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CULTURA

Dieci anni di musica e 900 concerti per Dr Jazz & Dirty Bucks Swing Band: “Il Covid momento più duro. Una chiamata di Vinicio Capossela ci ridiede forza”

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La nostra generazione la seconda guerra mondiale l’ha conosciuta – fortunatamente – soltanto grazie ai racconti dei nonni. Storie di morte, disperazione, privazioni, fame. Ma anche nell’angoscia più profonda c’è chi ha avuto la forza di apprendere e coltivare la bellezza. Per lo starting point del nostro appuntamento domenicale, allora, si va in Australia, terra che nel corso del conflitto ha “custodito” per gli inglesi migliaia e migliaia di prigionieri italiani, per lo più catturati in Africa e in Asia. Tra questi pure Antonio Cirillo, di Torre Annunziata. Sette anni della sua vita li ha trascorsi lì, nel Nuovissimo Continente da detenuto di guerra. A fargli compagnia il pensiero della famiglia e la passione per la musica. Pianista, ha messo a frutto la sua prigionia avvicinandosi a suoni che soltanto da poco avevano iniziato a farsi strada negli States. Non si capiva bene neanche di cosa si trattasse. Però funzionava.  “It don’t mean a thing, if it ain’t got that swing” – riassumeva Duke Ellington  in una delle sue più note composizioni. E siccome il gene del musicista evidentemente esiste, quelle note e quei ritmi conosciuti in Oceania Antonio li ha poi trasmessi a suo nipote, Alfredo Verga. Per tutti “Dr. Jazz”. Anzi “Dr. Jazz & Dirty Bucks Swing Band”. Perché quel complesso è una cosa sola. Tutti per uno e uno per tutti. Come i moschettieri del Re. Ma qui non si battaglia. Si suona, si canta, si balla. Da dieci anni ormai. “E per almeno altri dieci anni” – assicura Dr. Jazz.

Cominciamo da te, dove nasce la passione per la musica?

“Una famiglia di musicisti, la mia. Mia madre era anche insegnante al Conservatorio. Ma le responsabilità maggiori sono di mio nonno, pianista jazz. Lo swing lo ha conosciuto in Australia, da prigioniero di guerra degli inglesi. Catturato in Africa. Poi tutto il ramo familiare di mia madre ha iniziato a suonare. Tutti musicisti classici, però. A partire da mia madre fino a mia sorella. Io no: ho preso dal nonno. E il mio primo gruppo aveva un legame con il suo ultimo complesso: utilizzavamo la stessa batteria”.

Quelli i tuoi inizi?

“Gli inizi ancora prima. A 4 anni ho iniziato a studiare il violino. Ma lo studiava già mia sorella e così ho cambiato, passando al violoncello, strumento con il quale mi sono diplomato al conservatorio. Poi la chitarra e i primi gruppi della fase adolescenziale. Rock e blues”.

Ma il Dna ti ha trasformato in Dottor Jazz, un omaggio a Jelly Roll Morton

“Ho iniziato da solo, dieci anni fa. Chitarra, voce e una piccola cassa per portare il tempo con il piede. Poi siamo diventati un duo, poi un trio, quindi un quartetto. La cosa più bella è che la formazione, una volta definita, non è cambiata più. Sempre gli stessi”.

E’ cambiato il nome

“Quando ho iniziato il percorso di Dr. Jazz suonavo anche in un gruppo, la Dirty Bucks Swing Band. Il nome è la somma delle due esperienze”.

Solitamente un jazzista segue un suo cammino, poi per strada collabora con altri musicisti e nasce il trio, il quartetto. Ma difficilmente sono situazioni stabili. Voi invece ragionate proprio come un gruppo

“E’ così. L’approccio è quello del gruppo: la cassa con il nome della band, i dischi, la formazione che non cambia mai. Come fossimo un complesso rock. E’ che sono cresciuto così: prima del jazz ero in un gruppo progressive, facevamo pezzi nostri. Arrivammo a vincere le selezioni di Sanremo Rock e a partecipare a quelle per Sanremo Giovani. Poi sono passato al jazz ma l’idea del gruppo non l’ho mai abbandonata. Mi piace vivere la musica in una dimensione collettiva”.

Oggi possiamo dirlo: una scelta che si è rivelata vincente

“E’ stato bello prendere consapevolezza che potevamo vivere della nostra musica. Luciano, Mr. Chugga, il batterista, aveva un suo studio da ingegnere: lo ha abbandonato. Alessandro, Mr. Groove, il nostro contrabbasso, laureato in economia e commercio, ha lasciato lo studio per il quale lavorava. L’unico con un percorso simile al mio è Ettore, Mr. Dirty, che studiava sax al Conservatorio”.

Ci avete sempre creduto?

“Avendo fondato il gruppo forse sono stato io a crederci di più. O comunque per primo. E non è stato per niente facile. Li ricordo ancora i tanti che frenavano i miei entusiasmi: pensa a studiare, di musica non si vive”.

Da allora sono trascorsi dieci anni e novecento concerti: una bella media

“E in mezzo c’è stato il Covid, un anno e mezzo di inattività”.

Quanto è stato complicato il periodo della pandemia?

“Tanto. E’ stato l’unico periodo in cui mi sono posto degli interrogativi sul futuro del gruppo. D’altronde davvero non si capiva come e quando ne saremmo venuti fuori. E già risentivo le voci, il ritorno dei disfattisti: “Hai visto?” “Dovevi proseguire gli studi!”. Che poi durante il Covid questo ho fatto: ho studiato, ho preso il diploma e ora insegno al Conservatorio di Campobasso. E sottolineo che è merito dei titoli acquisiti durante questi anni: i dischi, i concerti, le collaborazioni. Tornado alla band e al Covid, fu una telefonata ricevuta in estate a ridarmi forza”.

