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Opinioni

De Luca s’è preso il Paese e ha già messo in crisi il governo

Terzo mandato e autonomia differenziata sono i due fronti sui quali il centrodestra è destinato a spaccarsi con conseguenze devastanti sulla tenuta della maggioranza e dell’esecutivo. Fronti aperti dal governatore della Campania, che oggi s’impone agli occhi della pubblica opinione come il principale avversario politico di Giorgia Meloni e come l’unico leader di cui il Pd non potrà fare a meno. Piaccia o meno

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Vincenzo De Luca si è preso l’Italia e lo ha fatto a modo suo, insulti compresi, da tribuno qual è. È lui, oggi, il principale avversario politico di Giorgia Meloni e di questo governo, è lui, e non è un paradosso, l’unico leader di cui il Pd non può fare a meno.

Per primo ha posto il tema del terzo mandato per i governatori sul tavolo, nello stesso momento in cui il nuovo gruppo dirigente del Nazareno ha messo la Campania nel mirino. Ha fatto la guerra col suo stesso partito, nella piena consapevolezza di dover arrivare ad una mediazione in chiave congressuale, garantendo pieno sostegno alla causa democratica alle europee, ma ha avuto il merito di aprire il primo vero fronte interno alla maggioranza. Perché se la questione terzo mandato in Campania è tutta interna al Pd, la questione terzo mandato, sul piano generale, è una questione tutta interna al centrodestra, una questione irrisolvibile.

Perché se Giorgia Meloni, nelle vesti di premier, ha delegato il Parlamento ad assumere una decisione, nelle vesti di capo politico di Fratelli d’Italia è determinata ad imporre l’approvazione di una norma che confermi il tetto dei due mandati perché punta a strutturare il partito sui territori, a cristallizzare l’egemonia della Fiamma a destra conquistando grandi regioni e grandi città, a partire dal Veneto di Luca Zaia. Per questo, d’altro canto, ha deciso di mettere in discussione gli equilibri già a partire dalla Sardegna, dove ha costretto Salvini a fare marcia indietro sull’uscente Salinas, per questo i massimi riferimenti di Fratelli d’Italia sul piano nazionale sono usciti allo scoperto rivendicando il diritto ad esprimere candidati apicali nelle regioni di maggiore peso in ossequio ai nuovi rapporti di forza tra le forze della coalizione.

Sfidando il suo stesso partito sul terzo mandato De Luca ha di fatto determinato le condizioni per un’accelerazione del conflitto interno al centrodestra, un conflitto che sul lungo periodo non ha soluzione. Perché la Lega, con o senza Salvini, non potrà mai rinunciare al Veneto e quindi alla Lombardia. Il Capitano, che ha già fatto sapere che senza garanzie sul terzo mandato il Carroccio non voterà il premierato, chiarendo che in Veneto la Lega non avrà problemi ad andare in solitudine, potrebbe non sopravvivere alle elezioni europee. Una sconfitta segnerebbe la fine della sua leadership ma non certo la fine del partito, che a quel punto si avvierebbe inevitabilmente lungo un percorso di rigenerazione in senso identitario che si risolverebbe nella riscoperta delle vecchie parole d’ordine, nel ritorno alla questione settentrionale, dunque ad una linea ancora più radicale sul piano territoriale. Una Lega così, messa alle strette sul terzo mandato, non si limiterebbe a mettere in discussione il premierato ma alzerebbe l’asticella dello scontro sino a mettere in discussione la tenuta stessa dell’esecutivo.

Allo stesso modo, De Luca è stato il primo ad opporsi all’autonomia differenziata. Avviò la sua battaglia ormai sei anni fa, ai tempi del governo gialloverde, quando l’ineffabile Calderoli venne per la prima volta allo scoperto salvo poi fare marcia indietro per la debolezza di quella maggioranza. Una legislatura dopo il governatore della Campania è stato capace di porsi a capo di una mobilitazione senza precedenti, ha dichiarato guerra politica a questo governo di falsi patrioti, ha saldato la lotta contro l’autonomia a quella per lo sblocco dei fondi di coesione, ha saputo mobilitare migliaia di sindaci e di amministratori, ha soprattutto reso comprensibili a tutti i cittadini gli effetti devastanti che questa riforma avrebbe sul futuro del Mezzogiorno, trasformando questa guerra in una guerra di popolo. E Giorgia Meloni, che certo non difetta di senso della politica, non ha potuto fare a meno di salire sul ring commettendo un errore dal quale non potrà tornare indietro. Perché nello stesso momento in cui ha provato ad arginare la furia di De Luca chiedendo a Schlein di prendere le distanze dai toni utilizzati dal governatore, senza per altro provare a difendere nel merito l’autonomia differenziata, ha di fatto compattato Santa Lucia e il Nazareno, ha dimostrato che il Pd è compatto sulla sua linea, ha eliminato dalla scena i suoi colonnelli, a partire dal Ministro Sangiuliano, ha trasformato la mobilitazione di venerdì scorso in un evento politico di straordinaria portata mediatica, ha dimostrato di essere ossessionata dalle conseguenze di questa guerra.

Ed ha ragione, perché quel che vale per il terzo mandato vale per l’autonomia differenziata. Posto che la riforma potrà essere approvata in Parlamento, grazie al tradimento di senatori e deputati di Maggioranza eletti nel Mezzogiorno, ma così com’è non passerebbe facilmente nelle urne, la premier dovrà decidere se provare ad imporre una marcia indietro alla Lega o se andare avanti e sfidare il popolo sovrano. Scegliendo di percorrere la prima via metterebbe in crisi il governo, visto e considerato che sull’autonomia la Lega si gioca tutto, più che sul terzo mandato. Scegliendo, invece, di andare avanti metterebbe il proprio destino nelle mani del popolo italiano, esponendosi alla stessa fine che fece Matteo Renzi non più tardi dieci anni fa.

Se tanto ci dà tanto, dunque, la vittoria di De Luca è già compiuta. Per molti anni ancora non si potrà fare a meno di lui, anche a prescindere dal terzo mandato. Non ne potrà fare a meno il Pd, non ne potrà fare a meno il centrosinistra, non se ne libererà Giorgia Meloni. De Luca è nelle condizioni di giocare qualsiasi partita, perché oggi rappresenta il Mezzogiorno, perché ha dimostrato di essere il vero leader dell’alternativa a questa destra di governo, perché ha dimostrato di essere molto più che un governatore, uno straordinario animale politico, un leader senza rivali. Non solo in Campania ma in Italia.

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