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ECONOMIA

La crisi passa per il frigorifero, ma quasi metà della Campania butta ancora via il cibo

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La crisi si fa sentire non solo nel portafogli, ma anche nel frigorifero. Ogni anno lo spreco domestico costa agli italiani 8,7 miliardi di euro, una cifra vertiginosa, che deriva dallo spreco settimanale medio di circa 213 grammi di cibo gettato, perché considerato non più edibile, per un costo di 7,06 euro settimanali a famiglia. Sono dati del Rapporto 2013 sullo spreco domestico realizzato da Knowledge for EXPO, il nuovo Osservatorio di SWG e Last Minute Market, con l’apporto dell’Osservatorio nazionale sugli sprechi Waste Watcher.

Non è un caso che l’indagine si sia concentrata sullo spreco domestico, ovvero in quel “circolo velenoso” che gravita fra il frigorifero e la pattumiera di casa, in quanto lo spreco alimentare domestico gioca la parte del leone, incidendp per lo 0,5% sul Pil.

Il Rapporto 2013 sullo spreco domestico ha rilevato una controtendenza importante nella sensibilità e nell’attenzione degli italiani intorno al tema degli sprechi. Infatti, il 90% degli italiani considera molto o abbastanza grave lo spreco alimentare. Il 57% degli italiani dichiara di gettare “quasi mai” gli avanzi e il cibo non più buono, il 27% meno di una volta alla settimana, il 14% almeno una volta a settimana, il 55% dichiara di riutilizzarlo, mentre il 34% lo getta nella spazzatura e il 7% lo usa per gli animali.

Le incidenze per regione di residenza riflettono alcune differenze significative: in Campania infatti solo il 47% non getta via cibo quasi mai.

A finire nella pattumiera sono soprattutto frutta, verdura, formaggi e pane fresco. Per quanto riguarda i cibi cotti gli italiani buttano soprattutto pasta, cibi pronti o precotti.

Nella pratica del “buttare via del cibo” primeggia la motivazione per cui il cibo “aveva fatto la muffa” oppure “era scaduto” o “era andato a male. Mentre pochissime persone gettano il cibo perchè cucinato in eccesso, troppo abbondante o per aver acquistato cose che non piacevano. Segno dei tempi di austerity e di attenzione ai prezzi, che portano ad acquistare più spesso solo lo stretto necessario.

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