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SOCIETA'

Campania, i motivi di una evidente crisi di crescita

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Nel biennio 2008-2009 lo sviluppo in Campania non compie passi in avanti e si classifica tra gli ultimi in Italia. E’ un quadro a tinte fosche, quello campano (lo leggiamo anche nell’altro articolo), disegnato dagli "Indicatori economici e sociali regionali e provinciali" elaborati dall’area Mezzogiorno di Confindustria in base al pil procapite ma anche sugli aspetti sociali e di qualità della vita delle province italiane (dall’occupazione ai depositi bancari, dagli anni di studio ai consumi di energia). Le cinque province campane, Napoli, Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, si posizionano, rispettivamente, 92esima, 87esima, 91esima, 100esima e 104esima su un totale di 107 province italiane. Un dato che mette in evidenza le difficoltà che si vivono nella regione e che vive anche tutto il Meridione d’Italia le cui province sono tutte in bassa classifica. Confermata, quindi, l’Italia "a due velocità" con il Centro-Nord che fa da traino e il Sud che, invece, segna il passo e arranca. Per il professore Mariano D’Antonio, fino allo scorso mese di novembre ordinario di Economia all’Università RomaTre, il vero freno in alcune province della Campania è rappresentato da una criminalità organizzata "asfissiante che taglieggia gli operatori economici compromettendo ogni tentativo di ripartenza". Tutto questo, aggiunge D’Antonio, "pesa come un macigno in particolare nella provincia di Caserta dove il declino si trasforma in degrado". D’Antonio sottolinea anche che su un tessuto economico e sociale già di per sé fragile, si è abbattuta anche "l’indigeribilità della crisi finanziaria e produttiva". "Negli ultimi anni precedenti la crisi, – spiega D’Antonio – dal 2007 in poi, la crescita economica in Campania è rallentata nettamente e quando poi è sopraggiunta la crisi finanziaria e produttiva del 2008-2009, il già debilitato organismo economico e sociale delle province campane ha subito un colpo ferale". Per D’Antonio, alcune province della Campania, in particolare quella casertana, sono caratterizzate, anche da una economia sommersa. "Si hanno da una parte attività produttive regolari ma ostacolate dal crimine organizzato e, dall’altra un fiorire di attività fuorilegge che non rispettano i contratti, i doveri fiscali e la sicurezza sul luogo di lavoro: una sorta di far-west che non attira nuovi investimenti". Un quadro desolante, per il professore, dove, però, le province di Salerno, Benevento e Avellino comunque dimostrano di avere una marcia in più rispetto a Napoli e Caserta. Per il segretario generale della Cgil Campania Michele Gravano, sul Meridione d’Italia e, in particolare sulla Campania, pesano anche le politiche di contenimento del ministro Tremonti "che stanno impedendo la ripresa del Sud e frenando anche la crescita del Nord". Per Gravano i dati di Confindustria confermano "le difficoltà, frutto anche di una politica economica sbagliata". "E’ stata tagliata la spesa ordinaria – spiega Gravano – e non ci sono fondi per scuola, sanità, e per gli investimenti e, infine, non esiste una politica di sostegno al lavoro e all’impresa". Per Gravano "languono gli investimenti pubblici in campo infrastrutturale e langue anche l’edilizia, il settore auto e la cantieristica". "Annaspa anche l’export verso i Paesi della sponda sud del Mediterraneo – dice ancora Gravano – ora ulteriormente aggravato dai recenti moti". Gravano, infine, punta il dito anche contro il Piano per il Sud, "fatto di belle parole ma non di risorse". "Nella nostra regione – conclude Gravano – la crisi é poi particolarmente acuta e, in provincia di Caserta, sono stati abbandonati tutti i progetti di ripresa industriale sia da parte del Governo regionale che da quello nazionale".

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