ECONOMIA
Il futuro delle aree interne: tra deriva, visione e resistenza
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Il futuro delle aree interne rappresenta oggi un tema tanto dibattuto quanto drammaticamente povero di soluzioni concrete. Un mosaico che coinvolge circa il 60% del territorio nazionale, quasi 4.000 comuni e 13,5 milioni di residenti che resistono a quella che gli studiosi definiscono una rarefazione dei diritti. Come teorizzato da Fabrizio Barca, questi territori non soffrono di un ritardo ineluttabile, bensì di una deliberata “disattenzione dei luoghi” da parte delle politiche centrali.
Si tratta di territori caratterizzati da spopolamento, invecchiamento demografico edesertificazione economica, quest’ultima alimentata da un’offerta calante di servizi pubblici e privati. Istruzione, mobilità e sanità vengono oggi erogati secondo criteri più tipici di un’impresa privata che non di un’azienda pubblica, sacrificando la coesione sociale sull’altare di una mal interpretata razionalità ragionieristica, che ignora la specificità della bassa densità antropica e trasforma il diritto alla cittadinanza in una variabile legata al codice postale. Un vulnus particolarmente doloroso riguarda l’offerta pubblica di salute, penalizzata da una ripartizione iniqua del Fondo Sanitario Nazionale, i cui correttivi non sono ancora riusciti a colmare il divario tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Ad esempio, la Campania risulta tra le ultime regioni in Italia per spesa sanitaria pro capite con un differenziale rispetto alle regioni settentrionali di circa 300-400 euro/anno per abitante. Questa distorsione concorre, da troppo tempo, ad alimentare anche il fenomeno della migrazione, che non è solo una sconfitta istituzionale, ma anche un drammatico costo aggiuntivo per le famiglie. Il dato capovolge il concetto stesso di”gabbia salariale”: i cittadini del Sud e delle aree interne, a parità di imposizione fiscale, subiscono un carico tributario reale molto più elevato, poiché, per sopperire a servizi pubblici inefficienti o inesistenti, sono costretti ad acquistare prestazioni sul mercato privato a costi rilevanti.
La vera sfida della modernità risiede, dunque, nella lotta alle disuguaglianze, in cui quella territoriale funge da moltiplicatore per le disparità sociali, di genere e generazionali, cristallizzando lo status quo e limitando fortemente ogni forma di emancipazione. Sebbene il problema riguardi l’intera dorsale appenninica, i dati Svimez evidenziano una situazione preoccupante soprattutto nelMezzogiorno, nelle cui aree interne coesistono due condizioni di svantaggio: quella geografica e socio-economica derivante dalla lontananza dalle più sviluppate e servite zone costiere e quella – ormai strutturale – derivante dall’essere localizzati nel meridione d’Italia. Nel Sannio, tale deriva sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza.
La provincia di Benevento, nel periodo2019-2024, ha registrato un calo demografico del 4,7%, un dato sensibilmente più alto rispetto a province interne del Centro e del Nord, come Rieti(-1,8%) o Belluno(-3,3%). Il divario emerge prepotentemente anche negli indicatori di benessere economico: se nelle province interne del Nord il tasso di occupazione si attesta mediamente sopra il 68%, nel Sannio la quota fatica a superare il 49%, con un PIL pro capite tra i più bassi del Mezzogiorno che sfiora il 50% di tante province del Nord. I dati Istat sulla mobilità interna confermano che quasi la metà delle partenze nazionali (46,2%) origina dalle aree interne del Sud. Stiamo assistendo aduna rarefazione del capitale umano. Questi fattori sono l’esito di modelli economici – e delle relative applicazioni politico-istituzionali e normative – che hanno sostituito la solidarietà e la cooperazione con una competitività territoriale esasperata, trasferendo ricchezza dalle aree fragili ai poli urbani del Nord e condannando al progressivo abbandono il rilevante patrimonioedilizio, architettonico e storico-culturale dei nostri comuni. L’attuazione del federalismo fiscale ha sottratto ingenti risorse ai comuni del Mezzogiorno e la clausola del 34% degli investimenti- recentemente passata al 40% delle risorse territorialmente allocabili – non risulta rispettata. A tal fine, in questi giorni, numerosi comuni aderenti alla Rete Civica Meridionale stanno effettuando un accesso civico generalizzato al Ministero del Sud e della Coesione territoriale per verificare tali dati. L’elenco delle storture è lungo e inspiegabile. Il caso dell’Art Bonus, in tal senso, è illuminante: dai dati pubblicati recentemente da “Il Sole 24 Ore” risulta che, su 1,2 miliardi di euro erogati a partire dalla sua istituzione, solo 34 milioni sono stati destinati al Sud, pari al 2,9% del totale. Un vero e proprio scandalo che passa del tutto inosservato. Anche il modello delle Zone Economiche Speciali (ZES), che sta dando buoni risultati, va in qualche modo ripensato: l’investitore è portato, ovviamente, a scegliere le aree già attrezzate, per cui lo Stato dovrà creare una convenienza aggiuntiva per le aree interne. Detto in altri termini, è necessario rendere appetibile l’insediamento produttivo lontano dai nodi metropolitani e ciò, sia ben chiaro, a vantaggio di una collettività che va ben oltre quella residente.
