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CULTURA

“Il Calapranzi”

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In un seminterrato Bernardo e Gustavo sembrano aspettare qualcosa. Sono due killer e aspettano di ricevere ordini “dall’alto”. Il loro dialogo, in un napoletano sporco e moderno, è frammentario e spigoloso, serve a coprire un silenzio che pare più denso delle loro parole. Parole apparentemente senza senso, quasi quanto quelle che da un calapranzi arrivano a scandire il crescendo della loro tensione. A chi tocca stasera?

La scena è costituita di pochi oggetti necessari, un tavolino, quattro sedie, due pistole, un giornale, poco cibo confezionato in plastica, tutto compreso nello spazio di quattro mura marcate col nastro adesivo. Il napoletano si è legato in maniera fluida e naturale da un lato ai corpi e alle voci degli attori e, dall’altro, alle atmosfere pinteriane, cosicché la scelta della lingua è stata quasi spontanea.

L’idea di fare del “calapranzi” un personaggio muto viene sì da una scelta di asciuttezza estetica e produttiva, ma anche e soprattutto dall’attenzione allo spunto che il titolo originale del testo di Pinter suggeriva (l’espressione the dumb waiter può essere tradotta con “calapranzi”, “calavivande”, “montacarichi”, ma anche, più alla lettera, “il cameriere muto” o “il cameriere stupido”).

Il risultato è una presenza scura e inquietante che resta ai margini, ma tiene i fili delle vite dei due nostri.

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