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Riabilitare le aree interne per consentire ai giovani di riabitarle

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Il laboratorio per la felicità pubblica, l’Associazione Riabitare l’Italia e BASE Benevento hanno organizzato una videoconferenza, scegliendo di trattare un tema strettamente connesso al benessere della persona: quello delle comunità di appartenenza.

“Giovani e aree interne: risorse e opportunità per restare” è la tavola rotonda cui Ettore Rossi, coordinatore del laboratorio, invita il prof. Andrea Membretti, docente di Sociologia del territorio presso l’Università di Pavia e tra i promotori dell’Associazione Riabitare l’Italia eGiulia Cutello, ricercatrice, ad illustrare i risultati della ricerca “Giovani dentro”. Alcuni sindaci delle aree interne del beneventano hanno ben accolto l’invito, portando le testimonianze dei rispettivi territori per una proficua interazione al fine di individuare spunti per la ripresa.    

“Partire dai giovani – esordisce Ettore Rossi – per dare una chance di vita e di futuro alle aree interne. Ecco, allora, che le strategie per dotare questi territori di infrastrutture materiali e immateriali, per assicurare che vi siano i servizi fondamentali devono essere calibrate prima di tutto sui reali bisogni, le aspirazioni, i progetti, i desideri di chi vive in questi luoghi, soprattutto dei giovani. Chissà che non siano proprio le aree interne a spingere il nostro Paese finalmente a investire sui giovani. Io credo che riconoscendo i giovani quali soggetti fondamentali della società si riesce anche a mobilitarli sia sul piano sia personale che comunitario”. Occorre adoperarsi perché l’Italia “minore” sia riabitata, ma forse, prosegue Rossi prendendo a prestito le parole di Mattarella, c’è bisogno di riabilitarla, prima.

La parola passa a Membretti, che introduce l’indagine “Giovani dentro”, condotta tra il 2020 e il 2021.  Essa ha indagato, nei tempi acuti della pandemia, le caratteristiche dei giovani abitanti delle 72 aree interne dell’Italia. È emerso un fenomeno in controtendenza: quello della “restanza”.  Tanti giovani sembrano pronti a recuperare l’autenticità dei propri territori, decidendo anche di stabilirvisi, a dispetto dei canti delle sirene che li dirottano verso le più efficienti aree metropolitane.   I giovani intervistati, tra i 18 e i 39 anni hanno risposto a domande sui parametri della qualità della vita, sui bisogni, aspettative e opportunità che immaginano di poter cogliere. L’indagine ha coinvolto i giovani residenti nelle aree interne che corrispondono al 60% del territorio italiano, 4000 Comuni, 13 milioni di abitanti, che costituiscono il 20% della popolazione italiana. Com’è ovvio il territorio montano è stato coinvolto nella ricerca, per il 50%. Gli esiti della ricerca sono stati sorprendenti: complici anche i mesi trascorsi nelle proprie case costretti dalla pandemia al rientro presso i territori di origine, i giovani hanno trovato margini di introspezione e realizzato che tra le principali aspirazioni e parametri con cui classificare la qualità della vita c’è il desiderio di restanza. Il 67% degli intervistati è orientato a rimanere nel comune delle aree interne in cui vive. Di esso, il 50% è favorevole a restare pianificando nei luoghi di origine il proprio progetto di vita. Le ragioni per restare sembrano favorire la consapevolezza di un ambiente più a misura d’uomo, anche per la qualità delle relazioni sociali (67%) e per il minore costo della vita (60%). I motivi per andare via sono comunque condivisibili: maggiori opportunità di istruzione e di lavoro ((84%) e migliori servizi di welfare e culturali in genere (77%). La fotografia dei 300 giovani intervistati ci restituisce l’immagine di persone consapevoli, istruite. Il 47% possiede un diploma di maturità e il 46% una laurea o post-laurea. Il 63% lavora, il 22% studia, l’11% è in cerca di occupazione. Le donne intervistate sono il 47% e hanno scelto prevalentemente percorsi formativi afferenti al settore umanistico-sociale, quello dell’istruzione, della sanità e assistenza sociale e artistico in genere. Le motivazioni a partire tra le donne rinviano alla ricerca di nuove relazioni ed esperienze di vita. Per gli uomini le motivazioni a partire includono il desiderio di realizzare un’idea imprenditoriale. Il campione intervistato proviene prevalentemente dalle regioni del Sud e dalle Isole. Le regioni più rappresentate inglobano il Molise (11%), la Sardegna (17%), la Sicilia (13,9%). Dalla lettura di genere emerge che le donne, pur essendo motivate ad operare i cambiamenti fondamentali a favore dei propri territori, tuttavia, sentono di avere meno voce in capitolo rispetto alle decisioni che influenzano la propria comunità e lo sviluppo del proprio territorio e temono, per l’80% di essere esposte alla precarietà del lavoro, al basso livello di remunerazione o di non trovare affatto lavoro.

