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Scuola

Tra i banchi di scuola la nostra sconfitta. Di che futuro parliamo, presidente De Luca?

Se c’è un nuovo modello di sviluppo a cui possiamo e dobbiamo guardare è un modello di sviluppo che va concepito in funzione dello spopolamento, non con la pretesa di invertire un trend irreversibile rincorrendo il miracolo del treno, salvifici investimenti, miracolose infrastrutture. È la grammatica di questo tempo che ci condanna, ma questo è il tempo che ci è dato da vivere

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Giovedì scorso il governatore De Luca ha fatto tappa a Solofra per l’apertura di una scuola primaria riqualificata. In quella circostanza ha giustamente affermato che investire sulla scuola vuol dire investire sui nostri figli e sui nostri nipoti, dunque sul futuro. Il punto è che il futuro, per la grandissima maggioranza di quei bambini, e di tutti i bambini nati a queste latitudini, sarà altrove. Questo ci dicono i numeri.

Le percentuali di diplomati che lasciano questi territori per andare altrove e non tornare più si fanno di anno in anno sempre più drammatiche, e se nei centri più grandi ancora si contano in media cinque o sei sezioni nei paesi più piccoli diventa complicato, molto spesso, anche formare una o due classi.

Numeri che ci restituiscono l’impietosa istantanea di una desertificazione già compiuta, di territori nei quali il diritto al futuro evocato dal governatore De Luca è già precluso. Da lustri discutiamo di sviluppo e progresso, di infrastrutture e turismo, ma i fatti ci dicono che sono venute già meno le condizioni minime necessarie per immaginare il domani. Il combinato disposto tra il calo drastico della natalità, fenomeno universale che riguarda non solo l’Italia ma l’occidente, e lo spopolamento, fenomeno che invece riguarda essenzialmente i territori interni, ha determinato una condizione ormai irreversibile che dovrebbe imporre, eccoci al punto della nostra riflessione, un radicale capovolgimento di paradigma rispetto alle sfide che ci attendono.

Per quanto male possa fare dovremmo trovare il coraggio di accettare una verità che è dinanzi ai nostri occhi e che quei numeri ci raccontano: solo se saremo capaci di ripensare la prospettiva sociale ed economica delle aree interne la parola futuro potrà tornare a far parte del nostro vocabolario. E la prova di questa evidenza la possiamo trovare facilmente nei numeri che si rintracciano altrove, in aree interne molto distanti dalle nostre, in territori ricchissimi, dove la piaga della disoccupazione non esiste, dai quali, tuttavia, le persone continuano a fuggire anche per scegliere una vita pendolare.

Pensiamo alla provincia di Belluno, al distretto dell’ottica, dove il calo demografico prosegue impietoso agli stessi ritmi delle nostre province, pensiamo al nord est profondo, alla Lombardia o al Piemonte, all’Appennino settentrionale, dove non sembra esserci argine alla fuga verso i grandi centri.

Se c’è un nuovo modello di sviluppo a cui possiamo e dobbiamo guardare è un modello di sviluppo che va concepito in funzione dello spopolamento, non con la pretesa di invertire un trend irreversibile rincorrendo il miracolo del treno, salvifici investimenti, miracolose infrastrutture. È la grammatica di questo tempo che ci condanna, ma questo è il tempo che ci è dato da vivere. Avvicinare questi territori ai grandi centri urbani, restituire alle aree interne nuova centralità nelle dinamiche economiche, investire sulle nuove frontiere del turismo sostenibile, non ci consentirà di arginare lo spopolamento ma restituirà a questi luoghi un futuro possibile, diverso da un passato che non tornerà più.

La responsabilità della politica dovrebbe essere quella di immaginarlo questo futuro, muovendo dal riconoscimento di una realtà che sì, certifica il fallimento ma allo stesso tempo restituisce l’orizzonte di un orizzonte possibile.

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