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POLITICA

La metropolitana regionale del professore Cascetta: Presidente Fico, chieda a Manfredi

Mai nessuno, prima di Fico, aveva posto tanta attenzione alle aree interne della regione. Il Presidente, anche in queste poche settimane, ha dimostrato di voler fare sul serio. Ma la sfida potrà essere vinta solo ripensando il rapporto tra area metropolitana e territori interni, solo scommettendo sulla grande città della Campania. Trent’anni fa ci fu chi indicò la strada. Tra questi, anche l’attuale sindaco di Napoli

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In cima alla scala di priorità della nuova Regione Campania ci sono le aree interne. Sulla necessità di riconoscere centralità ai nostri territori nelle politiche regionali mai nessuno aveva insistito con tanta ostinazione e bisogna riconoscere che in queste prime settimane di mandato il Presidente si è mosso in coerenza con i proclami lanciati in campagna elettorale.

Simbolicamente, come primo atto, ha voluto sbloccare i lavori, fermi da anni, per il completamento del Centro per l’Autismo di Avellino. Una struttura attesa da oltre venti anni. E a nessuno è sfuggito il passaggio che Fico ha voluto dedicare, relazionando nel corso dell’ultima assise, ai 90milioni di euro stanziati e non ancora impegnati dalle aree SNAI regionali e alla necessità di recuperare nuove risorse per dare continuità al lavoro avviato in quei sistemi territoriali. Segnali importanti, persino al di là del merito delle questioni richiamate, perché danno il senso di un cambio di paradigma, alimentano e socializzano, fuori e dentro ai Palazzi, che è anche, e forse soprattutto sul destino di questi territori che si gioca la sfida del futuro della Campania. Bene, benissimo.

E tuttavia c’è un punto decisivo su cui, forse, il Presidente non ha ancora le idee chiarissime. Affrontare la gigantesca tematica del futuro delle aree interne, con l’ambizione di incidere in via strutturale, significa partire da un presupposto ineludibile: all’urgenza di ricercare risposte sul piano dei servizi primari si affianca la necessità di andare oltre l’ordinario attraverso politiche straordinarie che necessitano di investimenti straordinari. Lo dimostra proprio la Strategia Nazionale Aree Interne, che come noto riguarda tutto il Paese proprio perché i territori marginali si spopolano in Veneto come in Sicilia. I fatti dimostrano che anche in quei territori interni dove i servizi funzionano, persino laddove si rilevano i massimi livelli di occupazione, le persone continuano a fuggire, a trovare riparo nei centri urbani, nelle città, scegliendo una quotidianità pendolare.

La sfida delle aree interne va collocata in questa modernità e la soluzione, c’è poco da fare, va ricercata in una nuova reciprocità con Napoli e la sua grande area metropolitana, in un nuovo rapporto tra polpa e osso, tra pieno e vuoto. Non basta una stazione dell’Alta Velocità nel cuore dell’Ufita, non basta nemmeno un polo logistico a servizio di quella stazione. Occorre il coraggio di investire in una visione, senza rincorrere illusorie scorciatoie, la retorica del turismo, della sostenibilità, dei paesaggi. Occorre restituire una funzione alle aree interne avvicinando i territori e, da questo punto di vista, sarebbe fondamentale collegare direttamente Napoli con la città di Avellino, perché questo consentirebbe di mettere in connessione tutte le linee dell’alta velocità. Il grande professore Cascetta pensò la metropolitana regionale ormai trent’anni fa e quella resta l’idea forte su cui dovremmo avere il coraggio di scommettere. La prospettiva dovrebbe essere quella della grande città del Mezzogiorno sull’asse Napoli – Bari.

Il rapporto privilegiato tra Fico e Gaetano Manfredi, che di Cascetta fu il migliore dei discepoli, dovrebbe e potrebbe favorire quest’obiettivo. Recuperando il monito di Alcide De Gasperi il costruttore: un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni. L’alternativa è quella di continuare a rincorrere la chimera della rinascita delle aree interne, emergenza dopo emergenza, alimentando un’illusoria retorica buona per strappare titoli, per rinnovare promesse, per preparare, appunto, le prossime elezioni. Trent’anni dopo, forse ce ne restano venti.  

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