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Medico e imprenditore, Antonio De Vizia e i suoi 50 anni di missione tra Sannio e Irpinia: “Salvare vite un dono per chi vi riesce, non per chi lo riceve”

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Chissà se per la medicina vale la stessa “regola” che in Fortapàasc il direttore Sasà insegnava al giovane giornalista Siani. Nel caso, esisterebbero medici medici e medici impiegati. Resterebbe comunque da capire come si forma l’appartenenza alla prima piuttosto che alla seconda categoria. Dono di natura? Forse. Ma forse è il fato a scegliere per te, magari piazzandoti proprio lì: al centro della storia. E non di una qualsiasi, ma di quella più drammatica in assoluto – innanzitutto, ma non soltanto – per il popolo irpino. Perché alle 19:34 del 23 Novembre 1980 il giovane medico protagonista del nostro racconto della domenica era in servizio in ospedale: aiuto del primario Alfonso Ammendola presso l’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi. Novanta morti tra pazienti e personale. E se anche la storia lo volle nel lato sbagliato del nosocomio – quello sinistro, squassato dal sisma – poi decise di salvarlo con una telefonata che ancora oggi non si sa da chi è partita. Per quattro giorni consecutivi, con un camice sporco di sangue, ha lavorato per trovare un po’ di luce nell’inferno. Ecco: magari “medico medico” Antonio De Vizia ci è nato. Ma quel camice non l’ha più smesso. Anche quando la sua “passione per la missione” lo ha trasformato in imprenditore.

Il suo viaggio comincia il 29 gennaio del 1974, giorno in cui si laureò in Medicina alla Federico II di Napoli. Cinquant’anni sono trascorsi e proprio pochi giorni fa l’Ordine irpino dei Medici, per l’occasione, le ha conferito la Medaglia d’Oro. Un’intera esistenza dedicata alla sanità, all’attenzione per il prossimo. E’ una cosa che si fa per passione: la sua dove nasce?

“Potremmo dire che la mia è stata una passione certo, ma per la missione. Salvare la vita umana, vede, è un dono per chi vi riesce, non per chi lo riceve. Nei primi anni ‘70, un signore del mio paese di origine, Montefusco, fu colto da un infarto mentre era in un esercizio commerciale. Lo rianimai fino all’arrivo dei soccorsi. Si salvò. Divenni, così, nell’immaginario collettivo, una sorta di medico condotto delle emergenze. Rincasavo di sera dall’ospedale presso cui lavoravo. Gli abitanti vedevano la macchina e mi contattavano al telefono di casa o raggiungevano la mia stessa abitazione per un consulto immediato. Cenavo e facevo diagnosi. Un buon intuito mi ha sempre aiutato nelle valutazioni differenziali che, come qualsiasi buon medico sa, sono racchiuse nelle parole del paziente. Basta ascoltarlo per uscire dal labirinto. E’ sempre stato quello il mio filo di Arianna”.

Le 19.34 del 23 novembre 1980 rappresentano un momento spartiacque per tutto il popolo campano. Il destino la volle in servizio proprio all’ospedale di Sant’Angelo dei Lombardi: il nosocomio pagò un tributo altissimo al sisma, con quasi cento morti. Lei si salvò: che ricordo ha di quei momenti e dei giorni immediatamente successivi?

“Sono stato uno dei pochi medici a salvarsi. Nella devastazione del terremoto che causò la morte di 90 persone tra personale sanitario e degenti, mi trovavo proprio al lato Ovest, rispetto alla torre centrale del presidio ospedaliero. Il lato Est crollò lentamente permettendo alle persone di fuggire, così non fu per quello opposto, il mio, dove persero la vita tra gli altri il responsabile del Pronto Soccorso, Vincenzo Scalzullo, l’anestesista Sebastiano Arbucci, l’aiuto, Luigi Loro. Il Pronto Soccorso e la Medicina Donne crollarono in pochi secondi, portando via con sé neonati, madri. Io mi trovavo nella sala medici coi miei colleghi. Fui chiamato in sala operatoria, nonostante io non operassi. Mi salvai per questo. Tutti i miei colleghi in quella sala non ce la fecero. Io correvo e le scale dietro di me crollavano. Soprattutto, non si seppe mai chi mi chiamò in sala operatoria né tantomeno il motivo. L’unica cosa che potevo fare erano i soccorsi: aiutai una partoriente a dare alla luce il proprio bambino, mi caricai sulle spalle un paziente soggetto a trasfusione, portandolo in salvo, approntai un ospedale da campo, corsi verso il centro cittadino per prestare soccorso a un collega che, rimasto incastrato con una gamba tra le macerie chiedeva, in stato di shock, un bisturi per amputarsi l’arto, aiutai per strada i tanti intrappolati dalla devastazione del terremoto. Avevo trenta anni e un camice tinto di sangue, per 4 giorni consecutivi”.

