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Cittadini

La lettera – “Il dopo la denuncia: la solitudine delle donne che sopravvivono alla violenza”

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“Gentile Direttore,
le scrivo non per chiedere pietà, ma per raccontare una verità che troppe volte si preferisce ignorare: quella delle donne che, dopo aver trovato il coraggio di denunciare la violenza, si ritrovano più sole e indifese di prima.

Io sono una di quelle poche che, almeno davanti alla legge, ha “vinto”. Il mio ex marito è stato condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per maltrattamenti. Una sentenza che, sulla carta, sancisce giustizia. Ma nella vita reale, quella di ogni giorno, la giustizia non basta.

Da quando ho denunciato, tutto è diventato più difficile. Ho dovuto lasciare entrambi i miei lavori, e quello che svolgo da otto anni — a contatto con minori — è oggi appeso ad un filo. Mi hanno messo in difficoltà, mi pagano in ritardo, e quando arriva qualcosa è una cifra irrisoria. Eppure sono una mamma sola, con due figli, di cui uno con delle difficoltà. Ditemi: come può una donna rialzarsi, se viene lasciata senza risorse?

Tutti parlano di aiutare le donne, di sostenere chi denuncia. Sfilano nei cortei, fanno convegni, proclamano parole grandi. Ma dietro gli slogan c’è il vuoto. Le istituzioni si rimpallano le responsabilità, le associazioni si dividono i ruoli, e chi ha davvero bisogno resta nel silenzio della propria casa, con la paura che la violenza — quella fisica o quella sociale — possa tornare all’improvviso.

Perché non è la denuncia a distruggere una donna. È il dopo. È la solitudine, l’isolamento, l’indifferenza. È scoprire che chi ti diceva “non sei sola” si dilegua appena hai bisogno concreto di aiuto. È la comunità che non ti guarda più, che ti giudica, che preferisce stare zitta per non “prendere posizione”. Non voglio generalizzare: ovviamente ci sono anche persone empatiche che ti tendono la mano e ti aiutano con le possibilità che hanno a disposizione. Sono poche, pochissime, e proprio per questo vanno elogiate perché rappresentano ancora una umanità che non si arrende alla cattiveria e all’indifferenza. 

Io ho voluto dare un segnale ai miei figli: che una donna può rialzarsi, anche se tutto le crolla addosso. Ma non nascondo la fatica, né la paura. Perché ogni giorno è una battaglia per la dignità, per il lavoro, per la serenità dei miei bambini, che portano anche loro le cicatrici di un trauma enorme, di un lutto improvviso che non si può elaborare facilmente.

Lo dico con amarezza, ma anche con speranza: i centri antiviolenza fanno un lavoro prezioso, ma da soli non bastano. Serve una rete vera, concreta, fatta di istituzioni che rispondono, di comunità che accolgono, di scuole e luoghi di lavoro che non discriminano una donna perché ha avuto il coraggio di denunciare.

A tutte le donne che vivono quello che ho vissuto io, dico: denunciate, sì, ma pretendete anche che il dopo non diventi un’altra condanna. Perché una società che lascia sole le sue madri, le sue figlie, le sue sorelle, è una società che ha già perso.

Con amarezza e con coraggio”. 

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