POLITICA
Dopo lo strappo del Generale la mimetica di Meloni non funziona più
Se Salvini è destinato a subire un lungo processo, la cui sentenza è già scritta, la Lega può finalmente superare l’equivoco identitario di questi anni. A doversi preoccupare è soprattutto Giorgia Meloni. E i sondaggi c’entrano poco o nulla
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Nessun sondaggio è utile per misurare l’impatto, sul lungo periodo, dello strappo a destra del Generale Vannacci. Posto che anche con il due per cento i camerati del Generale potrebbero condannare, alle politiche del prossimo anno, il centrodestra alla sconfitta. Lasciando la Lega per fondare Futuro Nazionale, Vannacci ha di fatto liberato il Carroccio condannando in via definitiva Matteo Salvini ma ha, soprattutto, rotto l’incantesimo a destra. A doversi preoccupare, dunque, è innanzitutto Giorgia Meloni.
Se Salvini è destinato a subire un lungo processo, la cui sentenza è già scritta, la Lega può finalmente superare l’equivoco identitario di questi anni, può avviarsi lungo un percorso di necessaria rigenerazione in ossequio alle parole d’ordine di sempre, può tornare ad essere il partito dei ceti produttivi ed operai del Nord, il partito dei territori, dei sindaci e dei governatori, un partito centrista e riformista, al passo coi tempi sul piano dei diritti, distante anni luce dalla retorica securitaria, antieuropeista e reazionaria della destra sovranista.
La rottura a destra di Vannacci rappresenta una minaccia potenzialmente devastante per la premier perché mette in luce la distanza siderale tra i proclami e i fatti, perché la tesi esposta da Vannacci per dar conto della decisione assunta è semplicemente inattaccabile: non si può essere sovranisti e patrioti i giorni pari, liberali e progressisti i giorni dispari, non si può fare una campagna per dire mai più armi all’Ucraina e poi fare l’esatto contrario, non si può annunciare l’abolizione della legge Fornero e poi inasprirla e via dicendo. Insomma, Vannacci ha assolutamente ragione quando accusa questo governo di aver tradito tutte le promesse fatte, ha ragione quando dice, in buona sostanza, che il governo Meloni, fino ad oggi, ha dimostrato di essere sovranista solo a chiacchiere.
La colpa di Salvini, per Vannacci, è quella di aver assecondato quest’andazzo. Ma il suo vero obiettivo è Meloni, che sulla carta dovrebbe essere la leader indiscussa del fronte sovranista, non solo in Italia. Come detto il Generale ha ragione, i suoi argomenti sono inattaccabili e parlano al popolo della destra. Certamente al popolo della destra militante, all’elettorato più ideologizzato, ma soprattutto a quei cittadini che sul carro di Meloni sono saliti, dopo essere scesi prima da quello dei Cinque Stelle e poi da quello di Salvini, costituito essenzialmente da un elettorato che non ha ancoraggio ideologico, che cerca risposte semplificate, dicotomiche, che balla tra il disimpegno e l’illusione di una nuova rivoluzione. Vannacci, strappando, ha denunciato apertamente il tradimento di Meloni, la torsione moderata della premier.
Rivendica, il Generale, di essere il solo a rappresentare la destra Dio – Patria – Famiglia, la destra che non scende a compromessi, ma a prescindere dal consenso potenziale del suo nuovo Movimento quel che conta è che ha posto Meloni sul banco degli imputati agli occhi dell’elettorato che rappresenta la base irrinunciabile per la premier. Elettori che in gran parte non sceglieranno di votare Vannacci ma che, mossi dalla delusione per le promesse tradite, potrebbero scendere dal treno della premier per rifugiarsi altrove, in primo luogo nell’astensione. Un cortocircuito che finirebbe inevitabilmente con il minare le ambizioni di Giorgia Meloni e le prospettive del centrodestra, a prescindere dalle possibili modifiche alla legge elettorale.