Se in Irpinia la ricordano ancora come medico, nel Sannio hanno cominciato ad apprezzarla come imprenditore. Come nasce l’idea di investire nel campo della sanità?

“Negli anni successivi, divenni primario dell’Ospedale di Bisaccia. Lì compresi l’importanza fondamentale della risposta sanitaria ai bisogni della popolazione in un territorio impervio e abbandonato. Lì capii quali potevano essere i servizi di una attività sanitaria che coadiuvasse quella pubblica. Una sorta di divisione di compiti per fare meglio ognuno. Mi hanno chiamato il mago della Sanità privata accreditata. Io ho sempre immaginato la straordinaria capacità dell’acqua di adattarsi al contenitore senza snaturare la sua composizione: non magia dunque ma duttilità”.

C’è un tema che caratterizza l’impegno del gruppo De Vizia, quello della prevenzione e della cura. Il cammino della Pink Race di Telese ogni anno vede crescere il dato della partecipazione: l’obiettivo è centrato o resta ancora tanta la strada da fare per far comprendere l’importanza della questione?

“Rispetto a un ventennio fa la cultura della prevenzione è penetrata nell’immaginario. Oggi, ognuno sa della sua importanza, per non ammalarsi o per guarire meglio e prima. Rimane il problema dell’accesso alla stessa. Questo tema è purtroppo profondamento legato al tenore economico e all’indice di scolarizzazione. E’ nei casi di deficit di questi due indicatori che la prevenzione va offerta: gratuita, incisiva, a tappeto”.

Da anni si discute del problema della migrazione sanitaria, delle tante persone costrette a risalire lo Stivale per avere cure adeguate: è un trend che si può invertire?

“E’ quello che ho tentato di fare lungo il corso della mia intera attività professionale e imprenditoriale. Ho attivato, con la Casa di Cura del Gruppo, la Gepos di Telese Terme, convenzioni con il Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, permettendo a tantissime persone del nostro entroterra di ricevere le cure dai luminari di Roma. Senza raggiungere la Capitale. Basti pensare al Professor Riccardo Masetti, per la Senologia e al suo aiuto Franceschini; al chirurgo oculista Ferdinando Molle che rese possibili gli interventi sul segmento posteriore proprio nel Sannio; alla Oncologia del prof. Barone. Con l’Università di Napoli, abbiamo offerto le cure del  Prof. Luigi Santini, Direttore del Dipartimento Universitario Endocrino Chirurgico, e della sua equipe, guidata anche dal Prof. Giancarlo Candela. Centinaia di interventi che hanno regalato una nuova vita a tanti, tantissimi campani della fascia non costiera. L’ultima fatica: il primo centro di Radioterapia privato accreditato col Servizio Sanitario Nazionale, l’Amacenter al Viale Mellusi di Benevento. Una struttura avveniristica, con macchinari all’avanguardia, per accogliere il paziente oncologico in un momento difficile del suo percorso e restituirlo al benessere, con cura e attenzione estreme”.

Tra le sue specializzazioni c’è quella in “Malattie dell’apparato respiratorio”. Questione tragicamente salita alla ribalta con l’epidemia da Covid: si diceva – nei giorni in cui iniziavamo a prendere dimestichezza con il virus – che ne saremmo usciti fuori migliori, con una sanità più vicina alle persone e ai territori: sta accadendo davvero?

“Assolutamente no. Purtroppo la sanità sta vivendo un periodo di crisi e pure di ripensamento nei suoi cardini istitutivi. Poche risorse stanziate per il Sud, dato che si fa drammatico per le zone dell’entroterra campano. Abbiamo bisogno di più medici, di maggiore personale sanitario. Abbiamo bisogno di investimenti maggiori, non in diminuzione, come purtroppo sta accadendo”.

