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Aree interne tra sogni fragili e solitudini profonde. L’esperta Furno: ‘Investire nelle relazioni è il primo passo per restituire futuro ai nostri giovani’

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È una professionista che vive il territorio in ogni sua sfaccettatura: nella cura clinica, nell’aula universitaria, nei tribunali, nei servizi pubblici. La dott.ssa Ilarj Furno, beneventana, psicologa clinica, psicoterapeuta psicoanalitica, psicologa di Base dell’ASL Salerno e docente universitaria, è da anni una delle figure più competenti nell’analisi del disagio giovanile nelle aree interne. Un impegno che l’ha portata a svolgere incarichi di grande responsabilità, dal Tribunale per i Minorenni alla Corte d’Appello, passando per consulenze tecniche, formazione e attività di ricerca. L’abbiamo incontrata per un’ampia riflessione su giovani, affettività, violenza, disturbi emergenti e futuro del nostro territorio.

Dott.ssa Furno, come è cambiato negli ultimi 10–15 anni lo stato psicologico degli adolescenti del Sannio? «E’profondamente cambiato.Nel nostro territorio, penso a Benevento e ad altre aree della provincia, noto un aumento significativo del disagio emotivo, spesso legato a tre fattori principali: la fragilità delle reti familiari, la pressione sociale e scolastica, e l’uso precoce e massivo delle tecnologie. Gli adolescenti di oggi sono più esposti a stimoli continui, spesso difficili da decodificare. Vivono una comunicazione veloce, ma allo stesso tempo relazioni molto più fragili. Al disagio tradizionale dell’età evolutiva si sommano ansia, senso di inadeguatezza, dipendenze comportamentali, ritiro sociale e, non di rado, difficoltà nella regolazione delle emozioni. Ma noto anche un dato positivo: cresce la capacità di chiedere aiuto, si supera lentamente lo stigma. Il lavoro clinico richiede un approccio più integrato, attento ai nuovi linguaggi e ai cambiamenti culturali. I giovani non stanno necessariamente “peggio”: vivono un mondo più complesso, e hanno bisogno di adulti stabili e presenti».

Secondo le ultime indagini, nelle aree interne aumentano casi di ritiro sociale grave. «E infatti lo vedo ogni giorno: non è solo un fenomeno psicologico, ma territoriale. Dove c’è isolamento geografico, si amplifica quello emotivo. L’adolescente si chiude, perde interesse, alterna ansia, apatia, smarrimento. Le competenze relazionali si indeboliscono, l’identità si ferma. Si vive in un circolo vizioso: più ti isoli, più temi il mondo, più il mondo sembra una minaccia. Nelle aree interne mancano servizi, spazi, opportunità: per questo la presa in carico deve essere tempestiva e coinvolgere la famiglia. È la prima rete che dobbiamo rafforzare».

Molti giovani lasciano il Sannio. Che impatto ha su chi resta e su chi rientra? «Per chi resta c’è un senso crescente di solitudine, di assenza di prospettiva. Le relazioni diventano fragili, si fatica a immaginare un futuro. Talvolta si prolunga la dipendenza affettiva dai genitori. Per chi torna, invece, c’è spesso un vero e proprio “shock del rientro”: ritrovare un luogo vuoto o cambiato genera spaesamento, nostalgia, estraneità. Ciò che davvero pesa è la perdita della dimensione comunitaria. Quando un territorio si svuota, si svuotano anche le reti emotive che sostengono i legami e la fiducia».

L’educazione all’affettività e alla salute mentale può essere davvero efficace nelle scuole di provincia? «Assolutamente sì, a condizione che non sia episodica. Le scuole devono offrire continuità e un linguaggio condiviso tra psicologi, docenti e famiglie. I ragazzi vanno guidati nelle competenze emotive: riconoscere, nominare, tollerare le emozioni. E serve una rete integrata tra scuola, servizi territoriali, consultori, pediatri, quando necessario l’area minorile. La scuola, soprattutto in provincia, è il presidio più importante che abbiamo».

