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Comunali, non solo lamentele e denunce: il ‘cittadino elettore’ è e resta sovrano

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Ci sono i candidati e ci sono i cittadini: abbiamo sentito spesso parlare di visione di città, di interesse collettivo e di bene comune, della responsabilità di chi amministra o si appresta ad amministrare ad assolvere il compito di agire per il soddisfacimento delle esigenze che provengono dalla popolazione o dalle aree più periferiche delle città. 

Sono temi che puntualmente, a cadenza quinquennale, ricorrono e tornano nei discorsi e nei programmi elettorali di chi si propone come futuro cambiamento o come svolta epocale: l’impressione è che gli argomenti siano portati sul tavolo come avulsi dal quotidiano vivere civile, ma che puntualmente vengano presentati come non più rinviabili, in occasione di nuove elezioni. 

Di contro, i cittadini, quasi costretti a subire ogni cinque anni il solito ritornello, ascoltano, osservano e poi esprimono il proprio giudizio.

Un dinamismo che sembra emergere solo a ridosso del voto, ma che, se si fa riferimento ai mesi e agli anni precedenti al rinnovo degli organi decisionali e amministrativi, è spesso contrassegnato da un lato, da una diffusa tendenza da parte dei cittadini-elettori alla lamentela e alla denuncia, dall’altro dal malcelato attendismo di chi, una volta salito sullo scranno del potere, sembra dimenticare tutto d’un tratto gli impegni presi con la città e i cittadini dal proscenio dei comizi, salvo tentare di realizzarli proprio pochi mesi prima del voto. 

Ne deriva una sorta di tiro alla fune senza vincitore, con tutti che cascano a terra. E ad essere schiacciata è proprio quella libertà, prerogativa dell’essere cittadino, prima, e “sovrano” poi, che implicherebbe un equilibrio tra l’agire singolo e l’agire collettivo, condizione che realizza il senso di appartenenza a una comunità e di partecipazione  attiva e costante alla crescita armonica della società.

Il patto sociale di rousseauiana memoria indica proprio nel “concorso di molti uomini” la possibilità di difendere e proteggere “le persone e i beni degli associati sfruttando al massimo quella forza comune, in cui ogni uomo, pur unendosi a tutti gli altri, non obbedisca che a se stesso e resti libero.” 

L’emergere di associazioni e di comitati di quartiere, che negli anni ha pure dimostrato una certa fertilità della cittadinanza attiva, va certo nella direzione di costruire e affermare il senso di appartenenza comunitaria, che, perciò, va rafforzato e sorretto per evitare l’insorgenza di atteggiamenti di mera denuncia e di mera contrapposizione a chi governa. 

Un ruolo imprescindibile quello dei cittadini nella vita civile della propria comunità e del proprio territorio che diventa presidio di libertà e di tutela degli interessi collettivi contro il tentativo di ridurre il bisogno, di qualunque natura esso sia, a oggetto di scambio e di promesse elettorali, salvo poi soddisfarlo mai o solo in parte. Decisivo per non assecondare quel vezzo di rimettere tutto nelle mani dell’uno o dell’altro personaggio, visto quasi come salvifico.  

Recuperare il senso della sovranità popolare, la cui esplicitazione non può limitarsi solo all’azione dentro l’urna elettorale, è indispensabile affinché non muoia il corpo politico, di cui chi amministra è solo un rappresentante, peraltro a scadenza. 

Riaffermare quella sovranità collettiva ogni giorno per rendere la città propria dimora è condizione necessaria per ristabilire il corretto equilibrio tra diritti e doveri, tra responsabilità e conseguenze dell’agire e per consentire il corretto e giusto esercizio del potere democratico. 

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