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Titerno

Gli onori militari dei Bersaglieri a un Luogo della memoria della storia unitaria

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E’ stata una delle pagine nere del Risorgimento. Ancora più brutta perché ignorata, dimenticata, cancellata dalla storia ufficiale. Con quattrocento morti per vendicare 40 soldati uccisi, dieci per uno come alle Fosse Ardeatine, case bruciate, donne stuprate, una folla di vittime inermi che sembrava nessuno volesse più ricordare. Alla fine è prevalsa l’Italia migliore. E nei 150 anni dell’Unità, il 14 agosto a Pontelandolfo (Benevento), una cerimonia con il presidente del comitato dei garanti Giuliano Amato commemorerà ufficialmente, rappresentando anche il capo dello Stato Napolitano, l’eccidio di massa di cui si macchiarono le truppe sabaude in quel piccolo centro arroccato intorno ad una antica torre una ventina di chilometri a nord di Benevento.

Dopo anni di appelli, di attese, di proteste della cittadinanza, una lapide voluta dall’Italia ricorderà finalmente quei morti a partire da una donna, Concetta Biondi, violata e uccisa nel fiore dei suoi 15 anni. E a quei morti una rappresentanza dei bersaglieri, il corpo che mise in pratica l’eccidio, renderà per la prima volta gli onori militari. Per troppi anni dimenticato, Pontelandolfo diventa ufficialmente uno dei Luoghi della memoria della storia unitaria.

Le cronache riportano all’11 agosto 1861. Quel giorno 41 dei 44 soldati al comando del tenente livornese Cesare Bracci furono uccisi dai briganti della banda Giordano, ingrossata da cittadini di Casalduni, Pontelandolfo e Cerreto. Da giorni in quell’area tra il Matese ed il Beneventano erano in corso azioni di bande di ex soldati borbonici appoggiati da notabili locali ed esponenti del clero. Dopo l’uccisione dei 41 soldati partì l’ordine di rappresaglia. Di Pontelandolfo, ordinò il luogotenente del re Enrico Cialdini, "non deve rimanere più pietra su pietrà. La repressione, affidata ad una colonna di bersaglieri, fu terribile: "Al mattino del di, giorno 14 – scrisse poi nel suo diario uno di quei soldati, il filatore di seta valtellinese Carlo Margolfo – riceviamo l’ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne, gli infermi ed incendiarlo (…) Entrammo nel paese: subito abbiamo cominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4500 abitanti". Un orrore, ricorda il bersagliere, "Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case. Noi invece , durante l’incendio, avevamo di tutto, pollastri, pane, vino e capponi…".

Da oltre trent’anni, da quando nel 1973 venne organizzato in paese un convegno di studi per denunciare per la prima volta la strage, il comune di Pontelandolfo chiedeva al governo ‘un atto ufficiale di riconoscimento’, almeno un convegno nazionale che ricordasse l’eccidio e analizzasse il fenomeno del brigantaggio post unitario perché Pontelandolfo "non sia più nominata terra di briganti bensì città martire e simbolo della sofferta eppure amata Unità d’Italia". Centocinquant’anni dopo questa pagina nera del conflitto civile, la cerimonia del 14 agosto è un primo, importante, passo per una memoria condivisa.

 

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