Chi c’era all’altro capo del telefono?

“Vinicio Capossela. Ci voleva con lui sul palco dello Sponz Fest per una serata dedicata alla musica di ‘C’era una volta in America’. Collegato con noi anche Vincenzo Mollica. Quella telefonata ci ha restituito entusiasmo. Ah, a proposito di chiamate: oggi ne ho ricevuta un’altra che mi ha fatto particolarmente piacere”.

Beh, racconta

“Siamo stati invitati al Caro… Swing 2024. L’unico festival in Italia dedicato a Renato Carosone, uno dei nostri riferimenti assoluti. Che poi tutto torna: mio nonno suonò con un violinista di Carosone. Il festival si tiene a Trevignano Romano: ci sarà anche il figlio del grande Maestro. Sarà bellissimo”.

Dicevamo, novecento eventi: quello che ricordi con più piacere?

“Difficile individuarne uno tra i tanti. Però ricordo con piacere il Pozzuoli Jazz Festival, al Parco Termale. E così anche la serata allo “Spirit de Milan”: dovevamo suonare sul palco piccolo ma cominciò ad arrivare tanta gente e ci spostarono su quelle grande. Alla fine contarono 1200 ingressi. Ma un’altra serata indimenticabile è quella che abbiamo vissuto sabato scorso all’Orto di Casa Betania. La festa per i nostri primi dieci anni di vita. Tantissima gente presente, gente che ci vuole bene, che conosce a memoria il nostro repertorio e canta con noi le canzoni. Abbiamo vissuto davvero una bella emozione. E non la dimenticheremo”.

E magari c’è anche qualche serata brutta che non dimenticherete

“Eh, certo che ci sono. Me ne vengono in mente due. La prima nell’avellinese, poca gente presente. “Vi paghiamo domani”. Mai visto un euro. E poi una, purtroppo, proprio a Benevento, a piazza Vari. Ancora i primi tempi, ancora una formazione in via di definizione, quindici/venti persone ad ascoltarci. Iniziamo a suonare e al terzo pezzo ci viene detto: “Ma è tutto qui il vostro pubblico?”. Ci fecero smettere e ci diedero cento euro. La delusione fu enorme. Proprio nella mia Città. Ma poi che pubblico puoi pretendere da un gruppo nato solo pochi mesi prima?”.

Restando agli inizi: il vostro viaggio musicale è partito dalla Louisiana, poi siete arrivati a Napoli. E ora?

“La partenza non poteva che essere New Orleans: King Oliver, Jelly Roll Morton, Louis Armstrong. Ma sentivo che bisognava cercare altro, anche legami con la nostra terra. E la musica napoletana di metà Novecento – e penso soprattutto a Renato Carosone ma anche alla produzione napoletana di Domenico Modugno – rappresentava il collante ideale. Questo innesto ha rappresentato un punto di svolta per noi, ci ha consentito di suonare sempre di più. Ma ci tengo a dirlo: non abbiamo cercato questo ‘collegamento’ perché immaginavamo che funzionasse ma perché sentivamo fosse giusto e naturale. New Orleans-Napoli: due Città bagnate dal mare, meravigliose, creative, folli. Tu mi chiedevi: e ora? La risposta è nel nostro ultimo disco, pubblicato proprio nel 2024. Swing italiano: sedici canzoni mai suonate prima, dal Quartetto Cetra fino a Fred Buscaglione”.

Non possiamo terminare questa intervista senza parlare del vostro “Spusalizio”

“Nel nostro ambiente l’approccio più diffuso era quello del “Matrimoney”: alle feste di nozze si va perché qualcuno ti paga – e anche bene –  ma con un atteggiamento un po’ snob, senza neanche prepararti decentemente e suonando senza impegno. Un approccio sprezzante che non ho mai apprezzato né condiviso. Noi l’abbiamo sempre vissuta diversamente. Pure per pubblicizzare lo “Spusalizio” – per intenderci – abbiamo messo su una sorta di video-documentario, affidandoci a un professionista di livello assoluto come Ugo Di Fenza, premiato al Napoli Film Festival lo scorso anno. Per realizzare il nostro video partecipò con noi a tre matrimoni. Un segnale che ti dice quanto ci teniamo a fare le cose per bene, con professionalità e passione. Anche perché chi ti chiama – gli sposi – lo fa perché vuole rendere indimenticabile quel giorno. E non se ne frega niente – e giustamente – se tu la sera prima hai fatto un’altra serata e sei stanco. Si aspetta da te una grande performance e ha ragione. E se non riusciamo a farli tutti – solo quest’anno in programma ne abbiamo 45  – è proprio perché la nostra intenzione, quando partecipiamo, è dare il massimo. E non è solo questione di busta: è che ci divertiamo pure tantissimo. Anzi: personalmente è una delle cose che mi piace fare di più”.

Chiusura scontata ma doverosa: i prossimi obiettivi?

“Ne abbiamo tanti e diversi. Ci piacerebbe registrare un disco con l’orchestra, tra l’altro a breve ne realizzeremo uno tutto in acustico. E poi vorremmo tanto organizzare una tournée con delle performer di Burlesque con cui stiamo già facendo diverse serate, ormai da due anni. Insomma: suonare, suonare, suonare”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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