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Opinioni

Vincenzo e Clemente tra le macerie del Terzo polo

La dipartita di Silvio Berlusconi ha impresso una netta accelerazione nel processo di rigenerazione del quadro politico, determinando l’istantanea implosione del cantiere terzopolista. I segnali sul piano nazionale sono evidenti, come certificato da due episodi accaduti martedì scorso tra Roma e Napoli, ma trovano riscontro anche alle nostre latitudini, nell’attendismo belligerante del governatore e nel silente attivismo del sindaco di Benevento

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Martedì scorso, nel giro di poche ore, tra Roma e Napoli si sono consumati due fatti di estrema rilevanza politica.

Il primo. In mattinata Elly Schlein e Carlo Calenda si sono incrociati in una delle ascensori di Montecitorio e nel giro di pochi minuti hanno trovato l’intesa sul salario minimo. La prova definitiva è arrivata qualche ora dopo, alla fine di una riunione tra tutte le forze di opposizione, a cui non ha partecipato Italia Viva: in quella sede è stata definita la sintesi tra tutte le proposte avanzate nel corso di questi mesi proprio sul salario minimo. Sintesi sulla quale, venerdì, l’accordo è stato ufficializzato.

Il secondo. Qualche ora più tardi a Napoli si è tenuta una pubblica iniziativa sull’autonomia differenziata, organizzata e promossa dall’associazione “Cittadino Sudd”, guidata dall’ex deputato di Leu Federico Conte, a cui hanno preso parte l’ex presidente della Camera Roberto Fico, tra i massimi riferimenti del Movimento Cinque Stelle, l’ex ministro per il Sud Mara Carfagna, oggi Presidente di Azione, ed il sindaco Gaetano Manfredi, espressione di quello che abbiamo imparato a definire campo largo. Tutti d’accordo, manco a dirlo, sulla necessità di unire le forze per scongiurare una secessione di fatto.

Due passaggi, come detto, di estrema rilevanza. In primo luogo, perché dimostrano che la linea Schlein, secondo cui l’alternativa a questa destra va costruita cercando l’intesa sui temi, sta diventando la linea di tutte le forze riconducibili potenzialmente al campo progressista. Tra le quali, evidentemente, non c’è Italia Viva.

In seconda battuta, perché ci restituiscono l’evidenza di un processo già in essere, funzionale alla costituzione di una quarta gamba centrista organica al fronte progressista, in grado di incrociare il consenso di quell’elettorato cattolico, liberale, moderato, civico e senza tessera, spaventato dalla radicalità di Schlein e Conte, ma al contempo indisponibile a cedere alle sirene sovraniste. Insomma, una Margherita 2.0 che sul medio lungo periodo, con ogni probabilità dopo le europee, dovrebbe prendere forma nell’incontro tra Azione, civismo e pezzi di apparato Pd che non si ritrovano nella svolta imposta dalla neo segretaria, ovvero pezzi di quell’universo riformista che vive con disappunto il nuovo corso del Nazareno.

Il primo ad indicare la rotta è stato il sindaco di Milano Beppe Sala e tutti gli indizi, anche se è molto presto, suggeriscono che proprio lui potrebbe essere il front man di questa nuova formazione.

In terza ed ultima istanza perché certificano la fine dell’ipotesi terzopolista, ovvero l’incompatibilità degli orizzonti di Azione e Italia Viva: se Carlo Calenda e i suoi si muovono con risolutezza nell’alveo dell’alternativa possibile e necessaria a questa destra, Matteo Renzi ha già lanciato la sua opa su Forza Italia, puntando ad assumere un ruolo decisivo per la tenuta del governo ed in prospettiva ad imporsi come il regista di un nuovo centrodestra. L’ex Presidente del Consiglio, che nel Palazzo si muove come nessuno, ma che in termini di consenso è sempre più marginale, punta sui precari equilibri di Palazzo Madama: accogliendo nel gruppo di Italia Viva una manciata di senatori forzisti avrebbe la forza di commissariare Giorgia Meloni.

Volendo sintetizzare, dunque, siamo dinanzi ai primi evidenti segnali di un processo di ridefinizione del quadro politico che nel corso di queste ultime settimane, complice la dipartita di Silvio Berlusconi, ha subito una inevitabile accelerazione determinando l’istantanea implosione del cantiere terzopolista. Primi evidenti segnali che, come vedremo, trovano riscontro anche alle nostre latitudini.

Vincenzo De Luca, che sulla carta resta il principale riferimento del Pd nel Mezzogiorno, ha deciso di andare alla guerra contro il Nazareno. Il punto, manco a dirlo, è il terzo mandato. Il governatore non perde occasione per scagliarsi contro la segretaria nazionale e persino su questioni sulle quali si rileva una convergenza assoluta, come sull’autonomia differenziata, non concede alcuno spazio al dialogo. Il tentativo di delegittimare la manifestazione indetta per il 14 e il 15 luglio a Napoli ci restituisce l’immagine plastica di un De Luca accecato dal livore, disposto persino a rinnegare se stesso pur di marcare la distanza con i vertici nazionali del suo stesso partito.

