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Erminia Mazzoni, ‘ex’ ma non per molto: ‘Ora tocca ai cattolici trovare casa. De Luca-Mastella? Dinamica scontata’

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La prossima iniziativa in calendario è fissata per lunedì, a Napoli. Da programma, Erminia Mazzoni dovrà tirare le fila di una discussione che verterà sul Mezzogiorno e sul Pnrr: “Sarà l’occasione per fare il punto sulle grandi opere pensate per il Sud, e in particolare per la Campania, all’epoca delle partecipazioni statali e che oggi andrebbero ripensate – sia per metodo che per finalità – nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”. Parlerà nelle vesti di coordinatrice dell’associazione regionale degli ex-parlamentari.

Ma davvero Erminia Mazzoni si sente già una “ex”?

“Sono una “ex”, è un dato di fatto. Nessuna condizione, però, è irreversibile”.

In effetti abbiamo notato il suo interesse verso un nuovo progetto politico presentato di recente a Roma e che si propone di restituire voce alla cultura cattolico-popolare

Sono rimasta per troppo tempo senza una mia casa politica. E l’idea di un partito popolare, moderato, dei cattolici e con i cattolici è senz’altro opportuna. L’evoluzione del dibattito politico, d’altronde, va in questa direzione: Giorgia Meloni ha dimostrato che l’impegno identitario può portare a un risultato, anche se sono serviti dieci anni, anche se è stato necessario il sacrificio di un lungo periodo di opposizione e isolamento rispetto alle forze con le quali immaginava di governare. Fratelli d’Italia è partita nel 2013 con uno scarso 3%, oggi è al 30 ed è palazzo Chigi. Tra l’altro operando una rivoluzione di altissimo profilo per il nostro Paese: prima donna presidente del Consiglio e per giunta giovane, in un’Italia dove – fatta eccezione per Renzi – abbiamo sempre avuto capi di governo un po’ datati.  Ora tocca a noi centristi recuperare il nostro profilo identitario, vincendo la battaglia contro i tanti personalismi dei piccoli leader che in passato hanno dato vita ai centomila centrini della dispersa Dc. Si può fare, pure considerando ciò che accade a sinistra”.

Ovvero?

“Con la vittoria della Schlein il Partito Democratico si colloca chiaramente a sinistra. Va dunque in archivio la fase avviata con la fusione di Margherita e Ds. Il ritorno dei due blocchi, destra-sinistra, lascia uno spazio enorme – in cui oggi si ritrova tanto astensionismo – che chi ha cultura di centro e moderata ha il diritto-dovere di provare a riempire di contenuti”.

L’ha sorpresa di più la vittoria di Giorgia Meloni alle politiche o di Elly Schlein alle primarie del Pd?

“Nessuna delle due. La vittoria della Meloni era assolutamente prevedibile, anche in relazione alla scelta elettorale – quella no, non prevedibile – di Enrico Letta. La virata a sinistra del Pd, prima ancora della Schlein, l’ha operata proprio Letta con le scelte sulle alleanze. E se andiamo a guardare bene i dati, alle elezioni il Pd non ha perso voti. Ma ha cambiato fisionomia, preparando il terreno per ciò che poi è successo con le primarie”.

Premier donna e capo dell’opposizione donna: soltanto tre anni fa era difficile da immaginare. Qualcosa è cambiato?

“E’ un processo, non un cambiamento immediato. Un processo frutto di tanti anni di impegno sulle pari opportunità. Da donna dico che saremmo stati in ritardo già tre anni fa quando già c’erano figure femminili in grado di interpretare un ruolo di guida del Paese”.

Un primo giudizio su questi primi mesi del governo Meloni? Sull’autonomia differenziata la sua è una posizione decisamente critica

“Il decisionismo della Presidente del Consiglio è benvenuto. Poi le scelte si possono discutere. Possono piacere o non piacere. Io alcune non le ho condivise ma comprendo la ricerca di un punto di mediazione tra forze politiche che hanno siglato un patto elettorale ma che tra loro non sarebbero compatibili, considerate le contrapposizioni degli ultimi dieci anni. Per venire al disegno di legge Calderoli, la proposta è arrivata alla vigilia delle elezioni regionali e risentiva del clima elettorale. Non era condivisibile. Oggi la bozza di riforma già è cambiata, lo misureremo dunque nella sua evoluzione perché sono certa muterà ancora, pure in considerazione del principio dell’Unità Nazionale a cui la Meloni è fortemente legata”.

