POLITICA
Sanità, una canea insopportabile
Ogni qualvolta un caso di malasanità conquista gli onori delle cronache assistiamo ad uno spettacolo deprimente, indecoroso. La verità non esiste, non esistono i numeri. Al Presidente Fico, che come il suo predecessore ha promesso di bonificare la sanità dalla politica, non abbiamo ricette da proporre ma solo un consiglio per quel che riguarda le aree interne a lui tanto chiare: ascolti più i territori dei direttori generali
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È indecorosa la canea di indignazione tanto al chilo che puntualmente si leva ad ogni episodio di malasanità che giunge, ahinoi, agli onori delle cronache. È indecorosa perché dinanzi ad una crisi strutturale che di fatto ha già determinato lo smantellamento del sistema sanitario pubblico, dinanzi ai numeri impietosi che raccontato di liste d’attesa infinite, di centinaia di migliaia di famiglie che rinunciano alle cure per motivi economici, di pronto soccorsi ridotti a far west, chi abita le istituzioni, chi riveste ruoli politici avrebbe il dovere di parlare il linguaggio della verità.
I numeri, per esempio, ci dicono che il sistema sanitario campano sarebbe dovuto uscire già da molto tempo dal piano di rientro. Questo non è accaduto perché non era interesse di questo governo che accadesse, dunque nonostante i numeri, i pareri positivi di tutti i soggetti coinvolti nella valutazione delle performance, alla fine il Ministero della Salute ha disposto la conferma del piano. Il Tar ha accolto il ricorso della Regione intimando al Ministero di rivedere quella decisione ma puntuale è arrivato il ricorso al Consiglio di Stato. Se la Campania oggi fosse fuori dal piano di rientro il Presidente Fico avrebbe molti più margini per intervenire per provare ad aggredire le tante emergenze che gravano sui territori. Posto che abbiamo subito oltre un decennio di commissariamento, segnato da tagli lineari che hanno devastato il sistema sanitario, un decennio di progressiva ed inesorabile desertificazione che ci ha restituito bilanci sani, persino avanzi di esercizio, ma ha di fatto cancellato il sistema sanitario pubblico.
Questa verità resta sullo sfondo, come restano sullo sfondo, almeno negli sproloqui di gran parte dei riferimenti campani e sanniti di questo governo e di questa maggioranza, almeno altre due verità: la Campania continua ad essere la Regione più penalizzata d’Italia in termini di riparto delle risorse per la sanità, siamo prigionieri della “spesa storica” e paghiamo un prezzo altissimo, circa 250milioni di euro ogni anno. Dopo di che, e veniamo alla seconda verità, ad essere in crisi non è la sanità campana ma è tutto il sistema sanitario pubblico nazionale, persino nelle regioni che vengono prese a modello sul piano europeo i punti di primo soccorso soffocano, mancano medici ed infermieri, cresce il privato, si rilevano liste d’attesa sempre più lunghe. Ovviamente, una crisi sistemica produce i suoi effetti più devastanti laddove il sistema è più debole e il sistema sanitario campano, come detto, ha vissuto oltre un decennio in terapia intensiva, venendone fuori mutilato.
In tale quadro, sia chiaro, enormi responsabilità gravano sulle spalle di chi ha tenuto il timone della Regione in questi ultimi tre lustri. Se Stefano Caldoro vestì i panni del boia, eseguendo pedissequamente gli ordini di Roma, disponendo una chiusura dietro l’altra, facendosi scudo dei disastri ereditati e dello spettro di Bassolino, la colpa di Vincenzo De Luca, che sul piano della programmazione e della riorganizzazione ha ottenuto importanti risultati, è stata quella di aver gestito la sanità con un approccio stalinista, di aver trasformato ogni Asl, ogni azienda ospedaliera in una trincea. Promise di liberare la sanità campana dalle ingerenze clientelari della politica ma mai, come nel corso del suo decennio, la politica è stata tanto spudorata nell’occupare ogni spazio di gestione. Una colpa come detto enorme a cui se ne aggiunge un’altra, forse persino più grave: per anni De Luca ci ha propinato una narrazione tossica e mendace, ha raccontato di primati e di miracoli, a dispetto della realtà e dell’intelligenza dei cittadini.
E quindi veniamo a Roberto Fico, che ha tenuto per sé la delega alla sanità e che giovedì scorso, a margine della sua prima visita al Cardarelli, ha detto, ripercorrendo le orme del suo predecessore, che gli ospedali vanno liberati dalla politica. Eravamo d’accordo con lo sceriffo dieci anni fa, lo siamo oggi con Fico.
Intendiamoci però, perché dire che la politica deve uscire dagli ospedali non significa nulla. La politica ha il dovere di esercitare il proprio primato. La politica ha il dovere di decidere. E le nomine ai vertici delle Asl e delle Aziende ospedaliere sono nomine politiche, che la politica ha il dovere di fare. Allo stesso modo, la politica non deve intervenire per orientare selezioni, concorsi, assunzioni.
Dunque è la cattiva politica che deve uscire dagli ospedali per fare spazio a quella buona. Che premia i bravi e non i fedeli, che non sceglie per appartenenza ma per competenze. Dunque se Roberto Fico ha avvertito la necessità di pronunciare quelle parole evidentemente ritiene che in questi anni, al di là di tutte le cose buone fatte, la politica, ovvero la Regione, abbia occupato ospedali e Asl premiando più la fedeltà che il merito, nel migliore dei casi prima l’uno e poi, eventualmente, l’altra. Se questo è, più che cedere a facili proclami Fico dovrebbe agire. Anche affrontando il rischio di contenziosi perché il cambiamento è sempre una fatica e certi messaggi vanno dati con i fatti. Le parole servono a poco e visto che i vertici della sanità campana sono stati appena rinnovati non muovere nulla vorrebbe dire blindare lo status quo per i prossimi tre anni. A meno che non si voglia ritenere che Fico abbia pronunciato quelle parole per lanciare un chiaro avvertimento ai direttori generali di Asl e ospedali: ora comando io, e a me che dovete rispondere. D’altro canto uno vale uno. Prima c’era De Luca, ora ci sono io.
I fatti e solo i fatti daranno conto dei reali intendimenti del nuovo Presidente a cui non abbiamo ricette facili da proporre. Per quel che riguarda il Sannio e le aree interne, a lui tanto care, l’unico consiglio che ci sentiamo di dare a Fico è quello di ripartire dai territori, dunque dai sindaci, più che dalle direzioni generali e dalle strutture interne. Perché la situazione sui nostri territori è davvero drammatica ed esige risposte immediate, per quanto parziali, che possono maturare solo in virtù di un coraggioso cambio di paradigma. I nostri sono anche territori dove con poche risorse ben indirizzate si possono superare criticità insopportabili, il presupposto è la coesione istituzionale, la volontà politica di individuare soluzioni. A tutti i costi. E quel che negli uffici regionali, tra le scrivanie delle direzioni generali appare impossibile, diventa doveroso quando ci si sporca le mani, quando ci si fa davvero carico della sofferenza delle persone in carne ed ossa. Un’analisi approfondita delle esigenze dei territori per definire una scala di priorità ed intervenire laddove più necessario e possibile. Ora.




