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CULTURA

L’Accademia, la Beach Volley Cup, la Sant’Angelo a Sasso. Michele Ruscello e il suo cuore per la pallavolo: “Come una storia d’amore… “

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Ci sono storie di sport che somigliano a storie d’amore. Ancora di più se a raccontarle non sono le luci di San Siro ma i riflettori di una piccola palestra. Storie di sport che spesso fanno fatica, in Italia, a guadagnarsi uno spazio sulle prime pagine dei quotidiani. Se non una volta ogni quattro anni. Uno snobismo che si riassume tutto in una definizione fastidiosa, sgradevole eppure così restia a scomparire: sport minori. Una diminutio che suona come un insulto alla passione, ai sacrifici, alle rinunce, alle vittorie e alle sconfitte di chi ha sposato una palla a spicchi o ovale piuttosto che un pallone. Fortuna che il tempo è galantuomo. E ha memoria. Soprattutto per quanti riescono a trasmettere il proprio amore per una disciplina a generazioni di ragazze e ragazzi. Fino ad arrivare al punto più in alto, quando il tuo nome diventa un sinonimo di quello sport. A Benevento è capitato con il volley, è capitato con Michele Ruscello. “Dove nasce la mia passione? Non chiedermelo, non lo so. D’altronde l’amore non conosce ragioni. Né si può discutere. O c’è non c’è. Magari sarà stato merito dei miei fratelli che ci giocavano alla caserma dei Vigili del Fuoco, magari l’essere cresciuto dinanzi alla palestra”.

Pure deve esserci un momento in cui hai deciso che la pallavolo sarebbe stato il tuo sport

“A dieci/undici anni decisi di diventare bravo nella pallavolo. E compresi che per riuscirci dovevo rafforzarmi innanzitutto dal punto di vista atletico. Cominciai, allora, ad allenarmi con costanza al campo Coni: Decathlon, Octathlon, Triathlon, lancio del disco, salto in alto. Tanti titoli vinti. Ma tutto era finalizzato a diventare un bravo giocatore di volley. I miei anni trascorrevano così: da ottobre a marzo pallavolo, da aprile a settembre atletica leggera”.

Il contesto pallavolistico beneventano di quegli anni?

“Nel 1970 esistevano già realtà consolidate. A partire, ovviamente, dalla Grippo per arrivare alla Libertas Luigi Sturzo che a me piace ricordare come Virtus Mario Parente, per il legame con la famiglia di Mario, morto – purtroppo – giovanissimo. Fu la famiglia Parente a donare al Comune il terreno dove venne edificato il Palazzetto dello Sport dedicato a Mario. Per tornare al gruppo sportivo Grippo, venne costituito – per volontà dell’allora comandante dei Vigili del Fuoco, Antonio Barone – nel 1959, l’anno della mia nascita. Poi di squadre ce ne erano diverse altre. Pure il gruppo sportivo Meomartini, all’epoca, faceva anche la pallavolo. E a buoni livelli. La Grippo, però, aveva iniziato a disputare campionati importanti, tra la Serie B e la Serie C.  Per non parlare della squadra juniores, capace di mietere successi su successi in ambito regionale, fino a qualificarsi per le fasi nazionali di Trento. Risultati che diedero impulso al movimento: nel 1973 arrivarono le prime convocazioni di atleti beneventani nella nazionale juniores,  con Antonio Delcogliano e Paolo Basile. E in seguito Gaetano Amato e Franco Forte. Fino a quando toccò a me, con la nazionale under 18”.

Eppure il suo esordio in prima squadra era già avvenuto

“Non avevo neanche 13 anni. Alla notizia della prima convocazione, comunicatomi per strada dal prof. Castracane, cominciai a correre dalla gioia, rischiando pure di essere investito. Mi ha fatto crescere tantissimo essere parte della prima squadra a quell’età, condividere lo spogliatoio con gente molto più grande di me. Atleti come Franco Forte o i fratelli Pedicini mi hanno insegnato tanto. Conservo un solo cruccio, non aver avuto la fortuna di giocare con Pio Pedicini. Con le giovanili, comunque, le soddisfazioni non erano finite: nel 1973 arrivò il titolo regionale ai Giochi della Gioventù e dunque la partecipazione alla fase nazionale a Roma, dove chiudemmo all’ottavo posto”.

Esperienze fuori Benevento?

“Una indimenticabile in Emilia, con la Modena Panini. Andai lì perché avevano un settore giovanile forte: con la juniores puntavano alla vittoria del campionato nazionale. Una esperienza che mai potrò dimenticare. Fui accolto benissimo da tutti e un campionissimo come Pupo Dall’Olio mi prese sotto la sua ala protettrice: pretese di fare tutti gli allenamenti di coppia con me. Ma dopo un po’ decisi di tornare a Benevento”.

Perché?

“Per stare accanto ai miei genitori. Ero l’ultimo di quattro fratelli, i primi tre si erano sposati e avevano preso la propria strada, due erano andati proprio via. Insomma, ero un figlio unico di fatto. La cosa incredibile è che il giorno stesso del mio ritorno conobbi una ragazza, poi diventata la mia fidanzata e dopo mia moglie. E ovviamente mia madre si convinse che fossi tornato per la ragazza e non per stare accanto a lei e mio padre”.

