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Opinioni

L’anoressia democratica che soffoca le nostre aree interne

In Irpinia come nel Sannio siamo alla privatizzazione del gioco democratico, alla militarizzazione del consenso, al controllo sistematico del voto espresso, alla conta casa per casa, famiglia per famiglia, figlio per figlio, nipote per nipote. Questa è la madre di tutte le patologie che soffocano i nostri territori

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Ossessionati dai numeri, dalle statistiche, dai report e dalle classifiche sulla qualità della vita, costretti a rincorrere tavoli e vertenze, occasioni perdute ed immaginifiche soluzioni per restituire almeno una speranza di futuro alle nostre aree interne, abbiamo finito con il dimenticare i fondamentali. Abbiamo rimosso, per dirla in altri termini, l’assunto che tutto spiega: non può esserci crescita e progresso laddove il gioco democratico è compromesso.

Un assunto universale, una verità che è tanto più vera quanto più marginale è il contesto di riferimento, perché laddove la centralità è il presupposto, laddove il futuro passa a prescindere e i flussi economici si generano per inerzia, un meccanismo democratico compromesso inibisce crescita e progresso, favorisce storture, iniquità e disuguaglianze, comprime lo spazio per la tutela dei diritti, ma non necessariamente lo sviluppo. Questo non è vero in territori marginali come i nostri, distanti dai grandi flussi, isolati in termini infrastrutturali, scollegati dalle grandi direttrici, dove il futuro non passa a prescindere. Territori condannati dal darwinismo della geografia, dei numeri e del mercato che possono vedere riconosciute le proprie istanze, le proprie aspirazioni, solo nella dimensione politica e, dunque, istituzionale.

Che il meccanismo democratico nei nostri territori sia drammaticamente compromesso è un fatto. Basterebbe riflettere, per riconoscere questa evidenza, su quel che si è mosso nel corso di quest’ultima campagna elettorale per le amministrative, campanile per campanile e lista per lista. Piccole e piccolissime comunità, gran parte delle quali ben al di sotto dei cinquemila abitanti, con un corpo elettorale teorico, drogato dal computo degli iscritti all’anagrafe degli italiani all’estero, nelle quali si rilevano consorterie e gruppi di potere costruiti su legami di sangue, municipi appaltati a singoli nuclei familiari o, nel migliore dei casi, a consorterie consolidate nei decenni, contesi da fronti contrapposti per appartenenza a questo o a quel cognome, a questa o a quella cordata. Siamo alla privatizzazione del gioco democratico, alla militarizzazione del consenso, al controllo sistematico del voto espresso, alla conta casa per casa, famiglia per famiglia, figlio per figlio, nipote per nipote.

La contendibilità democratica ridotta ad uno scontro tribale in ragione del quale la vittoria concede il possesso dell’Istituzione ed impone il dovere di eliminare tutti i nemici, di utilizzare il potere come una clava per regolare i conti con gli sconfitti, per riconoscere il dovuto a chi ha dimostrato fedeltà, per pagare il consenso ottenuto, per consolidare potere, per occupare ogni spazio di gestione, e, perché no, per comprare il dissenso, per arruolare nuovi soldati in fuga dall’esercito sconfitto.

La crisi ormai pluridecennale dei partiti, del tutto incapaci di formare e selezionare classi dirigenti, ha favorito enormemente questa deriva con la conseguenza che nel corso di questi ultimi due decenni lo spessore culturale medio dei nostri sindaci, dei nostri amministratori e dei consiglieri che animano le assisi dei nostri municipi è andata precipitando drammaticamente. Fatte le dovute eccezioni, che in quanto tali confermano la regola, le nostre comunità sono governate e rappresentate da personalità mediocri e chiaramente inadeguate a farsi carico delle sfide che questa fase storica imporrebbe, proprio ai comuni e agli enti locali, in primo luogo sul terreno della programmazione strategica e della riorganizzazione dei servizi. Le ragioni dell’immobilismo delle nostre amministrazioni rispetto a partite vitali per il futuro delle comunità e dei territori, le ragioni per le quali il dibattito istituzionale, persino dinanzi ad opportunità irrinunciabili sul terreno infrastrutturale come nel caso di Valle Ufita, continua ad essere viziato da un insopportabile campanilismo sono tutte qui. E sono le stesse ragioni che spiegano il fallimento di tutti i protocolli di area vasta, l’incapacità dei territori di spendere i fondi europei in funzione di obiettivi strategici condivisi, l’assoluta inabilità alla concertazione nell’interesse delle comunità.

L’anoressia democratica è la madre di tutte le patologie che affliggono le aree interne. La guarigione da questo male è il presupposto ineludibile per restituire a questi territori una speranza di progresso e di futuro. E c’è poco da fare, l’unica cura possibile è quella che passa per il superamento della frammentazione istituzionale, per il potenziamento degli strumenti volti a favorire processi di fusione tra Comuni, perché solo riducendo i municipi e le assisi, solo allargando la base elettorale, sarà possibile liberare la pubblica opinione dal giogo clientelare, dalla prigionia delle consorterie, e contestualmente saldare istanze coincidenti o complementari, restituire rappresenta univoca a sistemi territoriali omogenei che pretendono un’agenda comune in funzione di una visione necessariamente condivisa.

Va senza dire che oggi sarebbe semplicemente impossibile teorizzare percorsi di fusione sui nostri territori. Non solo perché ragioniamo di campanili divisi da rivalità ancestrali, di comunità gelose della propria identità e dei propri costumi che vedrebbero nell’osmosi istituzionale un’offesa alla propria storia, ma perché nella fusione i ceti dominanti troverebbero la via per l’oblio, la fine di ogni potere di ricatto e di ogni capacità di militarizzazione del consenso, perché, per semplificare, un pacchetto di voti determinante in un paesello di tremila anime diventa marginale in una contesa che vede il coinvolgimento di un corpo elettorale di 30 mila persone. A quel punto sarebbe molto più difficile contare i voti casa per casa e famiglia per famiglia, a quel punto sarebbe molto più complesso congelare il dissenso con il ricatto, a quel punto si libererebbero molte energie, si libererebbe la forza della partecipazione ed emergerebbero nuove energie e nuovi pensieri.

Per rendere la fusione appetibile agli occhi dei cittadini, per spingere le comunità ad abbracciare questa prospettiva occorrerebbe potenziare gli strumenti volti a favorire questa prospettiva, ovvero potenziare i vantaggi sul terreno della fiscalità prevedendo la drastica riduzione o persino il congelamento di imposte quali Tari o Imu per un congruo numero di anni, ovvero strumenti volti ad incidere positivamente sulle tasche dei cittadini. A quel punto la rivoluzione sarebbe compiuta, perché nessun sindaco potrebbe sottrarsi, nessuna spinta conservativa potrebbe arginare la volontà delle comunità.

A quanto pare in Parlamento si sta lavorando in tal senso e sul punto si rileverebbe anche una certa convergenza tra forze di maggioranza e di opposizione, anche se sino a questo momento non ci sono indicazioni tali da concedere spazio all’ottimismo. Ma le ragioni per credere in un’ultima speranza, si sa, a queste latitudini le troviamo sempre.

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