Investire in queste aree significa anche proteggere una porzione rilevante del patrimonio ambientale e naturalistico dell’Italia, nonché numerosi presidi agroalimentari d’eccellenza, incluse le produzioni a Denominazione di Origine, il cui abbandono comporterebbe anche rischi di dissesto idrogeologico incalcolabili. Considerazioni analoghe valgono per il PNRR, che ha centrato solo in minima parte l’obiettivo di costituire un’importante spinta al riequilibrio territoriale e al rilancio delle aree interne, in particolare con riferimento al Mezzogiorno.
In questo scenario, così poco promettente, occorre smantellare la fuorviante retorica dei borghi e della pozione salvifica del turismo,che non è il nostro petrolio, ma ne mutua le conseguenze negative, producendo rendite per pochi e precarietà per molti. A determinate condizioni, il turismo può certamente rappresentare una risorsa apprezzabile per le aree interne, ma non può essere – altrettanto certamente – considerato sufficiente a invertire il trend e avviare e sostenere percorsi virtuosi. La vera opportunità risiede in una strategia globale integrata, in cui questa rilevante porzione del territorio nazionale espleti una funzione strategica precisa. La transizione ecologica e digitale, la perequazione infrastrutturale e una forma di tassazione di vantaggio compensativa per cittadini e imprese possono costituire elementi su cui poggiare un nuovo corso per i nostri territori unitamente ad investimenti in innovazione, ricerca, agroalimentare e in settori ad alto valore aggiunto. Un’altra condizione imprescindibile è il recupero dei cervelli in fuga, con forme di incentivazione per alimentare il diritto alla “tornanza” e recuperare una parte preziosa del nostro capitale sociale.
Questa impostazione rappresenta un cambio di paradigma che richiede lungimiranza politica e scelte strategiche forti, nonché lo stop a qualsiasi forma di autonomia differenziata, che rischierebbe di sferrare il colpo di grazia alla competitività dell’intero sistema Paese. Ogni recriminazione sarebbe sterile senza una severa autocritica. La regressione del Sud ha avuto anche complici “interni”: le classi dirigenti che hanno coltivato feudi costruiti solosulle rendite di posizione. Per invertire il trend abbiamo, dunque,bisogno anche di una grande ambizione collettiva, guidata da una politica capace di visione strategica e di programmazione di medio-lungo periodo in grado di dialogare con le forze economiche e sociali.
La visione è tutt’altro che pessimistica; anzi, nasce dalla consapevolezza che le buone pratiche, anche nei nostri comuni, non mancano e spesso vengono portate avanti in condizioni di contesto poco favorevoli, con la tenacia e la dedizione degli amministratori e della comunità locale. Tuttavia, questi esempi virtuosi rischiano di rimanere isolati o di non rilasciare tutto il loro potenziale senza un cambio di paradigma e, quindi, condizioni sistemiche più fertili. Solo una classe dirigente che sappia tradurre la resistenza in progetto, valorizzando gli esempi virtuosi e debellando le cattive abitudini, potrà garantire lo sviluppo e il miglioramento della qualità della vita nei nostri territori.
Vito Fusco – Sindaco di Castelpoto e Coordinatore Rete Civica Meridionale.


