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Chiese ancora vuote in fase 2: don Pietro D’Angelo attacca le decisioni del Governo

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“Ieri sera ho ascoltato con estrema attenzione, in religioso silenzio, la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Al termine del suo discorso e delle comunicazioni riguardanti la fase 2 dei provvedimenti restrittivi, per tenere sotto controllo il contagio da Covid-19, che soltanto in parte condivido, non entrando nel merito di argomenti che non sono di mia specifica competenza, mi soffermo sulla parte che riguarda la (non) riapertura delle chiese al concorso dei fedeli alle celebrazioni. Il fatto che il comitato tecnico-scientifico abbia deciso, arbitrariamente ed in modo categorico, di continuare a tenere chiuse le porte delle chiese non consentendo al popolo la  partecipazione ai Sacramenti, è un vero e proprio abuso di potere”. Lo scrive don Pietro D’Angelo, rettore del Santuario Diocesano di San Nicola Vescovo in San Nicola Manfredi.

“Ci troviamo di fonte ad una palese contraddizione, che da cittadini nonché da cristiani “liberi” non possiamo accettare: si può andare al supermercato, in farmacia, dal medico, dal tabaccaio  (persino per giocare alla lotteria), ricongiungersi con i propri familiari, andare sui mezzi pubblici ecc, ma andare in chiesa per la partecipazione ai sacramenti non si può poiché resta il divieto assoluto. 

Come ha ribadito la CEI, in risposta alle decisioni della Presidenza del Consiglio dei Ministri, qui entra in gioco la libertà dell’esercizio di culto, tutelata e difesa dalla Costituzione Italiana. Va benissimo il discorso sulla salvaguardia della salute, come bene inalienabile della persona, ma ricordiamoci che la persona stessa non è solo materia, corpo ma anche spirito, anima. La persona, quindi, deve essere considerata e curata nella sua integralità. 

Pertanto – spiega D’Angelo – basta con il continuo spauracchio delle celebrazioni come luogo di contagio scontato. Basta con questa gratuita discriminazione nei confronti di chi vuole che ci si prenda cura anche della sua anima. Lo affermo da libero cittadino, da battezzato e da sacerdote, in rappresentanza di tutti i confratelli (ad oggi più di 100) che in questi 46 drammatici ed interminabili giorni sono morti di e per Coronavirus, nell’esercizio eroico della carità, attraverso il loro ministero sacerdotale, per la “Salus Animarum” (la salute/salvezza delle anime).

Come si deve il giusto rispetto, merito e onore ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari, ai virologi e agli infettivologi, agli scienziati e a tutti quelli che si adoperano ogni giorno per alleviare le sofferenze fisiche e per trovare le cure più appropriate, nonché un vaccino per debellare il virus, si abbia ugualmente rispetto per i sacerdoti che con spirito di sacrificio, umiltà ed abnegazione si prodigano per la cura spirituale della persona. Senza nessuna volontà di polemica politica, – conclude il sacerdote – questo è semplicemente lo sfogo di un prete di una delle tante “periferie delle periferie”, che vuole solo dare voce a chi voce non ha”. 

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