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CULTURA

Nuovo incontro del laboratorio CIVES: “Attivare processi di fiducia per costruire comunità”

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Si è svolto il 6 Febbraio presso il Centro di Cultura “Raffaele Calabrìa” della Diocesi di Benevento il settimo appuntamento di “CIVES – Laboratorio di Formazione al Bene Comune”, che ha visto la partecipazione del dott. Giovanni Teneggi, direttore di Confcooperative di Reggio Emilia.

Come di consueto, Ettore Rossi (Direttore dell’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro della diocesi di Benevento) ha introdotto il tema e la prospettiva proposta dal Laboratorio: “Nell’ambito del nostro percorso formativo, siamo entrati nella sezione che abbiamo definito del trasformare, ovvero nella parte in cui cerchiamo di approfondire gli strumenti per poter intervenire sulla realtà. Proviamo, dunque, a leggere il territorio, anche con le sue competenze, e con uno sguardo partecipe. In tal senso la progettualità diviene una chiave di volta grazie alla quale attivare processi nella dinamica sociale, con un occhio particolare al ruolo attivo delle comunità”.

Subito dopo, la parola è andata a Maria Fanzo, cooperatrice attiva sul territorio beneventano da oltre 20 anni, la quale ha raccontato la propria esperienza focalizzando le motivazioni che hanno spinto la nascita e lo sviluppo della sua impresa: “Tutto è nato dalla voglia di fare qualcosa per chi si trovava in difficoltà e dalla rabbia che nasceva per la consapevolezza della pesantezza della struttura pubblica. Erano gli anni segnati profondamente dal volontariato, dalla cooperazione, da fervori sociali, e cresceva una sorta di empatia rispetto al bisogno sociale. Sentivamo il bisogno di offrire servizi a modo nostro e ricordo le difficoltà nel rapporto con le amministrazioni. Fare cooperazione è difficile e fare cooperazione sociale lo è ancora di più, ma le persone che ho incontrato nella mia esperienza mi hanno insegnato che è possibile provarci e dopo 22 anni sono ancora qui. Nonostante questo tempo difficile noi resistiamo ancora, e quindi ritengo di aver speso bene la mia vita”.

Dopo l’appassionata testimonianza, è intervenuto Teneggi: “La cooperazione è uno strumento – ha esordito – non dobbiamo mai dimenticare di guardare alla generatività dei progetti, alle persone, alla crescita del benessere sociale. Oggi assistiamo al tentativo da parte del mondo istituzionale ed economico di trovare un’alternativa al modello fallimentare dell’economia di consumo, ma c’è una difficoltà a gestire certi processi. Pensiamo a quante volte sentiamo parlare di fiducia, ma abbiamo cominciato a essere bombardati da questo concetto nel momento in cui sono cominciati a crollare i consumi e in realtà si intendeva per fiducia quella necessaria per comprare ancora.

Questo è solo un esempio della grande distanza che c’è tra quello che passa dai modelli politici e quello che possiamo padroneggiare sin da ora sui nostri territori. Oppure, pensiamo alla partecipazione, parola d’ordine della politica che, in realtà, attraverso la tecnologia, è alimentata esclusivamente dal mito dell’accessibilità delle informazioni e questo conduce al passaggio dalla democrazia rappresentativa a quella consultativa. La partecipazione oggi vuole velocità per essere efficiente, si accontenta del giudizio di pochi purché sia accessibile a tutti”.

Focalizzando, dunque, questo vero e proprio scarto, Teneggi ha messo in rilievo il bisogno che abbiamo di attivare un processo molto più concreto sui nostri territori, con tutte le difficoltà che questo può comportare: “Ci vuole fatica, determinazione, tenacia, e la disponibilità ad andare in controtendenza: si tratta di toccare davvero la terra sporcandosi le mani e avendo a che fare con le persone, sui territori, fuori dalle realtà virtuali e istituzionali.

In questi luoghi c’è tutto da costruire, nulla da occupare ma tutto da partecipare e condividere. Dobbiamo pensare a una prospettiva sociale e culturale, istituzionale ed economica, altrimenti non ci sarà un progetto comunitario e uno sviluppo locale: le motivazioni delle persone fanno la differenza e la prima azione da compiere è dare loro la parola, e partire da lì.”

Un bisogno di disseppellire qualcosa che abbiamo dimenticato ma che è necessario per ritornare a tessere un tessuto sociale sfibrato e costruire una progettualità futura, ripartendo da alcune parole-chiave come la fiducia: “Dobbiamo lavorarci sopra perché la fiducia è il primo punto fondamentale per costruire qualcosa, ma parliamo della fiducia tra le parti, che cioè sia in grado di generare reti non leader: la fiducia è il primo capitale sociale di un territorio.

Ci vogliono abilità di comunità, di relazioni. Se il clima è di sfiducia vuol dire che la gente non ha più sogni, obiettivi da perseguire con i quali mettere a rischio la propria fiducia. E poi dobbiamo ritrovare i nostri luoghi, soprattutto quelli dimenticati. Dobbiamo, in sostanza, riscoprirci nativi comunitari; è una sfida inter-generazionale, di recupero di una natività comunitaria”.

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