando di questa crescita.

Dal confronto tra i livelli occupazionali attuali e quelli dell’ottobre 2022 emerge infatti che gli occupati fino a 24 anni sono diminuiti di 181 mila unità, quelli tra i 25 e i 34 anni di 120 mila e quelli tra i 35 e i 49 anni di 270 mila. Al contrario, gli occupati tra i 50 e i 64 anni sono aumentati di 937 mila unità e quelli oltre i 65 anni di ulteriori 232 mila. Il saldo complessivo resta positivo, ma la composizione di questa crescita racconta una realtà diversa da quella che emerge dai numeri generali.

Naturalmente esistono spiegazioni demografiche evidenti. L’Italia è uno dei Paesi più anziani d’Europa. La natalità continua a diminuire, la popolazione in età lavorativa si restringe e le riforme previdenziali hanno progressivamente allungato la permanenza nel mercato del lavoro. Sarebbe però riduttivo fermarsi a questa lettura.

Anche guardando al Mezzogiorno emergono elementi che meritano attenzione. Secondo SVIMEZ, tra il 2021 e il 2024 il Sud ha creato quasi mezzo milione di nuovi posti di lavoro e gli occupati under 35 sono aumentati di circa 100 mila unità. Eppure, nello stesso periodo, 175 mila giovani hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi al Centro-Nord o all’estero. La sola Campania ha perso quasi 49 mila giovani tra i 25 e i 34 anni. Numeri che sembrano contraddirsi e che invece ci aiutano a comprendere meglio la natura della sfida che abbiamo di fronte.

Dietro questi dati si intravede una trasformazione più profonda di quanto possa apparire. Non riguarda soltanto il mercato del lavoro, ma il rapporto tra le persone e il futuro. Mentre l’occupazione cresce, una parte significativa dei giovani continua a spostarsi verso territori percepiti come più dinamici, più meritocratici, più capaci di offrire opportunità di crescita. È un fenomeno che interroga l’economia, ma prima ancora interroga la società.

Per molto tempo abbiamo considerato il lavoro soprattutto come una risposta a un bisogno economico. Avere un’occupazione significava avere un reddito, una sicurezza, una collocazione sociale. Oggi questa definizione non basta più. Le nuove generazioni cercano certamente una retribuzione adeguata, ma chiedono anche opportunità di crescita professionale, formazione continua, ambienti di lavoro stimolanti, qualità delle relazioni, equilibrio tra vita privata e vita lavorativa, riconoscimento del merito e possibilità di costruire un progetto di vita.

Le più recenti ricerche sul mercato del lavoro confermano questa evoluzione. Sempre più giovani attribuiscono valore alla cultura aziendale, alla qualità della leadership, alla flessibilità organizzativa e alla possibilità di apprendere nuove competenze. Non cercano soltanto un impiego. Cercano un percorso. Non cercano soltanto uno stipendio. Cercano prospettive.

Allo stesso tempo sarebbe sbagliato attribuire ogni responsabilità alle imprese, alle istituzioni o al mercato del lavoro. Ogni trasformazione sociale chiama in causa anche la famiglia, la scuola e i luoghi nei quali si formano i cittadini di domani. Il lavoro non può essere soltanto uno spazio di realizzazione personale; resta anche un luogo nel quale si costruiscono carattere, autonomia e senso del dovere. Diritti e opportunità devono camminare insieme alla motivazione, alla determinazione e alla disponibilità a mettersi in gioco. Perché nessuna società può rinunciare a trasmettere il valore dell’impegno, della responsabilità e della perseveranza come strumenti indispensabili per affrontare le sfide della vita professionale e personale.

È probabilmente anche per questo che molti territori continuano a investire nella formazione senza riuscire a trattenere una parte significativa del capitale umano che producono. Le università formano laureati, le famiglie sostengono sacrifici economici importanti, lo Stato investe risorse pubbliche nell’istruzione e nella ricerca. Poi, troppo spesso, il valore generato da questo investimento viene raccolto altrove. Non perdiamo soltanto giovani. Perdiamo competenze, innovazione, ricerca, capacità imprenditoriale e possibilità di sviluppo.

Il tema, dunque, non è soltanto quanti posti di lavoro vengono creati. È quale lavoro viene creato. È la qualità delle opportunità offerte. È la capacità di trasformare la crescita economica in mobilità sociale. È la possibilità di consentire a una persona di costruire il proprio futuro senza essere costretta a cercarlo altrove.

Per questo il dibattito sul lavoro dovrebbe forse spostare l’attenzione dalla semplice quantità alla qualità. Dovremmo parlare di salari reali, di produttività, di competenze, di formazione permanente, di merito e di partecipazione. Dovremmo chiederci se il lavoro che stiamo creando sia coerente con gli investimenti che il Paese sostiene nella formazione delle nuove generazioni e con le aspettative di chi dovrà guidarne il futuro.

Perché il lavoro non è soltanto una voce statistica. È il principale strumento attraverso cui una persona conquista autonomia, realizza le proprie aspirazioni e contribuisce alla crescita della comunità di cui fa parte. Quando il lavoro genera dignità, fiducia e prospettive produce sviluppo. Quando invece non riesce a valorizzare il talento e ad offrire futuro, anche i numeri migliori rischiano di raccontare soltanto una parte della realtà.

E forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci ogni volta che celebriamo un nuovo record occupazionale: non quanti lavorano, ma quale futuro quel lavoro sta costruendo per le persone, per le comunità e per i territori.

Pasquale Lampugnale – Intergruppo parlamentare Sviluppo Sud, Aree fragili e Isole minori

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