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Opinioni

Capitale della Cultura 2028, Benevento esclusa dalle finaliste…ma non perdiamo solo per ‘colpa’ degli altri

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L’esclusione di Benevento dalla rosa delle dieci finaliste per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2028 non è una notizia che ci lascia indifferenti. È una ferita simbolica che riguarda l’intero Sannio, perché quella candidatura non era solo un esercizio di prestigio istituzionale, ma una richiesta di ascolto, di riconoscimento, di futuro. E quando una comunità che da anni prova a uscire dall’ombra viene lasciata fuori, il danno non è solo d’immagine: è politico, culturale, sociale.

Il dossier “Attraversare l’invisibile” non era un collage di slogan. Aveva coinvolto tanti operatori culturali, associazioni, enti. Era una visione complessa, forse non immediata, ma profondamente coerente con l’identità di Benevento e del suo territorio: una città stratificata, spirituale, segnata da presenze e assenze, da fiumi che non attraversano ma custodiscono, da una storia che ha sempre dialogato con l’altro e con l’altrove. Un progetto che metteva insieme Benevento, Pietrelcina e il Sannio in un’unica narrazione di comunità, lontana dai modelli scontati del marketing urbano, ma vicina all’idea più alta di cultura come costruzione di senso. Un’idea che però non ha funzionato.

Le parole del sindaco Clemente Mastella, che parla apertamente di scelte politiche, di appartenenze che pesano più dei contenuti, di un “gala della cultura” dove il colore dell’abito conta più della qualità del monaco, aprono una questione che non può essere liquidata con fastidio. Se davvero molte delle dieci città finaliste appartengono alla stessa area politica, il problema non è solo Benevento esclusa: è la credibilità stessa di un processo che dovrebbe essere libero, pluralista, fondato sulle visioni e non sugli equilibri di potere. E anche se il sospetto non diventa mai prova, il dubbio – come dice Mastella – è ormai inevitabile.

Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui. Sarebbe l’ennesima scorciatoia che questo territorio imbocca ogni volta che qualcosa va storto: accusare, recriminare, sentirsi vittime di un destino cinico e baro. Alla pari di chi, dall’altra parte della barricata politica, grida al ‘ve lo avevo detto’ o all’ennesima ‘occasione persa’. Questa esclusione, invece, deve costringerci a un esercizio più scomodo e più onesto: guardare ai nostri limiti. A interrogarci sugli aspetti fondamentali che ancora segnano la città e il territorio: sui servizi culturali che faticano a crescere, sulla difficoltà di rendere continuativa, accessibile e coinvolgente l’offerta culturale, sulla fragilità delle infrastrutture, sulla mancanza di una rete stabile capace di trasformare i nostri eventi in politiche durature.

Perchè la cultura non è solo racconto identitario e visione poetica: è organizzazione, accoglienza, servizi, lavoro, continuità. Su questo terreno Benevento ha ancora molto da imparare. E non tutto può essere imputato a Roma, ai Ministeri o ai ‘giochi di palazzo’.

Questa esclusione, allora, non è solo una sconfitta. È uno specchio. Ci dice che non basta avere una storia straordinaria se non sappiamo renderla sistema. Non basta essere profondi se non siamo anche efficaci. Non bastano Santa Sofia Patrimonio Unesco, l’Appia, l’Arco di Traiano e il Premio Strega. 

Benevento non diventerà Capitale Italiana della Cultura 2028. Ma ora ha una sfida ben più importante davanti a sé: scegliere la filosofia del ‘perdente’, quella di chi continua ad accusare gli altri e a spiegarsi perché ha perso, oppure iniziare a costruire le condizioni per andare oltre. E’ proprio da qui che può nascere una vera occasione: trasformare una sconfitta in consapevolezza, un’esclusione in stimolo, una delusione in progetto. Perché se Benevento vuole davvero attraversare l’invisibile, deve prima rendere visibile ciò che non funziona e avere il coraggio di correggerlo.

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