L’ultima sua esperienza istituzionale, fatta eccezione per la breve parentesi di palazzo Mosti, l’ha vissuta all’Europarlamento: che idea si è fatta del ‘Qatargate’ e delle conseguenze determinate dallo scandalo?

“Mi ha sorpreso per le persone che sono state coinvolte. Sulla questione processuale, ancora sub iudice, mi astengo. La vicenda, però, qualcosa ci dice: in Italia, per troppo tempo, ci siamo concentrati sul racconto dell’Unione Europea come quel luogo in cui si discute del diametro della zucchina e ci siamo distratti su quello che è il reale potenziale di un’organizzazione sovranazionale alla quale gli Stati hanno delegato una fetta importante dei loro poteri. Un approccio superficiale che noi percepivamo”.

In che senso?

“I parlamentari europei erano e sono spesso considerati soggetti periferici, estranei al contesto politico nazionale. Un atteggiamento che deve cambiare perché nei luoghi della democrazia europea si assumono decisioni importanti che poi incidono sulla vita dei cittadini italiani. Pensiamo all’annosa questione della liberalizzazione delle concessioni balneari, la direttiva Bolkestein. Venti anni fa l’abbiamo fatta passare senza batter ciglio. Poi con l’avvicinarsi della sua attuazione ci siamo resi conto che forse dovevamo dire ai parlamentari europei di allora che bisognava votare diversamente, come fecero – tutelando gli interessi del proprio Paese – i tedeschi, i francesi o i portoghesi”.

Veniamo alla politica locale. L’intervento del presidente De Luca all’assemblea degli industriali ha diviso l’opinione pubblica. C’è chi ha applaudito alle parole del governatore e chi invece ha sottolineato di aver ascoltato cose già sentite in passato. Lei dove si colloca?

“Che il territorio sannita non sia centrale rispetto alle politiche e alla programmazione regionale è vero. Ma la responsabilità non è solo in capo a palazzo Santa Lucia. Noi da Benevento rivendichiamo sempre in maniera debole, piagnucolante e non tempestiva. E’ vero che la nostra domanda di sanità è disattesa e mortificata così come lo è la nostra domanda di mobilità, ma è anche vero che il nostro atteggiamento, negli anni, è stato di credulità improduttiva. Prendiamo la Telese-Caianello, ne discutiamo da quarant’anni e quanti annunci abbiamo letto e ascoltato?”.

Nel frattempo, sul versante politico qualcosa si è rotto nell’intesa tra palazzo Santa Lucia e palazzo Mosti: un dato che la sorprende o era prevedibile?

“No che non mi sorprende. Mastella non sceglie una parte politica, sceglie di poter contare e quindi di stare al governo. Cosa opinabile dal mio punto di vista – perché poi si deve capire se si vuole contare per il bene del territorio e non per altro – ma su questo bisogna riconoscere la coerenza del sindaco Mastella così come l’ingenuità di chi, di volta in volta, si fa sostenere da lui. Oggi, con la sinistra in difficoltà e con poche prospettive di vittoria nell’immediato futuro, è nelle cose che il sindaco cominci a muoversi per liberarsi da vincoli e quant’altro. Certo, sarei stata più contenta di commentare questo scontro se fosse dipeso da una battaglia per tutelare gli interessi o i diritti della Città di Benevento e non dal mancato accoglimento della richiesta di sostituire l’assessore. Ma questo è, da quanto leggo sui giornali. E allora consentitemi di esercitare il beneficio del dubbio su tutte le critiche nei confronti della Regione giunte soltanto adesso”.

Per chiudere, torniamo agli inizi di questa nostra conversazione, parliamo di Mezzogiorno e delle opportunità del Pnrr: è una partita che il Comune di Benevento si sta giocando bene secondo lei?

“No, se pensiamo al Pnrr come occasione di progettare la crescita e lo sviluppo della Città. Questa partita il Comune non la sta proprio giocando. Sta semplicemente spendendo risorse già finalizzate, cioè già destinate a specifici interventi”.

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