I sindaci intervenuti sono stati invitati ad esprimersi rispetto alle peculiarità e alle difficoltà vissute nei propri territori di gestione. Giuseppe Addabbo, sindaco di Molinara, ricorda l’impegno dell’Arcivescovo di Benevento Mons. Accrocca a favore delle aree interne presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e al cospetto del presidente Mattarella. Tuttavia – lamenta – non esistono politiche nazionali attive per il recupero e non dovremmo essere soggetti a bandi dedicati, quanto piuttosto dovremmo assistere ad un fattivo intervento sinergico tra soggetti pubblici e privati che prendano a cuore il recupero dei borghi e lo sfruttamento delle potenzialità dei territori. Porta l’esempio delle comunità energetiche, il primo cittadino, ma ribadisce che occorre un intervento sinergico di più attori perché la risorsa porti frutti alla comunità. Concordano sulla necessità di fare rete i sindaci che si avvicendano nella discussione. Vito Fusco, sindaco di Castelpoto, si sofferma sulla figura del sindaco cui, a fronte delle scarse risorse disponibili, si chiede di mettere in campo virtù eroiche e ribadisce come la molla per il recupero di una migliore qualità della vita, a scapito di impegni onerosi per trasferirsi in periferie urbane che non riescono a garantire gli stessi standard  di accoglienza, dovrebbe indurre tutti, cittadini e responsabili  amministrativi locali, regionali e statali, a vario titolo coinvolti, ad operarsi in relazione alle responsabilità di cui sono investiti. Gli fa eco Dionisio Lombardi, vicesindaco di Campolattaro, che ricorda come l’art. 3 della Costituzione, che si fa promotore della rimozione degli ostacoli allo sviluppo della persona umana, sia di fatto disatteso nei piccoli territori. Riassume Rocco Rossetti, sindaco di S. Arcangelo Trimonte, ribadendo l’importanza di trovare sinergie perché le azioni dei singoli amministratori rischiano altrimenti di restare cattedrali nel deserto. Membretti ribadisce che le dichiarazioni di intenti di quanti vorrebbero restare devono necessariamente essere accompagnate da “attenzioni”. Tra queste l’accesso al credito, finanziamenti, riconoscimento sociale dello status di agricoltore, sono alcune delle iniziative di accompagnamento cui fare riferimento perché i sogni di restanza si concretizzino. La UE ha recentemente elaborato un documento per una nuova rural vision. Si attende un cambio di prospettiva che richiederà tempo. Nel frattempo, sarà necessario guardare ad una formazione atta a colmare il mismatch nelle competenze che impedisce ai giovani di poter trovare lavori compatibili con l’offerta territoriale. Tutti gli enti di formazione, pubblici o privati dovrebbero provvedere forme di orientering prima che i giovani facciano scelte decisive sugli studi per la vita.

“Nell’attesa, la maggior parte dei giovani continua a guardare alla mobilità come occasione di crescita e passaggio all’adultità”, ci dice Mauro Giardiello, docente di Sociologia dell’educazione all’Università di “Roma Tre”. Per evitare che la questione delle aree interne si ammanti di un velo di romanticismo, perdendo la vis rivoluzionaria che va via via acquisendo tra i giovani, il sociologo invita a non idealizzare la restanza e a parlare piuttosto di “tasso di complessità più o meno alto dei territori invece che di “aree interne”.

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