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ECONOMIA

Territori in bilico – Niscemi e il dissesto idrogeologico come emergenza permanente del Mezzogiorno

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La terra sotto Niscemi continua a muoversi. Da giorni un intero versante collinare cede lentamente, inghiottendo strade, lesionando edifici e costringendo circa 1500 residenti ad abbandonare le proprie case. Non è stato un boato improvviso, né una catastrofe istantanea: la frana avanza centimetro dopo centimetro, mostrando in modo plastico ciò che il dissesto idrogeologico rappresenta oggi in Italia, e in particolare nel Mezzogiorno. Un’emergenza annunciata, prevista, studiata. Eppure ignorata.

Il 25 gennaio, a seguito delle intense precipitazioni che hanno colpito la Sicilia centrale, si è riattivato un movimento franoso di proporzioni eccezionali nel territorio di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Secondo le stime della Protezione civile, si tratta di una massa di terreno di circa 350 milioni di metri cubi, una quantità superiore a quella del disastro del Vajont del 1963. Questa volta, per fortuna, non si contano vittime. Ma il confronto storico è inevitabile e inquietante.

L’ISPRA – l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – ha colto l’occasione dell’evento per ricordare un dato che da anni campeggia nei rapporti ufficiali senza produrre un reale cambio di rotta: il 94,5% dei comuni italiani è esposto ad almeno una forma di pericolosità legata al dissesto idrogeologico. Frane, alluvioni, erosione costiera e valanghe interessano ormai quasi l’intero territorio nazionale. Oltre 1,28 milioni di persone vivono in aree a pericolosità elevata o molto elevata da frana; 6,8 milioni sono esposte al rischio alluvioni.

Niscemi, però, non è una sorpresa. L’area del quartiere Sante Croci, oggi epicentro dell’emergenza, era già stata colpita da una frana nel 1997 ed è classificata da anni come zona a pericolosità P4 e rischio R4, il livello massimo previsto dalla pianificazione. Tutto era noto: la geologia del territorio, la stratigrafia fragile fatta di sabbie poggianti su argille, la presenza di un pianoro delimitato da scarpate instabili. Eppure si è continuato a vivere, costruire, rimandare. Una fragilità strutturale che, con le piogge intense degli ultimi giorni, si è trasformata in emergenza.

La Società Geologica Italiana e la Sigea richiamano un punto cruciale: la conoscenza del rischio. Una trasparenza che oggi manca, mentre il costo delle emergenze continua a ricadere sulla collettività.

Nel frattempo, la Procura di Gela ha aperto un’indagine per disastro colposo. Ma la domanda resta sospesa: chi sono i responsabili? Gli “ignoti” evocati nei fascicoli giudiziari rischiano di coincidere con un sistema che da decenni preferisce l’emergenza alla prevenzione, i grandi annunci alla manutenzione ordinaria.

Il caso di Niscemi diventa così il simbolo di una questione più ampia che riguarda tutto il Mezzogiorno, colpito ciclicamente da eventi meteorologici estremi sempre più frequenti. Il ciclone Harry, come altri prima di lui, non ha fatto altro che colpire territori già provati da consumo di suolo, abusivismo edilizio, disboscamenti e pianificazione carente. Il cambiamento climatico agisce da moltiplicatore di rischio, amplificando fragilità preesistenti. Come ricorda il divulgatore scientifico Mario Tozzi, non è la crisi climatica a creare i disastri dal nulla, ma a rendere devastanti fenomeni che conosciamo da sempre.

E mentre il Sud frana e si allaga, il dibattito politico nazionale continua a oscillare tra rimozione e retorica. Si parla di emergenze, di eventi eccezionali, ma si continua a investire miliardi in grandi opere simboliche, mentre la messa in sicurezza dei territori resta una voce marginale. La manutenzione dei versanti, il monitoraggio continuo, la prevenzione diffusa non fanno notizia e non portano consenso immediato.

Eppure, le soluzioni esistono. L’Italia è tra i Paesi più avanzati al mondo nella ricerca sulle frane. Le tecnologie di monitoraggio satellitare, interferometria radar, sensori a terra e intelligenza artificiale, già utilizzate da ISPRA e da alcune Regioni, permettono di individuare movimenti millimetrici e anticipare le fasi critiche. Strumenti che, se affiancati a politiche serie di pianificazione e informazione, potrebbero salvare vite e risorse.

Il punto, però, è culturale prima ancora che tecnico. Vivere in un Paese geologicamente fragile richiede consapevolezza, competenza e responsabilità. Non esistono soluzioni definitive, ma esiste la possibilità di ridurre il rischio, se si accetta che il dissesto idrogeologico non è un’emergenza improvvisa, bensì una condizione strutturale.

Niscemi lo racconta con chiarezza: la frana non nasce con l’ultima pioggia. È il prodotto di decenni di scelte sbagliate, di rinvii, di territori sacrificati. Finché continueremo a stupirci di fronte a ciò che era già scritto nelle mappe, nei dati e nella storia, il prossimo disastro sarà solo una questione di tempo.

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