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Opinioni

Sanità, la grande colpa di De Luca è una sola. Ed è imperdonabile

Le strutture sanitarie dei nostri territori continuano ad essere militarizzate dalla politica. Oggi come ieri la gestione del sistema sanitario regionale rappresenta il primo vettore di consenso e di gestione, il terreno sul quale la politica esercita il suo potere nella maniera più spudorata, l’arena nella quale si decidono le campagne elettorali, si costruiscono alleanze e nuovi sistemi di potere attraverso la commistione tra pubblico e privato

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L’ultimo rapporto Agenas restituisce un’istantanea impietosa dello stato di salute della sanità campana ed in particolare della sanità delle nostre aree interne. Un’istantanea che alimenta un’indignazione comprensibile nei cittadini ma che chiede di essere interpretata con le lenti della memoria e della complessità quantomeno da parte di chi esercita una funzione istituzionale, quantomeno da parte di chi, come nel nostro caso, è chiamato a raccontare la realtà, ad analizzarla con equilibrio.

Il disastro della sanità campana ha purtroppo radici profondissime. Bisogna tornare agli anni di Bassolino, che segnarono il collasso di un sistema di gestione insostenibile, fondato sulla militarizzazione politica della sanità, sul debito e sulla clientela, ma poi sono stati gli oltre due lustri di commissariamento a determinare la polverizzazione del sistema sanitario regionale. Più di un decennio di tagli ragionieristici che hanno determinato la chiusura di molte strutture, in primo luogo nei territori più marginali, il blocco delle assunzioni, una drastica riduzione delle risorse, una razionalizzazione folle che ha determinato la desertificazione del sistema sanitario pubblico in interi sistemi territoriali. La cura si è risolta in una condanna.

Questa verità non la possiamo e non la dobbiamo rimuovere. La dobbiamo tenere bene in mente per scongiurare il rischio di cedere alla semplificazione demagogica, per scongiurare il rischio di assolutizzare l’analisi focalizzando l’attenzione solo sull’oggi, magari solo su singole realtà che svettano per performance negative, ovvero risolvendo ogni ragionamento in un processo sommario al governo regionale o ai manager sui territori. E la dobbiamo tenere in mente ogni qualvolta poniamo la nostra indignata attenzione sulla crescita esponenziale della sanità privata, che dalle carenze del pubblico trae enormi profitti, che troppo spesso rappresenta l’unica alternativa percorribile per i cittadini, a patto che le tasche siano sufficientemente gonfie.

Allo stesso modo, e veniamo alla mendace narrazione a cui il Presidente De Luca si affida sistematicamente, l’esistenza di taluni centri di assoluta eccellenza, dall’area metropolitana ai territori interni, non può essere strumentalizzata per oscurare la realtà di un sistema sanitario che fatica a stare in piedi.

La realtà è molto più complessa. Al governatore De Luca vanno riconosciuti alcuni meriti. Innanzitutto quello di aver condotto il sistema sanitario campano fuori dal commissariamento, anche se quel risultato è stato conseguito dopo oltre un decennio di lacrime e sangue sulla pelle dei cittadini. Questo risultato ha restituito al governo di Santa Lucia le condizioni e lo spazio per programmare una riorganizzazione del sistema sanitario sul territorio, per nuovi investimenti, per ridefinire le funzioni di singole strutture oggetto di riqualificazione. Una programmazione che ha trovato ulteriore linfa nella crisi pandemica, nelle opportunità che oggi il Pnrr riconosce in termini di investimenti per quella che abbiamo imparato a definire sanità di prossimità o territoriale.

L’altro merito è stato quello, dal nostro punto di vista molto significativo, di aver saputo imporre in cima all’agenda del pubblico dibattito nazionale la battaglia per il superamento del principio della spesa storica, che penalizza drammaticamente la Campania e il Mezzogiorno, dunque per la ridefinizione dei livelli essenziali di assistenza per una distribuzione più equa delle risorse per la sanità. Lo stesso principio che muove ed ispira la battaglia, tutta ancora da combattere, contro l’Autonomia differenziata proposta da questo governo.

Le colpe del governatore, però, sono altrettanto evidenti e non possono essere sottaciute. E vanno ricercate nel metodo con il quale in questi otto anni sono stati selezionati i vertici del sistema sanitario sui territori, direttori generali dei presidi ospedalieri e delle Asl, al netto di ogni considerazione di merito sull’operato di ognuno.

La logica è sempre quella della fedeltà e dell’appartenenza, la stessa logica con la quale, per inerzia, i prescelti operano nell’esercizio delle proprie funzioni. Le strutture sanitarie dei nostri territori continuano ad essere militarizzate dalla politica, continuano ad essere ostaggio di riferimenti e consorterie che sulla sanità costruiscono e coltivano consenso nel nome della Regione. E questo meccanismo finisce con il premiare molto spesso i mediocri, al punto che i bravi non hanno altra ambizione se non quella di trovare collocazione altrove. Vuoi nel privato, vuoi nel pubblico.

La responsabilità di De Luca sta nel fatto che oggi come ieri la sanità rappresenta il primo vettore di consenso e di gestione, il terreno sul quale la politica esercita il suo potere nella maniera più spudorata, l’arena nella quale si decidono le campagne elettorali, si costruiscono alleanze e nuovi sistemi di potere attraverso la commistione tra pubblico e privato.

Detto questo, chi invoca un nuovo commissariamento del sistema sanitario campano non sa di che parla. La nostra sanità non ha bisogno di nuovi tagli, di nuovi piani di rientro studiati a tavolino con la calcolatrice, ma ha bisogno di maggiori investimenti, di migliaia di operatori, medici ed infermieri, ma soprattutto di una politica capace di misurarsi sul merito piuttosto che sulla gestione, di liberare le nostre strutture dal giogo dei cacicchi, di esercitare il proprio primato scegliendo per competenza e non per affiliazione.

Un nuovo commissariamento della sanità campana segnerebbe solo l’inizio della campagna elettorale di questa destra per le regionali del 2026. Nulla di più.

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