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Sindacati

Elezioni, la Uil analizza il voto con il segretario Fioravante Bosco

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“Avevo sperato che, dopo le elezioni europee del 2014, la sinistra avesse ritrovato il suo leader nella persona di Matteo Renzi, giovane segretario del Partito democratico che, con modi più o meno spicci, era riuscito a liberarsi di Bersani e di quel pezzo di partito comunista che lo infastidiva e gli impediva di fare le riforme. Tra alti e bassi, da quel momento, – scrive Fioravante Bosco, segretario generale aggiunto della Uil Avellino/Benevento – Renzi era riuscito a governare il Paese sino alla débâcle coincisa proprio con la batosta del referendum, anche se la sua discesa, senza freni, era cominciata col fattaccio delle quattro banche, e in particolare con l’affaire Banca Etruria. A quel punto la fama dell’innovatore aveva preso lentamente a sgretolarsi. Alla luce di questo brutto inguacchio, il patto del Nazareno si trasforma agli occhi dei più nel simbolo del nuovo inciucio.

Tutto questo peserà sul referendum del 4 dicembre 2016, anche perché la spiegazione che Renzi dà delle riforme non sfonda. Il suo elettorato non ne comprende la portata, quasi si convince che tutta questa fatica serva solo a dare più potere al governo e al suo leader, e paradossalmente – anche se per anni aveva invocato efficienza e decisionismo – lo accusa proprio di questo e lo punisce. Da qui in poi gli errori si sommano a dismisura: si dimette da premier, ma si tiene il partito; lascia che si consumi la scissione con la sinistra più estrema; umilia i vecchi leader; indica Gentiloni quale nuovo premier, ma quando può ne rimarca le distanze. Indi conduce la campagna elettorale in prima persona, che diventa un altro referendum sul suo nome! E, ancora, dà battaglia sul controllo delle liste; non riesce a raccontare al suo popolo le tante cose buone (!) fatte dai governi targati Pd, quali il jobs act, le unioni civili, le banche alla fine salvate con pochi danni, l’alt agli sbarchi degli immigrati (merito dell’ottimo ministro dell’Interno Domenico Minniti) e finisce per portare con sé verso la disfatta anche i volti nuovi del Partito.

Ma la vera sconfitta del Pd di Renzi – continua il sindacalista – è drammaticamente politica, ed è nello stesso progetto elaborato per dare al partito un volto nuovo: cancellare l’antica eredità della sinistra comunista e attingere ai voti del bacino moderato, che una volta era presidiato da Silvio Berlusconi. Così non è andata, anzi l’esito è addirittura rovesciato con i tanti consensi del Pd che sono passati nel carniere del Movimento Cinque Stelle, a cominciare dalle ex regioni rosse. Il resto è figlio di quella fallita scommessa: il Mezzogiorno lasciato nelle mani di pochi capipopolo sempre a caccia di appalti; i quartieri e le periferie abbandonati al Nord a favore dei leghisti e al Sud dei pentastellati.

A livello locale, – prosegue – la situazione non è assolutamente più rosea. Se fosse passata quella sciagurata riforma costituzionale, il Sannio sarebbe già stato cancellato dalla cartina geografica poiché la perdita della Provincia, della Prefettura, della Questura, del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco, e man mano di tutti i terminali degli uffici statali sul territorio, avrebbe significato la dismissione di migliaia di posti di lavoro, in un contesto già fortemente disastrato dall’impossibilità per le famiglie di trovare un posto di lavoro per i propri figli.

Piuttosto Renzi avrebbe potuto incidere sul grasso che cola rappresentato dall’inefficienza delle regioni, che da quando sono nate, nel 1970, hanno determinato il disastro politico, sociale ed economico del Paese. Tenuto conto che le Province erano il collante del territorio, e svolgevano delle funzioni fondamentali per la tenuta degli interessi dei cittadini, è stato davvero improvvido e pazzesco avventurarsi in una simile avventura. Peraltro, proprio la regione Campania tratta la provincia di Benevento come fosse figliastra, e mai al pari delle altre quattro.

Probabilmente stavamo meglio quando stavamo peggio! Ma si sa, l’uomo solo al comando non ha mai determinato nulla di buono; basta guardare alla storia passata di questo Paese. Sulle infrastrutture promesse dal Pd, e in corso di finanziamento, resta la mia idea che esse sono le precondizioni dello sviluppo, ma che da sole non rappresentano nulla di determinante. Perché se non sono accompagnate da quello che si chiama sviluppo locale, e opzioni locali, l’implementazione di nuovi posti di lavoro non avverrà mai. E i giovani hanno bisogno di questo, e non solo di ferrovie e strade che verrebbero inaugurate quando a Benevento non sarà rimasto più nessuno!

In conclusione, credo che per il futuro ci vogliono partiti nuovi che si possano caricare dei bisogni veri dei cittadini, di coloro che sono in una condizione di povertà assoluta e delle nuove povertà che avanzano maledettamente giorno dopo giorno. Se questo sarà capito, Partito democratico, Forza Italia e altri partiti – che una volta avevano le porte aperte e formavano i giovani, e che ora sono autorefenziali, cioè fanno riferimento esclusivamente ai loro interessi, trascurando o perdendo ogni rapporto con la realtà esterna e la complessità dei problemi della società – potranno avere ancora qualche chance di riscatto. Altrimenti, il M5S (e anche la Lega) resterà l’unico interlocutore politico che ascolta le paure della gente, anche se poi bisogna vedere se è in condizione di risolverli. Credo che ci sia bisogno di più militanza nei partiti di riferimento, e tornare ad avere il contatto con la gente.

Il M5S – conclude Bosco – ha decine di migliaia di sostenitori occulti che fanno propaganda per il Movimento 24 ore al giorno, e per tutto l’anno. Renzi, Berlusconi, e compagnia cantante, solo quando arrivano le elezioni, poiché in tutte altre faccende affaccendati. Se questo non verrà recepito, – conclude Bosco – a livello nazionale come a livello locale, vorrà dire che i partiti scientemente hanno voluto imboccare una strada senza ritorno”.

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