“Non avevo capito niente”. Così Diego De Silva titolava il suo primo romanzo della fortunata saga su Vincenzo Malinconico. Scrittore salernitano, De Silva potrebbe cedere oggi il copyright a un suo illustre concittadino, un altro Vincenzo che di cognome, però, fa De Luca. E sì: tra i tanti pezzi da novanta del Pd travolti dall’uragano Schlein, l’inquilino di palazzo Santa Lucia è uno di quelli che ne esce peggio.
Non che la candidatura di Bonaccini lo entusiasmasse più di tanto, i due non si sono mai particolarmente amati, ma la prospettiva di vincere facile lo aveva convinto a investire un capitale cospicuo sul collega governatore. “Vedrai, non ci sarà partita” – gli ripetevano. E De Luca si era fatto convincere, finendo con l’ipotecarsi il futuro. Suo e di suo figlio.
Per Piero aveva chiesto e ottenuto un posto in prima fila in campagna elettorale. E pure per il dopo, ca va sans dir, si annunciavano prati verdi e cieli blu. Per sé, invece, le fiches le aveva puntate sul terzo mandato. “Si può fare” – la rassicurazione del “sicuro” segretario. E in cambio, per le primarie, De Luca si era impegnato a trasformare la Campania in una sorta di Bulgaria.
Venerdì l’ultima foto insieme, proprio a palazzo Santa Lucia. A meno di due giorni dall’apertura dei seggi. Poche ore dopo arrivava alle agenzie una dichiarazione di Elly Schlein: “Al mio competitor voglio chiedere una cosa in modo molto serio: ho visto che oggi a Napoli c’è stata da parte sua una apertura al terzo mandato di Vincenzo De Luca. Mi chiedo se sia questa l’idea di rinnovamento di Stefano Bonaccini. Nuovo gruppo dirigente e poi De Luca? Bene”.
Parole a cui nessuno dava peso 72 ore fa ma che oggi suonano come una sentenza. E infatti De Luca non proferisce più verbo. “No comment” – ripete alla stampa. E a noi non resta che immaginarlo così, con la testa tra le mani. A ripetere: “Non avevo capito niente”,