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Territori in Bilico – IA e povertà educativa: la nuova frontiera delle disuguaglianze

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C’è un paradosso davanti al quale non possiamo più voltarci dall’altra parte: mentre l’intelligenza artificiale entra rapidamente nelle nostre scuole, nelle nostre case e nella vita quotidiana dei ragazzi, non tutti hanno le stesse possibilità di comprenderla, utilizzarla e governarla.

L’intelligenza artificiale generativa non è più una tecnologia del futuro. È già dentro il presente dei nostri adolescenti. Viene utilizzata per cercare informazioni, svolgere compiti, preparare elaborati, tradurre, sintetizzare testi, risolvere problemi. Secondo i primi dati Eurostat relativi al 2025, il 66,4% dei giovani tra i 16 e i 19 anni nell’Unione europea ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa nei tre mesi precedenti l’indagine. In Italia la quota scende al 51,9%. E il 41,1% dei giovani italiani dichiara di aver utilizzato l’Ia per motivi scolastici. Numeri destinati con ogni probabilità a crescere.

La vera domanda, dunque, non è più se i nostri ragazzi utilizzeranno l’intelligenza artificiale. La domanda è un’altra: chi sarà messo nelle condizioni di utilizzarla bene e chi invece resterà indietro? È qui che la questione tecnologica diventa una questione sociale. E, soprattutto, una questione di povertà educativa.

Per anni abbiamo parlato di digital divide per descrivere la distanza tra chi aveva accesso a internet, dispositivi e connessioni veloci e chi ne era escluso. L’esperienza della pandemia ha reso evidente quanto quella distanza potesse incidere concretamente sul diritto allo studio.

Oggi quel divario assume una forma nuova. Non basta avere uno smartphone o poter accedere gratuitamente a un sistema di intelligenza artificiale. Servono competenze per formulare una richiesta, verificare una risposta, riconoscere un errore, proteggere i propri dati, distinguere un’informazione attendibile da una manipolazione. Serve, soprattutto, la capacità di non delegare alla macchina ciò che dovrebbe rimanere una prerogativa della persona: comprendere, ragionare, scegliere.

Il rischio è che l’intelligenza artificiale diventi un moltiplicatore delle disuguaglianze già esistenti. Un ragazzo che cresce in un contesto familiare culturalmente e digitalmente attrezzato può essere accompagnato a utilizzare questi strumenti come una risorsa per imparare. Un altro ragazzo, magari nella stessa fascia d’età ma in un territorio più fragile, potrebbe limitarsi a utilizzarli come una scorciatoia per completare un compito.

La tecnologia è la stessa. Le opportunità no. E così una macchina pensata per ampliare l’accesso alla conoscenza potrebbe finire per ampliare la distanza tra chi possiede gli strumenti culturali per governarla e chi ne rimane un semplice utilizzatore.

C’è poi un altro equivoco da evitare. L’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale non può ridursi a un corso su come utilizzare ChatGPT o un altro strumento. Educare all’Ia significa insegnare ai ragazzi a porsi delle domande.

Da dove arriva questa informazione? È corretta? Quali dati sto fornendo? Perché il sistema mi ha restituito proprio questa risposta? Potrebbe contenere un pregiudizio? Cosa succede se la risposta è sbagliata? Sto usando la tecnologia per imparare oppure sto lasciando che impari al posto mio?

Sono domande che riguardano la cittadinanza, prima ancora che la tecnologia. I rischi sono concreti: cessione inconsapevole di dati personali, disinformazione, manipolazioni, bias discriminatori, risposte inesatte o inventate dai sistemi, progressiva perdita di autonomia nello studio. Un uso passivo dell’Ia potrebbe persino trasformarsi in un fattore di appiattimento delle competenze di chi parte già da una condizione di svantaggio. Per questo non servono né entusiasmo acritico né un nuovo luddismo. Serve cultura.

In questo scenario la scuola assume una responsabilità enorme. È il luogo nel quale una tecnologia che rischia di accentuare le disuguaglianze può, al contrario, diventare uno strumento per ridurle. Ma per farlo la scuola deve essere messa nelle condizioni di poterlo fare.

Ed è qui che i dati sulle aule di informatica diventano particolarmente significativi. Nell’anno scolastico 2024/25, dei 39.351 edifici scolastici statali censiti in Italia, soltanto 15.998 risultano dotati di un’aula informatica. Per circa il 60% degli edifici non è dichiarata la presenza di questi spazi.

Ma il dato più interessante è quello territoriale. La presenza di aule informatiche tende a diminuire allontanandosi dai grandi centri. Nei comuni polo supera il 44%, mentre scende al 40,1% nei comuni di cintura, al 37,8% nei comuni intermedi, al 37% in quelli periferici e al 33,8% negli ultraperiferici. Nelle aree interne, dunque, proprio dove spesso l’accesso ai servizi è già più difficile, anche la dotazione tecnologica delle scuole tende a essere più fragile. È una fotografia che dovrebbe interrogare profondamente la politica. Perché parlare di intelligenza artificiale nelle scuole senza parlare di infrastrutture, laboratori, connessioni, dispositivi e competenze significa affrontare soltanto metà del problema.