Tanta sanità ma non solo sanità nel suo percorso imprenditoriale: ricordiamo anche l’acquisto del gruppo De Vizia di una testata giornalistica locale, “Il Quaderno”, cosa le ha lasciato quell’esperienza?

“Quella fu una mia scommessa personale che ha permesso a una squadra di giovani aspiranti professionisti della informazione di formarsi, grazie all’apporto della competenza del direttore incaricato. Ho sempre ritenuto che la Comunicazione fosse basilare per gli obiettivi da raggiungere, lasciando al contempo libertà totale per l’innovazione estrema. Fu quella creatura a lanciare il primo sito di informazione online del Sannio, nel 2006, in largo anticipo sui tempi, con risultati straordinari. Oggi, quella professionalità è entrata a far parte stabilmente delle mie strutture. Abbiamo un ufficio Comunicazione dedicato, con a capo proprio chi da quell’esperienza è nato”.

Da imprenditore: il suo rapporto con il territorio, cosa cambierebbe subito e cosa invece non cambierebbe mai?

“Siamo penalizzati da una mobilità interregionale scarsissima. Basti pensare ai collegamenti col capoluogo regionale. Se non fossero così disastrosi potremmo sopperire alla domanda di prestazioni sanitarie di aree drammaticamente densamente abitate. Noi aumenteremmo la capacità di offrire sanità e avanguardia, loro vedrebbero la riduzione delle liste di attesa. Occorrono mezzi pubblici e accoglienza di quelli privati. Ogni mia struttura beneventana ha un parcheggio dedicato e gratuito, ad esempio. Passando invece a ciò che non cambierei, è semplice: il rapporto ravvicinato col paziente. Una realtà non metropolitana permette quella prossimità nell’erogazione dei servizi sanitari che si perde nelle grandi città. Ad esempio, fino a che ho potuto, ho evitato la chiamata dalla coda di attesa tramite prenotazione numerica. Volevo che ci si sentisse accolti nella propria individualità. Un nome, una persona, non un mero paziente. La privacy ne ha impedito la prosecuzione. I nostri dipendenti sono formati all’umanità”.   

Lei non ha avuto difficoltà a oltrepassare i confini tra Irpinia e Sannio, la sua esperienza cosa consiglia: più forti le ragioni che dovrebbero spingere i due territori a ragionare insieme o più forti i motivi di campanilismo?

“Sono due realtà profondamente differenti per nascita e cultura. Occorrerebbe un lavoro sinergico che è difficile da instaurare ma non impossibile. Io ne sono un esempio”.

Gammacord-Sanniotac, Gepos, Amacenter: quale la prossima sfida del gruppo De Vizia?

Tutte quelle che le mie figlie vorranno. Roberta, la primogenita, è una apprezzata radiologa. E’ a capo della Senologia. Le pazienti le si affidano e non vogliono più abbandonare la sua cura. E’ per me motivo di grande orgoglio. Marcella, la secondogenita, ha preso le redini della direzione. Come me, che non ho smesso di infiltrarmi nel laboratorio e fare prelievi, per un contatto col paziente, fino a quando ho potuto, lei da anestesista e rianimatore comincia la sua giornata in sala operatoria per terminarla in una sala riunioni. Infine, Federica, la terzogenita. Lei è una giornalista, oggi vicecaporedattore di Rai Parlamento. Pur vivendo a Roma, ha il polso di ciò che accade nelle strutture di famiglia. E’ lei a indirizzare la Comunicazione aziendale. Tutti i miei pazienti e la mia famiglia formano nella mia memoria una ideale cerchia allargata di ciò che sono riuscito a creare. Un infinito grazie va a mia moglie Daniela, farmacista, mio supporto e sostegno da oltre 40 anni, dai tempi in cui studiavo a Napoli per diventare medico o meglio imparare ad esserlo perché, come non mi stancherò mai di dire, questa non è una professione ma un “mestiere”, nell’accezione più nobile del suo significato: qualcosa che si impara sul campo, in strada, tra la gente e io ho avuto il privilegio e la fortuna di poterlo fare. Si dice “Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”. Per questo da 50 anni, io sono in ferie un giorno all’anno, a Ferragosto”.

 

 

 

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