La verità è che De Luca non può nemmeno accettare di aprire una discussione sul terzo mandato perché qualora concedesse anche solo l’impressione di contemplare l’ipotesi di rinunciarvi il suo sistema di potere, costruito sul trasversalismo, comincerebbe inevitabilmente a sfaldarsi. I tanti riferimenti e portatori d’acqua riconducibili al variegato universo civico e moderato, molti dei quali provenienti dal centrodestra, comincerebbero a guardarsi attorno, a ricercare nuovi possibili interlocutori, nuove collocazioni funzionali alla sopravvivenza. Allo stesso modo, i consiglieri e i riferimenti del Pd e delle forze organiche al campo progressista, gli stessi riferimenti eletti nelle liste del governatore, avrebbero tutta la convenienza ad abbandonare il dogma della fedeltà per ricercare nuovi orizzonti.

Il governatore non ha alternative a puntare tutto sul fallimento di Elly Schlein, dunque ad un nuovo cambio della guardia al Nazareno dopo le europee. Ma si tratta di una speranza più che di una strategia, posto che tutti i sondaggi continuano a dare in crescita il Pd a dispetto della teoria, sposata anche dal Presidente, secondo cui le sconfitte elettorali subite in questi mesi sarebbero da addebitare proprio alla segretaria e alla sua linea. Un’idiozia totale.

De Luca, in altri termini, confida nel fallimento di Schlein immaginando di poter blindare il terzo mandato incrociando la disponibilità di chi ne prenderà il posto al Nazareno. Nelle more spinge per la celebrazione immediata del congresso regionale per provare a riprendere il controllo del partito e si prepara anche all’eventuale rottura. Perché è del tutto evidente che qualora alle europee il Pd dovesse ottenere un significativo risultato, la soglia minima è quella del 25 per cento, Elly Schlein uscirebbe rafforzata e non ci sarebbe alternativa possibile sino alle politiche. In tale quadro, De Luca proverebbe a rifare quel che fece a Salerno ormai oltre vent’anni fa, candidandosi alla guida di un blocco civico al di là dei partiti, provando ad aggregare muovendo da una interlocuzione privilegiata proprio con quelle forze di natura civica e centrista, con l’ambizione di sottrarre riferimenti ai due blocchi principali. A Santa Lucia c’è persino chi teorizza un accordo di natura civica con la destra, quantomeno una desistenza.

In questa prospettiva il governatore non potrebbe che riconoscere in Matteo Renzi l’interlocutore privilegiato. Perché Italia Viva in Campania è un partito ad immagine e somiglianza di De Luca, visto e considerato che nel 2020 fu lui a costruire le liste renziane per le regionali garantendo spazio a molti riferimenti apolidi ma pesanti in termini elettorali.

Ed eccoci al punto.
Matteo Renzi, come detto, ha già lanciato la sua opa su Forza Italia con l’ambizione di commissariare il governo Meloni. Nel medio periodo il suo obiettivo è quello di imporsi come il regista del nuovo centro contro l’egemonia sovranista, come l’architetto di un nuovo centrodestra a trazione moderata. Qualora Schlein dovesse rafforzarsi alle europee e dare continuità alla sua linea in vista delle politiche, De Luca avrebbe tutto l’interesse a ricercare l’interlocuzione con Renzi per fare di Italia Viva il nucleo del fronte civico con il quale tentare il tris nel 2026. Fermo restando che al cospetto di una tale prospettiva coloro che oggi pascolano in assise regionale sotto le insegne renziane potrebbero decidere di percorrere altre vie, di ricercare nuove collocazioni, a destra come a sinistra, assecondando il vento che tirerà.

Qualora, invece, Schlein dovesse effettivamente fallire e De Luca dovesse ritrovare al Nazareno nuovi interlocutori disponibili ad assecondarne i desiderata, allora il governatore non avrebbe alcun problema a muoversi in uno schema di centrosinistra e a svuotare Italia Viva garantendo ai “suoi” renziani una nuova collocazione. Qualcuno nelle liste del Presidente, qualcun altro in Azione, qualcun altro in qualche lista concepita all’uopo.

Ma quel che vale per De Luca, in fin dei conti, vale anche per Clemente Mastella. Il sindaco di Benevento, si sa, è il più autorevole interprete del centrismo radicale e non ha impiegato molto per comprendere che la morte di Berlusconi avrebbe innescato un processo di ridefinizione degli equilibri politici decretando la fine di ogni ipotesi terzopolista. Questa è la ragione per la quale si è immediatamente messo in moto, sfruttando un’agenda come poche, per provare a mettere a servizio di quel che resta di Forza Italia la propria utilità marginale in vista delle europee, gettando nel panico i gruppi dirigenti sul territorio. Una candidatura di Sandra Lonardo alle europee sotto le insegne forziste potrebbe essere l’obiettivo immediato sul quale lavorare, nella consapevolezza che un’eventuale elezione garantirebbe al sindaco di Benevento una rinnovata centralità sul proscenio nazionale con lo sguardo rivolto a destra. La prospettiva non potrebbe che coincidere con quella renziana e, chissà, con quella del governatore.

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