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Meno siamo, meglio stanno. Il terremoto delle aree interne non finisce mai

La vicenda del polo logistico di Valle Ufita ci ha restituito, in tutta la sua drammaticità, la siderale distanza che separa la quotidianità delle nostre genti dall’agenda delle istituzioni. Il punto è che in questa condizione le nostre classi dirigenti trovano la garanzia della sopravvivenza. Esistesse un popolo pronto a mobilitarsi avrebbero i giorni contati. Ma il popolo non c’è più…

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Tre anni fa, in vista del quarantennale del sisma del 1980, decisi, con la redazione che dirigo, di tornare nei paesi del cratere con lo sguardo rivolto al futuro. Piuttosto che tornare sui luoghi della tragedia, piuttosto che ricordare il dolore di quei giorni attraverso le testimonianze di chi sopravvisse a quella scia di morte e distruzione, ovvero di quanti, negli anni a seguire, vissero in trincea la sfida della ricostruzione, decidemmo di onorare la memoria di quel disastro dando voce a chi il terremoto non lo ha vissuto, per raccontare le aspirazioni delle nuove generazioni nate e cresciute tra i pizzi dell’Alta Irpinia, per cercare, attraverso quelle voci, di ricostruire il mosaico del presente e del futuro possibile di quelle comunità e in senso lato dei nostri territori.

Quel viaggio ci restituì una serie di certezze sulle quali, oggi, s’impone una seria riflessione.

La prima. Come detto intervistammo solo ragazzi residenti nei paesi del cratere, nati anche a due decenni di distanza dal sisma. Eppure il terremoto lo tenevano addosso, dentro. A dimostrazione del fatto che quell’evento tragico ha segnato l’identità di quelle comunità, ha modificato per sempre la postura con la quale chi nasce a quelle latitudini si pone al mondo, ha restituito ai sopravvissuti e ai loro figli un profondissimo senso di appartenenza.

La seconda. La preparazione, il livello culturale, la solidità dei ragionamenti di quei ragazzi ci restituì l’evidenza di una verità antica, riconosciuta dalla Storia, scolpita nelle pietre delle nostre piazze. La vera ricchezza di questi territori era e resta il capitale umano, la capacità di produrre intelligenze, talenti e pensieri. Una ricchezza che non appartiene solo all’Alta Irpinia ma a questa Campania di mezzo, incastrata a ridosso della dorsale appenninica.

La terza. Non fu necessario porre la domanda a nessuno degli intervistati. Qualcuno frequentava l’università da pendolare, qualcun altro da fuori sede, qualcun altro ancora aveva intrapreso percorsi diversi, senza passare per l’accademia. Tutti, nessuno escluso, guardavano alla vita con ottimismo e ambizione, tutti partivano dal presupposto che solo lontano da quei luoghi avrebbero potuto realizzare il proprio percorso di vita, solo altrove avrebbero potuto trovare un futuro in linea con le aspettative maturate. Nessuno si disse ottimista rispetto al futuro di questi territori, nessuno sembrava riconoscere nell’agenda politica ed istituzionale elementi di concreta speranza, vuoi che si parlasse progetto pilota Alta Irpinia, vuoi che si parlasse della stazione dell’Alta Capacità/Velocità, del polo logistico di Valle Ufita, delle potenzialità legate al turismo sostenibile, alla valorizzazione delle eccellenze.

Ed eccoci al punto. Nel corso di queste settimane mi è capitato molte volte di ripensare a quelle interviste, a quei volti e a quelle voci. E non è certo un caso, perché proprio in queste settimane è emersa, in tutta la sua drammaticità, la siderale distanza che separa la quotidianità delle nostre genti dall’agenda della politica e delle istituzioni.

La vicenda del polo logistico di Valle Ufita, inserito nel Pnrr e finanziato per 26milioni, ci dimostra che le comunità dei nostri territori vivono fuori dal cono d’ombra dei Palazzi del potere, ci dimostra che per la grandissima maggioranza dei cittadini che ancora vivono a queste latitudini, innanzitutto per le nuove generazioni, le priorità sulle quali la politica si affanna, l’agenda sulla quale le istituzioni si misurano, non hanno alcun senso.

L’età media dei convenuti all’assemblea pubblica di Grottaminarda convocata dai sindacati per lanciare la mobilitazione in difesa della piattaforma logistica non era inferiore ai 60 anni. Parliamo di una platea costituita esclusivamente da sindacati, riferimenti delle parti sociali, sindaci, amministratori e addetti ai lavori. In quella sede fu lanciato l’appello alla mobilitazione del primo maggio ad Ariano, un appello raccolto da una platea analoga, per età media e composizione, appena più cospicua.

La prova evidente che dopo venti anni di discussioni, dibattiti e battaglie per la piattaforma logistica in Valle Ufita le nostre comunità non hanno compreso la portata della sfida, ovvero non considerano quell’opera cruciale per i destini di questi territori. Dunque mentre sui giornali e nei Palazzi si litiga e si discute per cercare una soluzione che salvi il termina logistico, e con il terminal logistico il disegno di sviluppo su cui le aree interne della Campania hanno deciso di puntare per sopravvivere, il popolo, ovvero la pubblica opinione diffusa, la cittadinanza estranea agli apparati, semplicemente fa spallucce, perché non crede in questa opportunità, non riconosce credibilità all’agenda di questa politica.

Intendiamoci, con o senza il sostegno di un popolo pronto a scendere in piazza, il polo logistico di Valle Ufita va salvato ad ogni costo. E da questo punto di vista è assolutamente lodevole l’iniziativa posta in essere dal sindaco di Benevento, Clemente Mastella, con l’ambizione di favorire coesione e unità d’intenti tra Sannio e Irpinia, in una partita cruciale per entrambe le province. Il punto è che questa battaglia, proprio perché non esiste quel popolo pronto a scendere in piazza, si consumerà all’interno del Palazzo, esclusivamente sul piano dell’interlocuzione istituzionale, e finirà come finirà.

Il punto è che le nostre classi dirigenti trovano proprio in questa comoda autoreferenzialità la garanzia per la sopravvivenza, per la conservazione del potere, perché fin a quando la distanza tra l’agenda del Palazzo e il mondo fuori resterà intatta la partita del consenso continuerà a decidersi negli angusti perimetri dell’apparato. Perché il giorno in cui il popolo sgomento dovesse ritrovarsi e rimettersi in marcia, il giorno in cui la pubblica opinione diffusa ed estranea al gioco clientelare dovesse riscoprire le ragioni della mobilitazione e della partecipazione, queste classi dirigenti sarebbero prossime all’estinzione.

Ma quel giorno difficilmente arriverà. Perché quel popolo è ormai altrove, come sono altrove quei ragazzi che avemmo ad intervistare ormai tre anni fa.

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