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Comune di Benevento

Sul ponte Leproso rilievi in digitale per capire futuri interventi di restauro. Prima, però, la pulizia dalla vegetazione infestante

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C’è anche il ponte Leproso tra i progetti della linea d’investimento ‘Regina Viarum’ che, in accordo con la finalità di recupero e valorizzazione dell’antico tracciato della via Appia, mira a realizzare interventi di restauro e di recupero urbano sullo straordinario patrimonio culturale, archeologico e paesaggistico intercettato lungo il percorso dell’antico asse viario. Duecentomila gli euro finanziati dal Ministero della Cultura con il Piano Strategico su siti del patrimonio culturale, edifici e aree naturali, nell’ambito del Piano Nazionale per gli investimenti Complementari al PNRR (Missione 1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, Componente3 – Turismo e Cultura 4.0).

LA PULIZIA – L’intervento prestabilito si prefigge l’obiettivo di acquisire, attraverso un accurato rilievo, i dati e gli elementi necessari alla redazione di un futuro e compiuto lavoro di restauro. È dunque necessario in via prioritaria, eseguire la pulitura dalla vegetazione infestante delle strutture antiche in laterizio e in calcare, anche nell’intradosso delle arcate, oltre che sul piano stradale e sui parapetti. La pulizia dovrà essere effettuata tramite diserbo manuale comprendente il taglio delle essenze arboree, la completa eliminazione delle radici incuneate, la sigillatura del foro con malta idraulica. Al fine di consentire il rilievo del ponte, sarà necessario anche eseguire una pulizia degli argini del fiume nelle parti più a ridosso della struttura, previa autorizzazione dell’Amministrazione Provinciale. Oltre alla pulizia, è prevista l’integrazione delle lacune della pavimentazione stradale in ciottoli di fiume.

I RILIEVI – Saranno droni e laser scanner a realizzare l’attività di rilievo sul campo per definire la raccolta di informazioni che porteranno alla piena conoscenza del manufatto. Successivamente si otterrà un modello digitale del ponte, ma anche una visualizzazione tridimensionale e un archivio foto con misure dettagliate. Questa seconda fase permetterà la restituzione di un modello HBIM (Heritage Building Information Modeling), il monitoraggio integrato attraverso il paradigma IoT (Internet of Things) e la manutenzione predittiva attraverso la creazione di DT (Digital Twin): si tratta di tecnologie che offrono grandi opportunità per la gestione e il monitoraggio di manufatti storici e del patrimonio culturale in generale, permettendo di ottimizzare la manutenzione, di simulare scenari e prevedere eventuali interventi necessari.

CRITICITA’ – Recentemente il ponte Leproso non è stato oggetto di un sistematico intervento di restauro, ma di soli interventi manutentivi localizzati, finalizzati soprattutto a garantire la funzionalità del piano stradale e della platea di fondazione o il ripristino di brevi tratti del parapetto in mattoni. La mancanza di una costante manutenzione ha favorito la crescita di vegetazione, sia sull’acciottolato di pietra che forma la pavimentazione stradale, sia sulle strutture murarie in calcare o in mattini e negli intradossi delle arcate, oltre che sulle parti superiori dei rostri. Ad oggi La presenza della vegetazione impedisce un rilievo accurato della struttura, che consenta la definizione degli interventi di restauro da eseguirsi.

LA STORIA – Il ponte Leproso attraversa il fiume Sabato in prossimità della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, a ridosso del centro antico di Benevento. Costituisce il punto di accesso della Via Appia alla città. Il nome originario era ponte marmoreo, così chiamato per la sua magnificenza, ma nell’XI secolo fu mutato in ponte dei Lebbrosi, secondo una leggenda tramandata dai cittadini beneventani, per i quali nei pressi fu costruito un ospedale per il ricovero dei malati di lebbra, sebbene, come sottolinea Meomartini, non ci siano documenti a riprova di questa ipotesi. Al contrario altri studiosi rimandavano tale nome alla scabrosità dei suoi blocchi lapidei.

Nell’Ottocento fu chiamato anche Ponte di San Cosimo, riprendendo il nome del santo cui è dedicata la vicina chiesa. Altre leggende sono legate a questa antica struttura, tra cui quelle delle streghe che si riunivano nei pressi dell’albero di noce e delle rive del fiume Sabato per celebrare i loro rituali e quella della morte e della sepoltura del re svevo Manfredi dopo la famosa battaglia contro Carlo d’Angiò del 1266. La struttura è stata estremamente rimaneggiata nel corso dei secoli, tanto che rimangono pochi resti del paramento originario.

Interessanti sono le fonti iconografiche, che costituiscono un importante documentazione per lo studio di questa struttura, dal disegno di Carlo Labruzzi che accompagna Sir Richard Colt Hoare lungo il cammino dell’Appia alla fine del Settecento, alle fotografie di Robert Gardner durante l’esplorazione della stesso tragitto in compagnia di Thomas Ashby agli inizi del Novecento, fino alle illustrazioni dettagliate di Almerico Meomartini, profondo conoscitore di Benevento e del suo territorio.

