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CRONACA

La storia di Carmine Griffone, vigilante morto nel cantiere di Tufara Valle. L’appello della famiglia che chiede verità e giustizia

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C’è una data che per una famiglia non è più soltanto un giorno sul calendario: il 31 ottobre 2025. Da allora il tempo si è fermato. Da allora, Carmine Griffone non è più tornato a casa. Quella notte, durante il suo turno di ronda presso la stazione di Tufara Valle, nel cantiere E.A.V., Carmine stava lavorando come vigilante. Stava facendo ciò per cui era stato ritenuto idoneo solo pochi mesi prima, dopo regolari visite mediche aziendali. Stava svolgendo il suo dovere. Poi, qualcosa si è spezzato. Letteralmente.

Un cancello imponente, cinque metri di lunghezza per quasi tre di altezza, è uscito dalla sua guida. Un fermo ha ceduto. La struttura è collassata. E Carmine è morto.

All’inizio, la Procura aveva aperto un’inchiesta per omicidio colposo, iscrivendo nel registro degli indagati l’E.A.V. e la società per cui l’uomo lavorava. Poi, però, il quadro è cambiato. L’autopsia ha parlato di infarto miocardico, di patologie pregresse. Il cancello, secondo questa ricostruzione, non sarebbe stato la causa della morte.

Oggi per la famiglia Griffone questa verità non basta. Non convince. Anzi, apre ferite ancora più profonde.

“Se mio fratello aveva problemi di salute – si chiede Alberto Griffone in una lettera inviata a Ntr24 – perché tre mesi prima era stato dichiarato idoneo al lavoro? E se quella visita non fosse stata completa, di chi sono le responsabilità?”.

Domande che pesano come macigni. Domande che si scontrano con un’altra immagine, quella contenuta in una fotografia in possesso della famiglia: Carmine seduto, il cancello che lo colpisce tra cranio e vertebre. Una scena che, secondo i familiari, racconta tutt’altra dinamica. Non un malore improvviso seguito da una caduta, ma un tentativo di difesa. Un uomo che si accorge del pericolo e prova a reagire. Senza scampo.

Non ci sono telecamere a documentare quegli istanti. Non c’è un video che possa mettere fine ai dubbi. Ci sono solo verbali, ricostruzioni, e una richiesta di archiviazione che la famiglia ha deciso di opporre con forza.

Perché, come ricordano i Griffone, il decreto legislativo 81/2008 parla chiaro: la sicurezza sul lavoro non è un’opzione. Una struttura di quel tipo non può crollare. Non deve crollare. E se accade, qualcuno deve rispondere.

Per questo la famiglia ha chiesto che venga nominato un ingegnere di parte, per verificare peso, condizioni e conformità del cancello. Dietro questa vicenda non ci sono solo atti giudiziari. C’è una famiglia spezzata. C’è un fratello che oggi affida a queste parole un grido che non vuole restare inascoltato.

“Non lasciate che questa storia cada nel silenzio”, conclude Alberto nella sua missiva. “C’è un uomo, un papà, un fratello che non è tornato tra i suoi affetti e la nostra vita è ferma a quel 31 ottobre 2025”. 

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