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La storia di Gianluigi Bianchini, ‘collezionista’ di selfie e maglie, ma soprattutto volto simbolo della passione giallorossa
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Ci sono anime che trovano casa in un luogo preciso. Non una casa fatta di mura, ma di colori, di cori, di attese. La casa di Gianluigi Bianchini è giallorossa. Vive lì dentro da quando aveva appena tre anni, quando suo padre Pompeo, noto dipendente comunale, lo prese per mano e lo portò allo stadio Santa Colomba per la prima volta.
È iniziato tutto così, con un gesto semplice. E da quel giorno non è mai finita. «La mia prima partita è stata a tre anni e da quel giorno sono innamorato del Benevento». Da allora, quel bambino non ha mai smesso di essere sugli spalti. Anche quando la vita ha provato a portarlo lontano.
Aveva solo 13 anni quando ha perso il suo caro papà. Un vuoto che non si racconta, si attraversa. Ma dentro quel dolore è rimasta accesa una fiamma: quella passione condivisa, quel filo invisibile che continua a legarli. «Mio padre sarebbe fiero, perché ho portato il nome del Benevento dove lui purtroppo non ha visto».
Poi un altro addio, quello alla madre. E ancora una volta il mondo che si sgretola. Ma Gianluigi non si è fermato. Non ha ceduto. Perché accanto a lui è rimasta sua sorella Tina, diventata guida, presenza, abbraccio quotidiano, angelo custode. «Le difficoltà sono state tantissime. Tina e il Benevento Calcio mi hanno dato la forza per affrontare tutto».
Il calcio, per lui, non è mai stato solo un gioco. È stato un rifugio. Una lingua per raccontare ciò che le parole non riescono a dire. È stato il modo per restare in piedi. E così ogni stagione diventa una promessa rinnovata. Lunedì mattina, davanti ai cancelli del Vigorito ancora chiusi, Gianluigi era già lì. Il primo ad abbonarsi. Come sempre. «Quel pezzo di carta è la nostra vita, la nostra passione. Quando si sono aperti i cancelli ho detto: non vedo l’ora che inizi il campionato».
Un abbonamento non è solo un titolo d’ingresso. È una dichiarazione d’amore. E quell’amore Gianluigi lo custodisce ovunque. Nei suoi ricordi, nei suoi gesti, nelle sue collezioni esposte in casa. Come quella, preziosa e silenziosa, delle maglie da gioco. Ne ha di ogni squadra, di ogni parte del mondo. Ma quelle del Benevento hanno un posto diverso, quasi sacro.
Tra tutte, ce ne sono alcune che raccontano una storia più antica della sua stessa memoria: le maglie di lana, pesanti, vissute, che riportano indietro nel tempo, alle partite giocate allo stadio Meomartini. Un calcio lontano, fatto di fango e orgoglio, di freddo e passione pura. Gianluigi le conserva come si conservano le cose importanti della sua famiglia: con rispetto, con cura, con amore. Come se in quei fili ci fosse ancora il respiro di chi ha scritto le prime pagine di quella storia che lui oggi continua a vivere. Ma c’è una maglia su tutte che è una vera e propria reliquia: quella regalatagli dall’indimenticato capitano Carmelo Imbriani dopo il gol al Partenio nel derby vinto contro l’Avellino. Era febbraio 2005 e Gianluigi aveva solo 14 anni.
La vita di Gianluigi è fatta di tante cose tanto genuine quanto preziose. Ci sono, ad esempio, i suoi sorrisi condivisi. I selfie. Un rito moderno che è diventato leggenda cittadina. Vip, artisti, volti noti: tutti, prima o poi, passano davanti al suo obiettivo. Ne ha scattati migliaia. Proprio in questi giorni ne sta facendo incetta con gli attori arrivati per il BCT, il Festival del Cinema e della Televisione di Benevento. Ma anche calciatori e nuovi acquisti della Strega si mettono in posa per Gianluigi: si dice, scherzando, che senza la foto con lui non sia davvero ufficiale vestire il giallorosso. Lui ci ride su, con quella semplicità che lo rende unico. «I selfie sono un momento di svago… per me è un onore. Tutto è nato per caso, il primo lo scattai con il noto pasticciere Sal De Risio che inaugurava in città un’attività commerciale. Poi, col tempo, ho continuato e sono diventati virali con una pagina ufficiale sui social». Eppure, nella semplicità delle sue parole, c’è qualcosa di raro. Gianluigi non cerca la scena. La illumina.
La sua storia è fatta anche di battaglie silenziose. In passato ha trovato il coraggio di raccontare il bullismo e il cyberbullismo subiti. Ha scelto di esporsi, di dare voce a chi spesso resta in silenzio. «Non abbiate mai paura. Noi siamo più forti. Non mollate mai». Parole che non sono solo un messaggio, ma una verità conquistata.
Il suo viaggio nel calcio attraversa anche i campi meno illuminati, quelli del dilettantismo. Da dirigente accompagnatore, dal futsal alla terza categoria, ha conosciuto l’essenza più pura di questo sport. «Ho incontrato società e ragazzi meravigliosi». E in quel mondo ha coltivato un sogno che ancora oggi gli cammina accanto: lavorare un giorno nel Benevento Calcio.
Intanto resta lì, fedele, presente. Sugli spalti. Nei distinti. Con la sua scaramanzia e il suo cuore pieno. «Bisogna lasciare lavorare con serenità mister Floro Flores e la squadra», dice a proposito del nuovo campionato di B, commentando le ultime notizie di mercato. E al presidente Vigorito affida un grazie che pesa più di mille parole.
Poi, come ogni custode di passione, lancia il suo richiamo: «Abbonatevi. Nei derby di quest’anno contro l’Avellino voglio vedere uno stadio Vigorito pieno, colorato di giallorosso».
Perché in fondo Gianluigi non è soltanto un tifoso. È memoria che cammina. È amore che resiste. È un bambino di tre anni che non ha mai lasciato lo stadio, anche quando la vita gli ha chiesto di crescere troppo in fretta. E in fondo, ogni volta che si aprono i cancelli, lui torna lì. Dove tutto è iniziato. Dove si sente amato. Dove suo padre lo tiene ancora per mano. Dove il cuore batte forte, sempre, allo stesso modo. Seguendo il ritmo della Curva Sud. Giallorosso. Per sempre.