Attualmente il ponte Leproso si presenta con 6 arcate di diverse dimensioni, dovute ai vari rifacimenti, ma la struttura originaria era realizzata con arcate di uguale ampiezza (8,70 m), mentre le spalle erano in opera quadrata, ben visibile sul margine sinistro verso la città. Il manufatto si eleva su una platea di fondazione realizzata con lastroni calcarei, in parte di restauro, mentre i piloni in opera quadrata, sempre in calcare, poggiano su uno zoccolo di fondazione realizzato con un’assise sporgente, simile a quella che si trova nella parte superiore, formando una cornice utile per l’imposta delle centine, di cui si scorgono i fori per il loro alloggiamento durante la costruzione. I primi tre piloni sono difesi da un lato da un rostro a dietro acuto con cappello semi piramidale, mentre dall’altro il rostro presenta un profilo semicircolare, con un cappello a meno di un quarto di sfera.

Il primo pilone da nord-est, più ampio degli altri, è privo di rostro ed appare molto rimaneggiato, come si può notare dall’utilizzo di conci diversi e di elementi di spoglio. Le arcate, di rifacimento, sono a sesto ribassato, costruite in laterizio con doppia ghiera di bipedale messi in opera con malta molto dura, tranne la seconda arcata da nord-est, che presenta l’arco realizzato in cunei lapidei dall’imposta alle reni. I piedritti realizzati con blocchi squadrati di calcare locale e conservati fino a livello d’imposta degli archi sembrano pertinenti alla struttura originaria. Le aperture presenti sui timpani possono funzionare o come finestre di scarico o per il deflusso delle acque.

Esse sono in asse sul pilone centrale e su quello immediatamente ad ovest, mentre i timpani sugli altri piloni sono pieni e presentano muri in opera quadrata, realizzati con conci di calcare probabilmente antichi. Le spalle del ponte hanno subito anch’esse numerose trasformazioni nel corso del tempo. Nella spalla sinistra, considerando il verso della corrente, fu aperta in epoca medievale un’ulteriore arcata, per ovviare all’erosione causata dalla deviazione delle acque del fiume dalla sponda destra in seguito alla costruzione di mulini, avvenuta a partire dall’XI secolo, come emerge dal diploma di concessione del 1071 di Landolfo IV a favore di Dacomario, rettore di Benevento.

Per quanto riguarda la datazione delle porzioni più antiche, la tecnica costruttiva sembra riferibile, secondo Galliazzo, ad epoca traianea. Lo stesso studioso ipotizza l’aggiunta di una cornice di marmo al di sopra delle arcate, almeno nella seconda metà del IV secolo d.C., come testimonierebbero due frammenti di iscrizioni databili all’epoca degli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano, uno rinvenuto sotto il ponte, l’altro sotto il parapetto, sulla facciata orientale, forse in memoria di un restauro operato dagli imperatori in epoca tardoantica, come dimostrano anche alcuni reimpieghi di età romana, pertinenti perlopiù a monumenti funerari.

Lo storico Meomartini, invece, ipotizza una prima struttura realizzata in tufo trachitico, rintracciando, in seguito a scavi effettuati nei pressi della chiesetta dei Santi Cosma e Damiano per mettere in evidenza i muri di accompagnamento, un masso di fondazione in tufo trachitico e lo zoccolo. Allo stesso livello individuò lo zoccolo in pietra calcarea di un monumento funebre, sormontato da un paramento in mattoni triangolari, sul quale poggiava la scala della chiesa.

Lo studioso ritiene quindi che il ponte originario fosse strutturato con blocchi di tufo trachitico e solo successivamente fosse sostituito da un paramento di blocchi calcarei, spiegando quindi anche la presenza del mausoleo, che si sarebbe trovato allo stesso livello della strada, prima che questa fosse sopraelevata. Questa prima costruzione in tufo trachitico sarebbe stata sostituita poi tra l’epoca tardo-repubblicana e primo-imperiale da una struttura calcarea e restaurata in piena epoca imperiale con l’utilizzo di laterizi.

Secondo altri storici, come De Vita e Borgia, un’iscrizione menzionante Settimio Severo e il figlio Caracalla come promotori del restauro di un ponte, sarebbe da attribuire proprio al Ponte Leproso, mentre altri studiosi, tra cui Garrucci, la ricollegano ad un altro ponte sull’Appia nel tratto tra Caudium e Benevento. Se si accetta la prima ipotesi, allora i rifacimenti in laterizio potrebbero essere connessi all’intervento dei Severi. Un’altra notizia, letta da Meomartini su un manoscritto dello scrittore locale Alfonso de Blasio, riporta la distruzione di due arcate del ponte da parte di Totila, ma non ci sono altre fonti che possono confermare questa ipotesi. Un intervento più recente sul ponte si rese necessario in seguito alle distruzioni provocate dal terremoto del 1702.

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