Questa riflessione riguarda da vicino anche il nostro territorio. Nel Sannio, come nel resto delle aree interne, la distanza dai grandi centri non è soltanto geografica. Può diventare distanza dalle opportunità. I dati sulla disponibilità delle aule informatiche restituiscono un quadro che non può essere ignorato: Benevento è tra i capoluoghi nei quali la presenza dichiarata di aule informatiche negli edifici scolastici statali è inferiore al 10%. La percentuale indicata è appena del 10,4% a livello provinciale per il patrimonio scolastico, tra i valori più bassi rilevati.

Al di là delle cautele necessarie nell’interpretare dati che presentano anche una quota significativa di informazioni non dichiarate, il segnale politico rimane evidente: non possiamo chiedere ai ragazzi delle aree periferiche di essere protagonisti della rivoluzione digitale se prima non garantiamo loro gli strumenti per esserlo.

E non si tratta soltanto di acquistare computer. Una scuola tecnologicamente adeguata è fatta di spazi, connessioni, manutenzione, docenti formati, educatori, progettualità, collaborazione con il territorio. È fatta di occasioni concrete nelle quali ragazze e ragazzi possano sperimentare, sbagliare, verificare e sviluppare autonomia. È qui che la lotta alla povertà educativa incontra la sfida dell’intelligenza artificiale.

L’Europa ha già riconosciuto la delicatezza della questione. L’AI Act ha classificato come “ad alto rischio” diversi sistemi di intelligenza artificiale utilizzati nell’istruzione, proprio perché decisioni automatizzate o strumenti progettati male possono incidere sui percorsi formativi degli studenti e perpetuare discriminazioni.

Anche l’Italia ha iniziato a costruire una cornice normativa, con la legge 132 del 2025 e con i successivi interventi destinati a rafforzare l’alfabetizzazione all’Ia, le competenze STEAM, la formazione dei docenti e l’inserimento dell’intelligenza artificiale nell’educazione civica.

È un passaggio importante. Ma le norme, da sole, non bastano. La tutela dei minori non può essere affidata soltanto a divieti e limiti. Deve passare dalla capacità di rendere ragazze e ragazzi consapevoli. Un cittadino digitale non è qualcuno che semplicemente sa utilizzare una tecnologia. È qualcuno che conosce i propri diritti, riconosce i rischi, comprende i limiti dello strumento e conserva la capacità di scegliere. Ed è proprio questa la sfida educativa più importante.

La povertà educativa non coincide soltanto con la mancanza di libri, servizi o opportunità culturali. È anche la condizione di chi non riesce ad acquisire quelle competenze che permettono di partecipare pienamente alla società.

Domani, tra queste competenze, ci sarà inevitabilmente anche la capacità di rapportarsi all’intelligenza artificiale. Per questo il rischio più grande non è che alcuni ragazzi utilizzino l’Ia e altri no. È che alcuni imparino a governarla mentre altri imparino soltanto a subirla.

La differenza potrebbe essere enorme. Chi sa interrogare criticamente un sistema di Ia può usarlo per approfondire, creare, studiare, lavorare, confrontare idee. Chi non possiede gli stessi strumenti culturali rischia invece di affidarsi alla prima risposta disponibile, di credere a un’informazione falsa, di consegnare i propri dati senza comprenderne le conseguenze o di utilizzare la tecnologia come semplice sostituto dello studio.

Ecco perché l’accesso consapevole all’intelligenza artificiale deve diventare parte integrante delle politiche contro la povertà educativa. Significa investire nelle scuole delle grandi città, ma ancora di più in quelle dei territori periferici e delle aree interne. Significa ridurre il divario nelle infrastrutture digitali, ma anche quello nelle competenze. Significa formare gli insegnanti e sostenere le famiglie. Significa coinvolgere il terzo settore, gli educatori, le biblioteche, i centri culturali e tutte le realtà che compongono una comunità educante. Soprattutto, significa smettere di considerare l’intelligenza artificiale soltanto come una questione tecnologica.

È una questione di uguaglianza. Perché se la scuola del futuro sarà capace di insegnare a tutti come utilizzare criticamente l’intelligenza artificiale, questa nuova tecnologia potrà diventare uno strumento di emancipazione. Se invece continueremo ad avere territori nei quali mancano competenze digitali, laboratori, connessioni e occasioni educative, l’Ia rischierà di fare esattamente il contrario: rendere più grande la distanza tra chi può permettersi il futuro e chi, ancora una volta, ne resta escluso. E allora la vera sfida non sarà portare l’intelligenza artificiale nelle scuole. Sarà fare in modo che nessun ragazzo venga lasciato solo davanti ad essa.

Dati: Openpolis

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