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Titerno

Incontro di storia con Di Fiore: L’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni, un orrore italiano da non dimenticare

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“Solo scalfendo i pregiudizi ed i preconcetti e conoscendo il passato, scavando nell’identità storica dell’altra parte della Penisola, possiamo meglio comprendere il presente, e ricostruire il futuro”.

E’ questo il messaggio lanciato dal giornalista Gigi Di Fiore, a margine della relazione tenuta sabato scorso, presso palazzo Massone di San Lorenzello, nell’ambito di un convegno – incontro, promosso dall’Ente Cuturale ‘Nicola Vigliotti’, nell’ambito del 30° anno di attività socio-culturali. Un focus in cui il noto saggista partenopeo, ha messo in luce i tragici accadimenti del 1860 e 1861.

Gli sconfitti, protagonisti di una dettagliata ricostruzione storica, furono soprattutto migliaia di pastori, carbonari e contadini del Matese, delle Puglie, delle campagne salernitane, della Sicilia, dei Tre Abruzzi, del contado del Molise, della Calabria, di Napoli. Un esercito di oltre 50 mila uomini: meridionali, a difendere quella che allora era la loro Patria. Su quei mesi, sui militari, sulla generazione che realizzò in concreto il Risorgimento, sia nella vittoria sia nella sconfitta, l’Archivio Borbone è una miniera ancora poco esplorata. E da quelle carte, come da molte altre fonti esaminate negli anni da Di Fiore.

In particolare, nell’Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni, avvenuto il 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, per vendicare una quarantina di soldati uccisi dai “briganti” e dal popolo che non accettavano l’invasione piemontese e che si erano ribellati ai soprusi, l’esercito di Vittorio Emanuele II massacrò migliaia di inermi e rase al suolo due paesi del Beneventano.

«Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra». Così il vile generale Cialdini, Luogotenente del re, diede ordine ai suoi subalterni. Il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti forti di 900 uomini rispettivamente a Pontelandolfo e a Casalduni, eseguirono l’ordine con grande diligenza e soddisfazione, mettendo a ferro e a fuoco il paese, uccidendo centinaia di civili inermi, stuprando donne e bambine, mutilando anziani, depredando abitazioni, profanando la Chiesa Madre e, alla fine, incendiando tutto il paese (solo tre case rimasero in piedi). Lo Stato rase al suolo un paese italiano con la ferocia delle peggiori ritorsioni militari di un esercito d’occupazione. Il sangue si mescolava al vino che usciva dalle botti sventrate dai soldati.

Quei protagonisti armati oggi sarebbero processati dai tribunali internazionali per crimini di guerra e invasione di uno Stato legittimo senza dichiarazione di guerra e invece godono di ogni onore nella toponomastica e nei monumenti d’Italia. A Pontelandolfo c’è invece un monumento in bronzo in memoria delle vittime dell’eccidio del 14 Agosto e una piazza dedicata a Concetta Biondi, una ragazzina sedicenne brutalmente violentata dalla soldataglia piemontese davanti agli occhi del padre, tra vili risate che anticiparono il colpo letale di bajonetta.

Nel libro del giornalista e saggista napoletano, Gigi di Fiore, scritto nel lontano 1998 e riedito nel 2014, si fa il punto di uno dei tanti episodi in cui furono coinvolte le popolazioni meridionali all’indomani dell’Unità d’Italia in cui le promesse e le speranze di liberazione suscitate da Garibaldi e dall’impresa dei mille, naufragarono di fronte al fatto che il regime borbonico fu sostituito da quello sabaudo con la negazione di fatto di una occasione di riscatto possibile per il meridione d’Italia, una Repubblica federata e socialista. L’eccidio non è un ‘male passeggero’ ma una ferita sanguinante. Una pagina nera della storia, quella vera, che andrebbe riportata nei testi scolastici e che, a tutt’oggi, viene impropriamente definita un episodio “locale”.

E’ un dovere civile, trasmettere la memoria di quei fatti alle giovani generazioni questo il coro unanime dei partecipanti (Pasquale Iacovella, Sindaco di Casalduni, Donato Addona, vice sindaco di Pontelandolfo, Nicola Bove, presidente della Pro Loco Casalduni, Renato Rinaldi, Presidente Associazione “Pontelandolfo 1861”, Luigi Guarino, associazione ‘Per il Meridionalismo Democratico’, Tullio Ruggieri, presidente Consiglio comunale di S. Lorenzello, Alfonso Guarino, presidente Ente Culturale Vigliotti). E Come ha ricordato il sindaco di Casalduni, Iacovella, nel mese di luglio, per le strade del centro sannita, si tiene la rievocazione storica di quanto accaduto con la speranza di far comprendere cosa è accaduto e riscoprire la propria identità.

Da segnalare, infine, l’istituzione a Torino nel ‘Giardino dei Giusti, dedicato a quanti, nel mondo, si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l’umanità e ai totalitarismi le lapidi dei martiri delle varie guerre, e la quinta delle lapidi sarà istituita proprio in memoria alle vittime del centro sannita. A Brescia, nel parco della rimembranza, in occasione delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, è stato innalzato un monumento, ed una delle prime città d’Italia invitate ad inviare una targa che ricordasse la tragedia dei fatti consumatisi a Pontelandolfo. A Biccari, in provincia di Foggia, hanno intitolato una strada ai martiri di Pontelandolfo, nella cittadina sannita hanno modificato la toponomastica dedicando delle vie ad alcune vittime del 1861.

Dagli USA, Randy Orso, discendente di una delle famiglie di pontelandolfesi emigrate negli Stati Uniti, ha scritto ‘il mio bisnonno fuggì dal massacro, spero che oggi tutti i fuggitivi richiedenti asilo siano accolti’. Ma il riconoscimento di Pontelandolfo quale “Luogo della Memoria del Risorgimento” e le scuse da parte dello Stato Italiano, sono giunte nel 2011 da Giuliano Amato, Presidente del Comitato dei Garanti per le Celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, a nome del presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo oltre un secolo e mezzo dai tragici fatti. Un orrore italiano da conoscere, da non dimenticare, da evitare.

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