Quanto incidono territorio e contesto sui disturbi del comportamento alimentare? «Moltissimo. L’isolamento sociale, il giudizio delle piccole comunità, la pressione estetica dei social rendono i ragazzi più vulnerabili. Il corpo diventa un luogo di controllo quando intorno manca stabilità: famiglie sovraccariche, relazioni instabili, poche opportunità di confronto. Il territorio non causa i disturbi, ma può amplificarli o ritardare l’accesso alle cure. Ecco perché serve una rete che intercetti presto i segnali».

La violenza giovanile e la violenza di genere sono emergenze reali anche in contesti piccoli o provinciali. Quali meccanismi psicologici, sociali o culturali secondo lei alimentano questi fenomeni oggi?” «Psicologicamente, molti ragazzi non sanno nominare né regolare emozioni intense: rabbia, paura, gelosia, frustrazione. vivono spesso in contesti in cui le relazioni sono più superficiali e meno protettive. La solitudine, il ritiro, l’assenza di spazi di aggregazione e la mancanza di opportunità possono creare frustrazione, senso di esclusione e bisogno di affermazione immediata. In queste condizioni, alcuni giovani possono trovare nella violenza un modo distorto di “sentirsi qualcuno”, di ottenere riconoscimento o di sfogare un malessere che non riescono a elaborare. Dal punto di vista culturale, persiste ancora una visione distorta dei ruoli di genere. In molte aree la cultura patriarcale non è superata del tutto: controllare l’altro, soprattutto la partner, viene confuso con una forma di amore o di diritto. A questo si aggiunge l’influenza dei media e dei social: modelli ipersessualizzati, messaggi che normalizzano la sopraffazione e linguaggi. E poi c’è il gruppo dei pari, spesso terreno fertile per emulazione e ricerca di riconoscimento. La violenza nasce dall’incontro di fragilità personali e contesti poco contenitivi. Per contrastarla servono educazione affettiva, modelli adulti credibili, interventi tempestivi e soprattutto un lavoro continuo di prevenzione, che restituisca ai giovani la capacità di riconoscere il limite, il rispetto e la reciprocità come basi fondamentali della relazione umana».

Come si restituisce futuro ai giovani di un territorio che si svuota? «Offrendo ascolto e appartenenza. La prevenzione non è solo psicologica: è comunitaria. Se un ragazzo si sente parte di qualcosa, sente che il suo futuro conta. Serve una rete che non lasci soli: scuole, servizi, associazioni, istituzioni. Ogni spazio di ascolto è un messaggio: “Non sei invisibile”. La speranza è un lavoro quotidiano, non un’astrazione».

Se dovesse scegliere un’unica priorità per il Sannio? «Direi senza esitazione: ricostruire reti di relazione significative attorno ai giovani. Come psicoterapeuta, vedo ogni giorno quanto la fragilità emotiva e il disagio derivino dalla mancanza di legami stabili, sia familiari che comunitari. Come cittadina sannita, so quanto il nostro territorio possa offrire — storia, cultura, comunità — ma anche quanto questi beni siano inutilizzati se i giovani non vi si sentono integrati. Intervenire significa creare spazi dove i ragazzi possano incontrarsi, confrontarsi, sentirsi ascoltati e riconosciuti, con adulti presenti, competenti e coerenti. Non è un intervento solo psicologico: è culturale, educativo e sociale insieme. La salute mentale non si costruisce in isolamento, ma nella relazione: ogni progetto che rafforza il senso di appartenenza, valorizza le competenze e permette di immaginare un futuro qui, nel nostro territorio, è un passo concreto verso giovani più resilienti, autonomi e felici. Il cuore dell’intervento è semplice ma potente: investire nelle relazioni. Dove esistono legami forti e significativi, i giovani trovano motivazione, sicurezza e speranza».

L’intervista alla dott.ssa Ilarj Furno ci consegna una fotografia lucida, a tratti severa ma carica di possibilità: il disagio giovanile non è un destino ineluttabile, ma una sfida collettiva. E la risposta — ci ricorda — è nella comunità, nella presenza, nella cura quotidiana. Una lezione che parla al Sannio, ma anche a tutti noi.

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