Un salto avanti nel tempo, arriviamo al 1986: come nasce l’Accademia Volley?

“Come forma di protesta”.

Racconti

“Per difendere due giocatori che la società – parliamo ora della Pallavolo Benevento – voleva fuori dal gruppo entrai in rotta di collisione con Antonio Buratto e Antonio Feleppa. Uno scontro anche aspro nei toni, ricomposto tempo dopo. Buratto, purtroppo, non c’è più ma voglio sottolineare come nonostante le divergenze non sia mai venuta meno – in me – la consapevolezza di quanto sia stata importante, determinante la sua azione per la crescita della pallavolo a Benevento”.

E quindi lasciò la Pallavolo Benevento per fondare l’Accademia

“Sostanzialmente mi fu detto o fuori loro o fuori anche tu. E io non me la sentì di lasciare soli due compagni che erano anche due amici. Assieme a Luigi De Nigris fondammo l’Accademia con l’obiettivo di dare alle ragazze e ai ragazzi di Benevento l’opportunità di giocare a pallavolo. Si aggiunse a noi anche Franco Petriello. Ma c’è una figura che voglio ricordare, il papà di Gino: Tonino De Nigris. Ci ha supportati sempre, con garbo e delicatezza, senza mai darlo a vedere. Quale era il nostro obiettivo l’ho detto. Ma avevamo anche un sogno”.

Ovvero?

“La Serie A”.

Che arriverà nel 2008: che emozioni ricorda?

“Ho avuto la fortuna di vincere diversi campionati, sia da giocatore che  da allenatore. A Napoli, con il Cus, fummo pure promossi in Serie A. Ma la gioia che mi ha dato- da dirigente – la vittoria del campionato di B1, e dunque la promozione in A2, non te la riesco neanche a descrivere. Davvero un sogno”.

Passiamo a un altro ricordo indelebile per i beneventani: la Beach Volley Cup

“Una grande intuizione di mio nipote Dante e di Massimo Pedicini. Furono loro a pensare di organizzare un torneo di pallavolo ‘4 contro 4’ e con formazioni miste, sul campo all’aperto de “La Fagianella”. Un successo e da lì l’idea di portare in piazza, a Benevento, il beach volley. Non nascondo un certo scetticismo iniziale, poi uno studio sullo sport e il tempo libero condotto sui ragazzi di Benevento mi convinse della giustezza dell’iniziativa: facciamolo! A Dante e Massimo si aggiunse un altro pazzo, Renato Melillo. E parlo di pazzi perché fu davvero pazzesco il loro impegno. Dalle due settimane precedenti e fino alla settimana successiva alla manifestazione Dante viveva – letteralmente viveva – a piazza Risorgimento. E così Massimo, factotum di qualsiasi situazione. Quanto a Renato, girava ogni negozio e ogni attività della Città e non solo alla ricerca di sponsor. Il risultato? Un evento nato per gioco – il primo anno l’illuminazione era fornita da due faretti legati con il filo di ferro ai lampioni – in pochi anni divenne una vetrina eccezionale per Benevento. Il livello della competizione raggiunse picchi altissimi, tanto che per due anni consecutivi Sky trasmise le partite in diretta, da piazza Risorgimento. E poi la cosa più bella: la partecipazione della Città. Si faceva sport ma si faceva anche socialità. Tutti insieme: ragazzi, genitori e bambini. Giornate meravigliose”.

Un’esperienza ripetibile?

“Di certo ne sarei felice. Ma è anche vero che ogni cosa ha un inizio e una fine”.

Abbiamo parlato tanto di sport ma lei è anche il preside di una delle scuole più amate dai beneventani

“La più frequentata della provincia, per il primo ciclo. Per intenderci: quest’anno eravamo gli unici nel Sannio a possedere tutti i requisiti utili a conservare l’autonomia. Cosa posso aggiungere? Dalla Sant’Angelo a Sasso ho ricevuto tanto. E tanto ho dato. Quando mi sono insediato la situazione era ben diversa. Oggi è diventata un riferimento assoluto e sono felicissimo per il corpo docente e per il personale Ata. I meriti vanno a tutti coloro che hanno contribuito alla crescita dell’Istituto. Ancora pochi giorni e sarò in pensione. Sereno. E stanco”.

Insomma: la pensione arriva al momento giusto

“Sono al 43esimo anno di servizio effettivo. In tutto questo tempo mi sono assentato per meno di trenta giorni. La stanchezza è fisiologica, anche perché è diventato molto più complicato, oggi, dirigere una scuola. Soprattutto una scuola così grande e così frequentata. Posso però dirmi felice del supporto che mi hanno sempre destinato i genitori. Poi sì: su mille famiglie una cinquantina di scienziati li trovi sempre … “.

E la Sant’Angelo a Sasso è pronta a lasciarla andare?

“Questi giorni sono un susseguirsi di sorprese. Qualche giorno fa i bambini di una prima elementare mi hanno consegnato una busta piena di bigliettini: tutti hanno voluto scrivere il loro personale saluto al preside. E la scorsa settimana un’altra prima mi ha addirittura fatto un regalo! Sono queste le gioie vere, quelle che ti danno forza”.

 

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