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POLITICA

Reggio Calabria offre una lezione a Benevento: tra il consenso sui social e quello nelle urne c’è di mezzo il voto

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Le elezioni suppletive tenutesi lo scorso fine settimana a Reggio Calabria per eleggere il parlamentare chiamato a sostituire il forzista Francesco Cannizzaro, nel frattempo diventato sindaco della città calabrese, hanno visto prevalere senza particolari affanni il candidato del centrodestra Fabio Roscioli, tesoriere di Forza Italia, che ha ottenuto il 51,02% dei voti. Il dato politico più discusso, però, non è stato tanto la vittoria del centrodestra, largamente annunciata alla vigilia, quanto il risultato di Futuro Nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, che con il candidato Domenico Giannetta si è fermato al 10,94%. Un risultato tutt’altro che irrilevante, ma inferiore alle aspettative che avevano accompagnato la vigilia del voto, quando si ipotizzava anche la possibilità che il candidato vannacciano potesse mettere in difficoltà il centrodestra di governo.

Ma di tutta questa vicenda, in ambito locale, interessa il giusto e forse anche meno. La questione che, invece, può e dovrebbe essere analizzata anche in ambito beneventano e in prospettiva elettorale è un’altra: le urne consegnano sempre, qualcuno direbbe per fortuna ancora, il sentimento o la volontà degli elettori reali, quelli in carne e ossa che si recano ai seggi. E le percentuali elettorali non necessariamente corrispondono a ciò che emerge dal dibattito sui social o dalle rilevazioni d’opinione.

Nel caso di Reggio Calabria, il risultato ha ridimensionato le aspettative che si erano create intorno alla possibilità di una forte affermazione di Futuro Nazionale. Alla fine, Giannetta ha superato di poco il 10%, mentre Roscioli ha conquistato il seggio con oltre il 51% dei voti. Va naturalmente ricordato che si è trattato di elezioni suppletive caratterizzate da un’affluenza particolarmente bassa, appena il 22,34%, e dunque il risultato non può essere automaticamente proiettato sul piano nazionale.

Eppure, il dato contiene una lezione politica che va oltre la singola competizione. Per settimane il confronto sui social, le discussioni online e le rilevazioni disponibili avevano alimentato l’idea di un possibile risultato molto più dirompente per Vannacci. Le cronache nazionali avevano descritto il voto di Reggio Calabria anche come un primo banco di prova per la capacità di Futuro Nazionale di sottrarre consensi al centrodestra e di incidere, in prospettiva, sugli equilibri della maggioranza.

Poi sono arrivate le urne che hanno restituito un risultato diverso dalle aspettative più radicali: Futuro Nazionale è arrivato al 10,94%, mentre il candidato sostenuto dal centrodestra ha mantenuto un margine molto ampio sugli avversari. Non significa che il consenso di Vannacci sia irrilevante, né che quel 10,94% possa essere semplicemente archiviato. Significa, più semplicemente, che tra il consenso percepito e quello effettivamente espresso davanti a una scheda elettorale può esserci una distanza significativa.

Ed è proprio questo il punto che può interessare anche Benevento e le sue prossime elezioni amministrative.

Nell’ultimo periodo si nota un proliferare di quello che potremmo definire “movimentismo facebookiano». Ci sono diversi utenti, in verità da destra a sinistra, alcuni già attivi sulla scena politica e altri che aspirano a entrarvi, che animano quotidianamente il dibattito sui più svariati argomenti forti del momento. È un fenomeno ormai evidente: si interviene, si commenta, si prende posizione e, soprattutto, si costruisce una propria visibilità politica ed a volte si prova a costruire anche una ‘verginità’ civica e politica.

Come già osservato nei giorni scorsi, sui social si è manifestato anche un certo malumore nei confronti dell’opposizione, oltre alle critiche rivolte alla maggioranza. E, dentro queste conversazioni, c’è chi finisce per prendere forza dalle “pacche” virtuali sulle spalle ricevute da una platea di utenti già largamente schierata sulle proprie posizioni.Sembra quasi una rincorsa a mettersi in mostra, a costruire una riconoscibilità personale e a mettere insieme quelle che, in gergo politico, potrebbero essere considerate “fiches” da giocare nella futura partita delle candidature. Prima ancora dei voti, insomma, si cercano visibilità, relazioni e posizionamento in vista della prossima campagna elettorale.

Ma qui sta il possibile equivoco.Una comunità social non è un collegio elettorale. Un consenso espresso attraverso decine o centinaia di commenti, like e condivisioni non equivale automaticamente a un consenso elettorale. E soprattutto non è detto che chi partecipa quotidianamente a una discussione politica online rappresenti, per quantità e orientamento, l’insieme degli elettori che poi saranno chiamati a scegliere nelle urne.

Reggio Calabria, città del Sud Italia proprio come Benevento, ha offerto anche agli elettori locali in questo senso un elemento di riflessione. Il risultato delle suppletive non cancella il peso del consenso social, né può essere utilizzato per stabilire oggi quali saranno gli equilibri delle prossime elezioni politiche. Ma dimostra ancora una volta che tra la percezione del consenso e il voto reale può esserci una distanza considerevole.

Alla fine, infatti, sono le urne a trasformare la visibilità in voti. E lì non bastano i like, i commenti, le condivisioni o il consenso di una platea già politicamente orientata. Davanti alla scheda elettorale si misura la capacità di convincere anche chi non frequenta i social, non commenta i post e magari non ha mai partecipato a una discussione politica online.È una differenza che, in vista delle prossime partite elettorali beneventane, sarebbe forse utile tenere presente. Perché il consenso virtuale può essere un indicatore di attenzione, ma resta per l’appunto virtuale e non concreto. Soltanto il voto degli elettori può trasformarlo in una percentuale elettorale e quello è figlio ancora del contatto diretto e umano.

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